I primi della lista

I primi della lista


Roan Johnson

Commedia | Italia
(2011)

“Gli ideali hanno strane proprietà, e, fra le altre, quella di trasformarsi nel loro contrario quando si vuol seguirli ciecamente” (Musil)

Per la sua opera prima il regista esordiente Roan Johnson (cresciuto a Pisa da madre materana e padre inglese) sceglie una storia vera. Una di quelle che si sentono circolare nelle città e non si sa mai dove finisce la realtà e dove comincia la legenda, per quanto sono singolari. E questa storia singolare lo è, ma è altrettanto vera. Il 1 Giugno del 1970, Pino Masi è un cantante conosciuto (aveva appena fondato il Canzoniere Pisano) e una sorta di guru della sovversione per i giovani con la velleità di cambiare il mondo. Renzo Lulli è uno studente di buona famiglia che sogna di suonare e, accompagnato dal suo amico Fabio Gismondi, si reca da Pino Masi per un provino. Lulli è il più debole dei due e forse il meno animato dal pathos politico, ha un rapporto conflittuale con il padre che lo reputa un perdente, e insieme all’amico Gismondi, coltiva afflati rivoluzionari. E poi c’è Pino Masi, l’umanizzazione del mito, a metà strada tra il funambolo e il vate. La notizia di un golpe giunta all’orecchio di Masi indurrà i tre  a cercare di raggiungere prima la Jugoslavia e poi l’Austria. Perché se un colpo di stato avverrà, i musicisti, gli scrittori e gli intellettuali saranno i primi della lista. Da qui in poi si innescheranno una serie di equivoci, sotto la spinta della tendenza alla paranoia di Pino Masi e l’acquiescenza degli altri due di fronte all’autorevolezza del loro leader.

Non è facile realizzare un film che racconti pezzi degli anni ’70 nell’epoca del post-terrorismo: si è troppo lontani nel tempo per non abbandonarsi a revival di sottofondo (“Mio fratello è figlio unico”, “Romanzo criminale“), cosicché da opere rappresentative e analitiche come “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” o “Io ho paura” (per citarne alcuni) si è passati – ora che quel quadro storico è un ricordo che si sta ingiallendo – a una riproposizione degli anni 60-70 in chiave mitica, con opere dalla connotazione idealistica che strizzano l’occhio ai fervori giovanili. Il merito di Roan Johnson, invece, sta proprio nell’essere riuscito a raccontare una storia, vera e ambientata in un periodo storico colmo di ambivalenze, senza cadere nella facile ideologia e dosando la giusta ironia, che non eccede mai, sfociando in derive farsesche. Merito di una sceneggiatura, scritta con Renzo Lulli (il vero), che sa scegliere il tono da dare alla storia.

Roan Johnson sembra tagliato per giocare di equilibrismo e la sua regia è quanto mai azzeccata; il taglio intimista lambisce l’impresa (sur)reale dei tre giovani e ne conferisce un realismo granitico. Il film, pur tra i sorrisi, rivela il clima di paura e agitazione che si viveva negli anni 70, raggiungendo esiti di astratto complottismo quando l’impeto giovanile si oscurava in persecuzione. I tre protagonisti, Claudio Santamaria (Pino Masi), già rodato in ruoli simili, e i due esordienti: Francesco Turbanti (Renzo Lulli) e Paolo Cioni (Fabio Gismondi) aderiscono bene al contesto narrato fino alla fine in cui cantano “Quello che non ho” di  De André, omaggio e manifesto in musica del sentire coevo. La colonna sonora, firmata da Ratchev e Carratello (“Pranzo di ferragosto“, “Gianni e le donne“), stride con la tradizione che associa la reverenzialità della musica anni 70 ai film sugli anni 70, in linea con l’elaborazione contemporanea che fa di questo periodo storico l’archetipo della nostalgia. Nel seguire l’avventura spassosa dei tre non ci si può non soffermare sulla figura di Pino Masi e chiedersi  se quello che si ha di fronte è un imbonitore delle coscienze di giovani facili all’utopia e anche i suoi fedeli compagni, di fronte all’evidenza del guaio combinato, vacilleranno nel riconoscere ancora in Masi un leader piuttosto che un millantatore. A ridare un po’ di lustro alla figura sgualcita del cantautore di Lotta Continua, però, interviene il regista che alla fine del film inserisce una didascalia che informa che di lì a poco ci sarebbe stato il tentativo di colpo di stato (sventato) di Junio Valerio Borghese. Una casualità o la dimostrazione delle doti profetiche di Masi?. Il film propende blandamente per la seconda, ma si limita (per fortuna) ad instillare il dubbio. 

15/11/2011

Cast e credits

Titolo Originale
I primi della lista
Distribuzione
Istituto Luce
Durata
85'
Produzione
Film Commission Torino Piemonte, Palomar
Sceneggiatura
Roan Johnson, Davide Lantieri, Renzo Lulli
Fotografia
Tommaso Borgstrom
Scenografie
Mauro Vanzati
Montaggio
Marco Guelfi
Musiche
Ratchev e Carratello
Costumi
Andrea Cavalletto

Trama

Incentrato su una storia vera, ambientata negli anni '70, quando Pisa era uno dei centri nevralgici dei moti studenteschi. Pino Masi è un cantante rinomato del luogo, cui giunge voce che di lì a poco ci sarebbe stato un colpo di stato. Decide così, insieme a due amici che erano con lui, di scappare dall'Italia per qualche giorno. Versi il confine jugoslavo vedranno dei convogli militari dirigersi verso Roma (per la parata del 2 Giugno) e nella paura si convinceranno dell'imminente golpe. Da qui si innescheranno una serie di equivoci che accompagneranno quest'avventura on the road.
L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt