Promised Land

Promised Land


Gus Van Sant

Drammatico | Usa
(2013)

Che ci sia un “doppio” Gus Van Sant non è più un mistero per nessuno. C’è il Gus Van Sant di “Elephant” e quello di “Milk“, il Van Sant di “Will Hunting” e il regista di “Gerry“: titoli che rimarcano una singolare discontinuità, tra l’adeguamento espressivo ai canoni tradizionali e una rielaborazione complessa e sui generis votata a un coraggioso, spesso sorprendente sperimentalismo. Questa continua mutevolezza di registro stilistico non può spiegarsi come indice di mera indecisione o, peggio ancora, come sintomo di un curioso disturbo bipolare. Sembra piuttosto che l’autorialità di un cineasta affermato come Gus Van Sant risieda nella scelta perfettamente consapevole di restare slegato da qualsiasi refrain stilistico, da ogni segno distintivo che possa svelare, etichettandola, una precisa caratterizzazione estetica. L’autorialità di Van Sant consisterebbe, insomma, nel voler essere un “non-autore”. Pure questa tesi però cade miseramente di fronte all’evidente comunanza di tematiche e al gran numero di elementi ricorrenti (politici, sociali, antropologici o anche solo attoriali, fisionomici e gestuali) che legano strette anche le opere apparentemente più distanti del regista di Portland.

Qual è allora il principio, l’elemento generatore di un cinema così disuguale e polimorfo che si evolve in forme più complesse o si reinventa in espressioni più semplici e limpide, pur mantenendo interessi uniformi? È il regista stesso, quindi il “nome” che lega tutto un corpus cinematografico e che traina inevitabilmente con sé non solo un particolare estro, ma uno spirito definitore, una sensibilità umana che resta immutata nonostante venga declinata in forme diverse, se non opposte. Insomma, il minimo comune denominatore dei film di Gus Van Sant sta nel fatto che sono “film di Gus Van Sant”.

Sotto questo punto di vista, “Promised Land” è il film che meno gli appartiene. Non tanto per ragioni interne al testo, quanto per la storia produttiva della pellicola. Era nata come l’atteso e annunciato esordio dietro la macchina da presa di Matt Damon, a partire da una sceneggiatura scritta in prima bozza da John Krasinski, basata a sua volta su un soggetto di Dave Eggers e modificata da Damon solo in un secondo momento. Poi, però, impegni legati all’intensa attività dell’attore non gli hanno permesso di seguire dall’inizio tutte le fasi di pre-produzione: da qui la decisione di passare il testimone all’amico Van Sant, quando il progetto era già definito.

L’obiettivo del duo di sceneggiatori Damon-Krasinski è chiaro: portare alla ribalta la spinosa questione dei giacimenti di gas naturale e specialmente della tecnica estrattiva adoperata per ricavarli, il fracking, che sembra presentare alti rischi di contaminazione delle risorse naturali, trivellando le zone in cui viene applicata. Perciò la componente prettamente fiction – la storia di Steve Butler, manager della Global Energy che, a contatto con l’America rurale, abbandona la sua carriera per ritrovare bontà d’animo e radici agresti – è solo un pretesto per collocare la finalità “divulgativa” in un contenitore più facilmente diffondibile di un documentario, che coniughi intrattenimento e informazione, garantendo l’instaurarsi di un rapporto empatico tra pubblico e personaggi.

Sebbene questo punto di partenza sembri voler relegare il mezzo-cinema a semplice recipiente di contenuti, “Promised Land” non è privo di intelligenti trovate visive che ravvivano e arricchiscono un’indagine socio-ambientale onesta, perché non si limita a porre l’attenzione sulla singola tematica, ma riesce a interrogare il pubblico, senza troppe semplificazioni o inutili cadute nel retorico. La mancanza di banali enfasi ecologiste o di ridicoli patetismi è tutta a favore di una chiarezza espositiva che, coniugata a una regia solida e di buon mestiere, rende digeribile anche il finale più politicamente corretto.

Il resto lo fa una molto bella e affiatata squadra d’interpreti che riesce a colorare adeguatamente personaggi sulla carta non troppo incisivi. Francis McDormand è, da sola, un valore aggiunto.

16/02/2013

Cast e credits

Titolo Originale
Promised Land
Distribuzione
Bim
Durata
106'
Produzione
Chris Moore, Michael Sablone
Sceneggiatura
Matt Damon, John Krasinski
Fotografia
Linus Sandgren
Scenografie
Daniel B. Clancy
Montaggio
Billy Rich
Musiche
Danny Elfman
Costumi
Juliet Polcsa

Trama

Steve Butler è un manager di successo presso la Global Energy, una compagnia energetica impegnata nell'estrazione di gas naturale tramite la moderna tecnica del "fracking". Insieme a una collaboratrice, si reca in un un piccolo centro dell'America rurale per inserirla tra le località estrattive.
Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli