Mood Indigo – La schiuma dei giorni

Mood Indigo – La schiuma dei giorni


Michel Gondry

Commedia, Drammatico, Fantastico | Francia
(2013)

Michel Gondry trae un film da “L’Écume des Jours”, il romanzo più celebre e più amato di Boris Vian. La notizia non poteva che fare piacere, era un abbinamento perfetto, quasi infallibile: avevamo più o meno le medesime sensazioni quando venimmo a sapere che Burton sarebbe stato alle prese col mondo carrolliano di “Alice in Wonderland“. Ecco però che, ricordando il risultato finale di quel progetto, ci corre un brivido lungo la schiena, come un oscuro presagio. Ma forziamo un sorriso, immaginiamo il mouse animarsi a passo uno e continuiamo a leggere fiduciosi. Gondry non è Burton; soprattutto, Gondry non è un regista sotto contratto, ha delle idee sue codificate da vent’anni (dal meraviglioso ed esplosivo periodo dei videoclip), ogni tanto può prendersi delle vacanze (“The Green Hornet“), ma il regista di “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” è ancora lucido e coerente.

 

La curiosità stava nello scoprire cosa sarebbe avvenuto dall’incontro diretto tra Gondry e uno degli autori che l’hanno evidentemente formato – l’evidenza è data, oltre che dalle dichiarazioni del regista, anche da inevitabili accostamenti retrospettivi. Il romanzo quasi infilmabile di Vian, immerso in un’atmosfera onirica, diviene per il regista transalpino il banco per mettere alla prova la propria fantasia. Un po’ come Louis Malle che cercò di seguire Raymond Queaneau nelle sue variazioni linguistiche nel pastiche di “Zazie dans le metro”, così Gondry non solo insegue ma tenta di superare il suo guru nell’invenzione immaginifica. La descrizione dell’appartamento di Colin è un profluvio accecante di trucchi e animazioni che innescano un gioco di accumuli grazie al quale l’autore può dimostrare un’inesauribile vena creativa che, però, rischia di saturare precocemente gli spazi, anche mentali, della fruizione del film: invero, non c’è pausa alcuna almeno fino all’incontro con Chloé e il seguente innamoramento è messo in scene come uno squilibrato fuoco di fila di sketch.

L’idillio amoroso segue il decorso tipico del cinema grondryano stilizzato magnificamente dalla penna depressa di Charlie Kaufman (che, a posteriori, un po’ rimpiangiamo) in “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” e ripetuto in chiave ancor più personale ne “L’arte del sogno“. Proprio la pellicola del 2006 rivela delle affinità notevoli col materiale di Vian, soprattutto nel trapasso dall’onirico romanticismo a uno stato mentale quasi patologico.

In “Mood Indigo – La schiuma dei giorni” questi aspetti si riflettono anche nell’ambientazione retrò e futurista, simil-orwelliana, dove un intellettuale-vate – chiaramente ispirato a Jean-Paul Sartre – è l’oppio del popolo colto, e un inquietante regime agisce in maniera progressivamente più militarista e repressiva. Ma come sempre Gondry, ossessionato dal tempo liquido e reversibile del sogno e dalle architetture trompe l’oeil, costruisce un mondo ibrido (i personaggi con un look appartenente agli anni 50 e 60 si muovono nella Parigi dei giorni nostri) dove le case mutano forma in parallelo agli stati d’animo di chi le abita. E, pertanto, inevitabilmente si appannano, si impolverano e, infine, marciscono. L’annichilimento portato dalla malattia contratta da Chloè non intacca solo la storia d’amore, i personaggi, l’arredamento, ma l’intera pellicola. In tal senso, l’intuizione di Gondry è geniale: il deterioramento si irraggia nel film, la cui fotografia vira gradatamente fino a un opaco, triste bianco e nero. E allora, perché tutto ciò, drammaticamente, non funziona? Bisogna tornare a quei primi minuti dove lo sguardo spettatoriale veniva sballottato di qua e di là nell’appartamento di Colin fino al pianocktail (un pianoforte che emette liquori in base alle note suonate), sineddoche di una narrazione in cui veniamo continuamente distratti dai protagonisti per meravigliarci dei trucchi gondryani, osservando campanelli che si animano, anguille di cartapesta che escono dai rubinetti, grandi chef che interagiscono dal forno o dal frigorifero. Il primo distratto è proprio Gondry (che si è ritagliato il piccolo ruolo del medico di Chloé, colui che in sostanza dichiara lo stato di malattia dell’opera), che non tesse un mondo di fantasie bricolage intorno ai personaggi, bensì rinchiude questi ultimi in uno spazio che finisce per essere angustiato dalla sua onnipresenza. Le intuizioni più felici finiscono per non sortire alcun effetto, e anche la parentesi metalinguistica (la storia che vediamo è scritta da una pletora di dattilografi e i personaggi possono modificarla) sembra buttata lì solo per un doveroso omaggio letterario. I personaggi appaiono privi di spessore, non possedendo neanche un briciolo dell’umanità patetica irrorata di surreale ironia tipica del mondo gondryano (ricordiamo anche i losers protagonisti del sottostimato “Be Kind Rewind“): in particolare, la Chloé della Tatou è lontanissima sia dalla Clementine della Winslet che dalla Stephanie della Gainsbourg, è l’anonimo addendo di una coppia, il cui innamoramento con Colin ha l’unico fine dello sviluppo del plot. Il flusso narrativo, giunto al trapasso da commedia a tragedia, si rivela essere una bomba senza detonatore. Il disperato spleen di Gondry rimane imballato in una macchina filmica debordante ma inerme, dove l’artigianalità oggettistica ha sovrastato l’anima della sua poetica.

14/09/2013

Cast e credits

Titolo Originale
L'écume des jours
Distribuzione
Koch Media
Durata
125'
Produzione
Brio Films, SCOPE Invest, Scope Pictures
Sceneggiatura
Michel Gondry, Luc Bossi
Fotografia
Christophe Beaucarne
Scenografie
Stéphane Rosenbaum
Montaggio
Marie-Charlotte Moreau
Musiche
Étienne Charry
Costumi
Florence Fontaine

Trama

Colin, giovane e ricco idealista, vive sognando di incontrare il grande amore. Ad una festa il suo desiderio si avvera e conosce Chloé, una giovane donna che sembra l'incarnazione fisica dell'eponimo brano di Duke Ellington. Si innamorano e si sposano ma, poco dopo le nozze, la loro felicità si trasforma: durante la luna di miele, Chloé scopre di essere malata a causa di una ninfea che cresce nei suoi polmoni. Per pagarle le cure necessarie e circondarla di fiori che la aiuterebbero a guarire, Colin è costretto ad accettare in una fantasmagorica Parigi i lavori più assurdi mentre la loro abitazione si fa sempre più piccola e le vite dei loro amici Nicolas e Chick si disintegrano.
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