My Name

My Name


Chung Ji-young

Coming Of Age, Drammatico, Storico | Corea del Sud
(2026)

Ha deciso di tornare agli anni 90 il veterano del cinema engagé sudcoreano Chung Ji-young, forse non solo perché è stato il periodo in cui fu più produttivo e influente con pellicole come “White Badge” e “Life and Death of the Hollywood Kid”, ma anche perché è il periodo che meglio rappresenta il complesso processo di democratizzazione della Corea del Sud e i tentativi di rielaborare le azioni criminali dei regimi autoritari che si sono susseguiti al governo del paese nella seconda metà del XX secolo. Intrappolata fra la crisi finanziaria che aveva messo fine a un periodo di grande crescita economica e sul punto di assistere al primo pacifico passaggio di consegne fra gli eredi del regime e l’opposizione democratica, la Corea del Sud del 1998 è un paese in cui le differenze sociali e culturali sono evidenti come non mai, nonostante le promesse di unità e progresso. Di tutto questo è ben conscio, nonostante la giovane età, il protagonista di “My Name” Young-oak, ragazzo che si sente vittima della sua mediocrità ma ancor più del nome femminile che gli è stato attribuito dall’anziana madre Jeong-sun e dalle limitate possibilità economiche che il lavoro della donna, maestra di danza tradizionale, garantisce alla piccola famiglia.

Il nuovo film di Chung Ji-young quindi si presenta immantinente come un coming of age piuttosto tradizionale, il quale nel corso della prima metà della pellicola non si fa mancare quasi nessuno dei molti cliché del teen drama sudcoreano, dalla difficoltà di spiccare in un sistema scolastico ultracompetitivo come quello coreano (con tanto di docente autoritario e manesco) alla presenza di fazioni che diventano vere e proprie gang, passando per travolgenti cotte adolescenziali destinate a divenire sonore delusioni (di cui è un amico ad avvantaggiarsi). “My Name” si sviluppa quindi per buona parte della pellicola come un’opera saldamente inserita all’interno delle aspettative del genere di riferimento, con un’attenzione alle tematiche sociali e alla disparità di condizione economica fra i personaggi che è sì peculiare ma, alla luce della produzione precedente di Chung, non stupisce in alcun modo. L’unico elemento apparentemente discordante è la continua enfasi sul personaggio della madre quasi sessantenne del protagonista, inizialmente quasi una spalla comica e a cui invece viene riservato un minutaggio sempre maggiore col procedere della trama, quando i suoi tentativi di venire a capo degli strani sogni che la tormentano e di alcuni episodi psicotici cominciano ad assumere un ruolo centrale nel film.

Supportata dalla nuova psichiatra giunta direttamente da Seoul, Jeong-sun si imbarca in un viaggio nella propria psiche e nei propri ricordi che poi si trasforma in un letterale viaggio attraverso Jeju, la grossa isola a sud della penisola coreana in cui i protagonisti vivono. Distinta dalla Corea continentale da numerosi elementi culturali e linguistici, l’isola di Jeju è un’ambientazione non casuale per la pellicola di Chung per più di una ragione. In primo luogo è rilevante nel creare un’opposizione fra centro e periferia che riflette quella fra classi sociali, con i meno abbienti locali messi in rapporto con lo studente trasferito (altro cliché del teen drama che viene poi risignificato) proveniente da Seoul e la sua ricca famiglia, la cui influenza si estende ben oltre le dinamiche fra compagni di classe. Questa contrapposizione non assume però una connotazione strettamente valutativa, se si considera che la psichiatra che aiuta Jeong-sun a riscoprire il suo passato viene a sua volta dalla capitale (e si scopre poi essere la madre del transfer student), sottolineando la complessità dell’impianto discorsivo di “My Name” e le modalità con cui la pellicola adopera elementi tipici della produzione mainstream sudcoreana per imbastire riflessioni storiche e sociali non banali.

La scelta dell’isola di Jeju come ambientazione è determinata in maniera ancora più rilevante da uno degli eventi più drammatici e spesso meno noti della storia coreana moderna, ovvero la cruenta repressione che il regime inflisse alla popolazione locale per il presunto supporto alla sollevazione di ispirazione comunista del 3 aprile 1948, episodio ritenuto da taluni preparatorio alla guerra di Corea combattuta fra il 1950 e il 1953. Causa di decine di migliaia di vittime, la repressione governativa e le sue possibili implicazioni genocidiarie ai danni della popolazione isolana vengono introdotte in sordina nel film di Chung, apparendo semmai come un non detto, un vuoto attorno al cui ricordo si articola la vita della comunità locale nell’indifferenza, o aperta ostilità, delle istituzioni, in primis la scuola. Un vuoto è d’altronde anche quello attorno a cui è costruita la vita di Jeong-sun, dal momento che la donna non ricorda i primi anni della sua vita, creando un parallelo fra quella che si rivela essere l’effettiva protagonista del film e la sua comunità.

Ciò che allontana definitivamente “My Name” dalle secche del teen drama sudcoreano più convenzionale è la decisione, debitamente preparata nella prima metà della pellicola approfondendo il contesto e le relazioni fra i personaggi, di separare la pellicola in più filoni narrativi una volta superata la metà. Arrivati a quella che in un’altra pellicola sarebbe stata probabilmente la scena madre del film, quando il passato di Jeong-sun e il suo vero legame con Young-oak vengono alla luce, Chung Ji-young opta per rovesciare un altro cliché del genere e rappresentare in maniera anticlimatica questo momento, per poi proporre un repentino salto avanti nei decenni che porta la storia nel presente, con l’ormai adulto Young-oak che torna a visitare la terra natia. Da questo momento “My Name” deflagra, separandosi in tre linee narrative che raccontano quasi 80 anni di storia dell’isola di Jeju. Il montaggio parallelo si fa via via più frenetico man mano che il minutaggio procede, mentre la regia stessa muta, contrapponendo alla canonica alternanza di primi piani e campi medi del paratelevisivo teen drama ambientato negli anni 90 una regia che non manca di virtuosismi nel rappresentare il presente (soprattutto nel finale) e uno stile più enfatico, ricco di dettagli e primissimi piani e che abbonda pure di ralenti, quando il racconto si sposta ai tempi della repressione governativa.

Dopo che la scoperta della verità sulle origini di Young-oak mette a nudo il fatto che “My Name” sia molto più di un coming of age sudcoreano di ambientazione scolastica come ve ne sono molti, il film si rivela un viaggio nella storia personale di Jeong-sun e della sua famiglia e in quella dell’isola di Jeju (e di conseguenza della Corea del Sud in toto) e non è un caso che a questo punto della pellicola tutte e tre le linee narrative vengano costruite attorno a un viaggio di crescente urgenza. Ma forse ciò che è più interessante è che a questo punto il film di Chung stesso diviene ancora più esplicitamente un viaggio anche fra molti dei generi cardine del cinema sudcoreano: il teen drama si muta in una sorta di gangster movie, il dramma storico assume la forma di un tensivo survival e la dramedy di ambientazione contemporanea finisce per ricordare a tratti un film etnografico per l’attenzione che riserva alla storia e alla cultura della terra che racconta. Il rischio che un film cominciato come un compito teen drama dal setting scolastico soccombesse a questa inaspettata complessità era evidente, ma, come la regia di Chung Ji-young guida con eleganza la macchina da presa e l’occhio di chi guarda attraverso un vasto memoriale nel finale della pellicola, così la sceneggiatura accompagna con efficacia la riflessione sulle modalità con cui storia personale e Storia nazionale si mescolano, perché i drammi privati possono serbare in grembo i germi di ciò che permetterà di affrontare quelli collettivi.

21/02/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Nam ireumeun
Durata
120'
Produzione
Aura Pictures, Let's Film
Sceneggiatura
Chung Ji-young, Kim Sung-hyun, Kim Hyun-woo
Fotografia
Kim Hyung-koo
Scenografie
Lee Kang-il
Montaggio
Lee Kang-il
Musiche
Shin Min
Costumi
Kim Ha-kyoung

Trama

Jeju (Corea del Sud), 1998. Il giovane Young-oak, arrivato al terzo anno di superiori, continua a vivere con disagio il fatto di avere un nome tradizionalmente femminile, datogli dalla madre, apprensiva e non più giovane, Jeong-sun. Un possibile cambiamento arriva con un nuovo compagno di classe, giunto da Seoul e che scombina gli equilibri della classe coi suoi modi arroganti, spingendolo a uscire dalla sua mediocrità. Nel frattempo Jeong-sun si trova a interfacciarsi con una nuova psichiatra, la quale la invita a ricercare nei suoi ricordi le cause degli incubi e delle crisi psicotiche che a volte la affliggono.
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