La ragazza che giocava con il fuoco

La ragazza che giocava con il fuoco


Daniel Alfredson

Thriller | Svezia
(2009)

Secondo atto della trilogia-besteller di Stieg Larsson. Con cambio dietro la macchina da presa: Daniel Alfredson subentra a Niels Arden Oplev per “La ragazza che giocava con il fuoco”, dove la protagonista, ovviamente, non poteva non essere lei, Lisbeth Salander, la ragazza che odia gli uomini che odiano le donne.

Stavolta, più che sulle rotte del web, la più cool delle hacker letterarie si deve confrontare con la violenza brutale di un’organizzazione per la tratta delle ragazze dell’Est. Un confronto soprattutto fisico e sul fisico: il corpo tirato e tatuatissimo dell’eroina, infatti, sarà sottoposto a supplizi d’ogni genere. In più, le piomberanno addosso i sospetti di un triplice omicidio, da cui solo lei, braccata dalla polizia e dai suoi aguzzini, potrà scagionarsi. Ad aiutarla, naturalmente, Mikael Blomkvist, il cronista d’assalto tornato alla guida della rivista Millennium e pronto a pubblicare un numero speciale proprio sulla piaga del trafficking.

La carne al fuoco è tanta, forse anche troppa per una pur lunghissima pellicola (129′). Oltre al rapporto lacerante e truculento della protagonista col padre, c’è il nuovo affondo in quella sacca torbida di opacità razzista e maschilista che inquina la progressista Svezia. E poi il rapporto-giornalismo-politica, l’ipocrisia delle politiche di assistenza sociale, la complicità delle istituzioni.

Ma nel centro del mirino c’è soprattutto la figura enigmatica di Lisbeth, giustiziera interdetta, rinchiusa nella sua corazza indistruttibile (anche troppo, alcune prove di forza superate appaiono decisamente eccessive, dalle tre pallottole alla sepoltura) e trasformata in una sorta di Rambo androgino. E in questo c’è anche il limite del film: nel concentrarsi sull’aspetto eroico e sull’azione, non solo si rivela privo di mordente, ma finisce col relegare ai margini del racconto cinematografico aspetti che potevano trovare ben altro sviluppo, dal rapporto “telematico” tra Lisbeth e Mikael allo scavo psicologico degli “uomini che odiano le donne”, annidati nelle istituzioni allo stesso modo che nella criminalità organizzata.

Certo, Noomi Rapace resta una splendida Lisbeth Salander, sempre più icona da fumetto dark, ma non sempre il film riesce a sublimarne l’affascinante personalità.

Insomma, un sequel in tono minore, ma si spera che il terzo capitolo cinematografico possa restituire un po’ di quel senso di glaciale e affascinante inquietudine che ha ispirato la trilogia e che  trasudava con più efficacia dagli scenari ghiacciati di “Uomini che odiano le donne“. E chissà se davvero sarà confermata l’indiscrezione secondo cui Quentin Tarantino sarebbe interessato a riportare sullo schermo la trilogia di “Millennium”: se ne potrebbero vedere delle belle…

13/01/2010

Cast e credits

Titolo Originale
Flickan som lekte med elden
Distribuzione
Bim Distribuzione
Durata
129'
Produzione
Nordisk Film, Sveriges Television (SVT), Yellow Bird Films, ZDF Enterprises
Sceneggiatura
Jonas Frykberg (dall’omonimo romanzo di Stieg Larsson)
Fotografia
Peter Mokrosinski
Scenografie
Jan Olof Ågren
Montaggio
Mattias Morheden
Musiche
Rasmus Hansen
Costumi
Cilla Rörby

Trama

Mikael Blomkvist è di nuovo alla guida di Millennium ed è pronto a lanciare un numero speciale su un vasto traffico di prostituzione dai paesi dell’Est. L’inchiesta si preannuncia esplosiva, ma poco prima di andare in stampa, avviene un triplice omicidio: l’attenzione di polizia e media nazionali si concentra su Lisbeth Salander
L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi

Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.