Mother Bhumi

Mother Bhumi


Chong Keat Aun

Drammatico, Storico | Arabia Saudita, Hong Kong, Italia, Malaysia
(2025)

Il titolo dell’ultima fatica del regista malese Chong Keat Aun, tradotto letteralmente, significa “Madre Terra”, ed è l’occasione per conferire sul palco del Teatro Nuovo Giovanni da Udine il Gelso d’Oro alla carriera alla sua attrice protagonista Fan Bingbing. “Bhumi” è una parola di origine sanscrita, infatti, che richiama il rapporto ancestrale degli abitanti della Malaysia instaurato nel corso dei millenni con essa.

Il film chiarisce fin dalle didascalie iniziali la sua precisa collocazione spazio-temporale: è la fine degli anni 90, nella Valle del Bujang, un’estesa area archeologica situata nell’estremo nord-ovest del paese e cioè ai confini con la Thailandia. Qui, da parte del governo, è in corso una massiccia operazione per espropriare gli abitanti nativi locali, detti “siamesi” (la Thailandia, prima di assumere il suo attuale nome, era chiamata Regno del Siam), della propria terra, a sua volta donatagli dai britannici alla fine della loro dominazione.

Sia le coordinate spaziali che quelle temporali della vicenda sono di carattere fortemente liminale, quindi, essendo la pellicola ambientata a cavallo di due secoli e al confine tra due stati, in un momento storico in cui cominciavano a emergere, agli occhi del mondo, gli orrori perpetrati sulla popolazione dal regime di Suharto. L’essenza del film, di conseguenza, si muove anch’essa tra due nature a un primo sguardo mutualmente esclusive, che, però, nel corso della narrazione finiscono per fondersi quasi senza soluzione di continuità, ovvero quella socio-politica e quella esoterica.

La prima metà del film è maggiormente dedicata a esplorare la prima delle due, e trova nelle ingerenze del governo subite dalla popolazione locale, costretta a cedere le terre con la scusa di doverle restituire agli abitanti non-siamesi, la sua epitome. In questa fase scarseggiano i dialoghi, mentre al contrario ricorrono le panoramiche ambientali atte a mostrare gli uomini in relazione alla terra che abitano. Vengono ripresi mentre conducono i buoi al pascolo oppure trasportano i frutti del raccolto. Quand’anche la macchina da presa si sofferma sulla figura umana, spesso è per inquadrare il rapporto tra Hong Im, sciamana protagonista del film, e la natura circostante.

Se ne citano due a titolo di esempio. La donna crede fermamente che lo spirito del marito, morto a seguito di una maledizione lanciata contro di lui, si sia reincarnato nel bufalo di famiglia. La regia si sofferma quindi sull’evidenziare la riverenza delle mani di Hong Im mentre lava il dorso dell’animale. Parimenti suggestiva è una scena posteriore nella narrazione, che ancora ha per protagoniste le mani della sciamana mentre raccolgono dal fango e ributtano nel torrente alcuni pesci, rimasti intrappolati nelle pozzanghere dopo il ritiro delle sue acque. L’inzaccherarsi dei palmi simboleggia il rapporto quasi simbiotico alla base della relazione tra Hong Im e la sua terra e, per estensione, tra il suo popolo e i territori da quest’ultimo abitati.

Durante la suddetta fase del film si assiste anche ai primi veri soprusi del governo sugli abitanti locali, rappresentati dall’abbattimento di alcune abitazioni a opera di mezzi pesanti come, ad esempio, le ruspe. Queste sequenze, per chi scrive, ricordano molto quelle presenti in “No Other Land” (a testimonianza del fatto che, quando si vuole prendere con la forza un terreno, certi metodi rimangono universali a prescindere dalle longitudini) e contrappongono il progresso che avanza, simboleggiato appunto dalle escavatrici in azione, alle tradizioni degli abitanti del luogo, raffigurate dai tempietti religiosi sparsi un po’ ovunque. Una scena è emblematica in tal senso: nell’angolo in alto a destra della mdp, un bulldozer abbatte una casupola mentre, in quello in basso a sinistra, un piccolo altarino votivo rimane fuori fuoco durante tutta l’operazione. Il messaggio è chiaro: le credenze locali, nonostante fungano da collante sociale di un’identità condivisa, possono poco contro i disegni politico-economici, e le tradizioni secolari sono costrette, loro malgrado, a cedere il passo al “progresso”, per quanto violento esso possa manifestarsi.

La seconda parte della pellicola, come si scriveva poco sopra, lascia maggiore spazio ai rituali propiziati da Hong Im, principalmente per scacciare gli influssi di magia nera subiti dai suoi clienti. In questa fase viene esaltata la centralità attribuita al colore arancione, invero cominciata già durante la prima parte del lungometraggio. Per le religioni e i culti del sud-est asiatico, infatti, quest’ultimo simboleggia il distacco dal mondo materiale e l’adesione a uno stile di vita umile e semplice. Arancione è il colore di cui sono tinte le corna del bufalo di famiglia, per esempio, come arancione è il filtro con il quale viene ripresa la sequenza nella quale Hong Im e i suoi figli, in spiaggia, purificano le spoglie del marito e padre defunto.

Ma soprattutto, arancione è il colore del fuoco, chiamato a mondare la dimensione dei vivi dagli influssi negativi della cattiva magia. Esso ricorre non solo nei falò rituali, ma anche nelle candele votive accese da Hong Im per illuminare gli spazi scuri delle scene in notturna.

A questo proposito, vale la pena sottolineare come l’illuminazione elettrico-artificiale sia usata, durante la narrazione, solo quando strettamente necessaria. Le si preferisce soprattutto quella naturale, del sole durante le scene in diurna o del fuoco, al massimo delle lampade a olio, durante quelle in notturna.

Volendo trovare dei difetti nella pellicola, li si deve ricercare nella messa in scena delle sequenze di carattere spiritico e nella conseguente recitazione della loro attrice protagonista, chiamata a interpretare un ruolo molto distante, per sua stessa ammissione, da quelli a cui è stata abituata nel corso della sua ultra-ventennale carriera. La dedizione che Fan Bingbing impiega nell’immedesimarsi nella sciamana Hong Im è tale da farla sembrare, se non proprio barocca, quantomeno vagamente sopra le righe rispetto alle sequenze contemplative che caratterizzano gran parte della narrazione, dove, a tratti, sembra quasi di avvicinarsi allo slow cinema di Apichatpong Weerasethakul.

In più, per girare questo film è stata scelta una professionista sicuramente di talento, ma che non assomiglia molto, fenotipicamente parlando, alle popolazioni locali che ancora abitano quei luoghi. Con lo scopo di rendere la sua fisionomia convincente per l’interpretazione del personaggio, infatti, l’attrice cinese ha dovuto scurire la sua carnagione e adoperare una protesi che le rendesse più tondeggiante il naso.

Il film quindi pone il fianco a questioni di carattere “rappresentativo”, per così dire, dove certi attori prestano la propria recitazione a ruoli che, si potrebbe argomentare, non gli aderiscono veramente, rischiando di portare alla luce problematiche di cosiddetta “appropriazione culturale”. La polemica può nascere quando famose stelle del cinema interpretano storie di minoranze, togliendo opportunità a interpreti che appartengono a un determinato gruppo etnico, come può essere considerato il caso di “Mother Bhumi”. Se per chi scrive ciò non costituisce tutto sommato un fastidio così grave, è innegabile che ciascuno spettatore abbia la propria sensibilità, e sembrava doveroso quantomeno specificarlo in questa sede.

Tirando le somme, “Mother Bhumi” appartiene a quelle proposte cinematografiche più prettamente “autoriali” del FEFF, che nel corso della precedente edizione aveva trovato i suoi maggiori rappresentanti in “Teki Cometh” e “Silent City Driver”. Al netto delle potenziali criticità dovute al casting, Chong Keat Aun dirige un film avvolgente, pieno di suggestioni e significati nascosti, che si spera possa prima o poi ricevere una distribuzione regolare anche in Italia. Nell’attesa che ciò accada, rimangono vivide nel ricordo le calde tonalità arancioni che illuminano i suoi fotogrammi, sufficientemente vibranti da gettare luce sul passato di un popolo, e sulla sua Madre Terra, così distanti per noi occidentali, ma al contempo così affascinanti.

08/05/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Mother Bhumi
Durata
129'
Produzione
AMTD Pictures Production, Janji Pictures, SunStrong Entertainment, Sure Honest Holdings, Volos Films
Sceneggiatura
Chong Keat Aun
Fotografia
Leung Ming-kai
Scenografie
Soon Young Chow
Montaggio
Erik Moh
Musiche
Chong Keat Aun, Yii Kah Hoe
Costumi
Elaine Ng

Trama

In una comunità di contadini che vivono al confine tra Malaysia e Thailandia, Hong Im ha recentemente perso suo marito in circostanze misteriose. Ella usa la magia nera per risolvere i problemi di tutti i giorni degli abitanti del suo villaggio, fino a quando non incontra un fantasma che le rivela un segreto riguardo la morte di suo marito.
L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.