Rapacità

Rapacità


Erich von Stroheim

Drammatico | Usa
(1924)

Personaggio eccentrico e poliedrico, Erich von Stroheim ebbe una vita assai intensa: fuggito dall’Austria negli Stati Uniti a seguito di un duello sfortunato, prima di intraprendere la carriera cinematografica si cimentò in innumerevoli mansioni, tra cui membro della cavalleria americana, guida per turisti, addetto alle pulizie, corrispondente per riviste di moda tedesche e francesi, per poi avvicinarsi alla drammaturgia e finalmente al cinema nel 1914, ma inizialmente solo come comparsa, alla Triangle, casa di produzione hollywoodiana. La complessa esperienza esistenziale non poté quindi che riflettersi nelle opere del cineasta tedesco, sui personaggi emblematici al centro dei suoi soggetti, spesso originali o tratti da romanzi contemporanei.


“Rapacità” (“Greed”), film muto del 1924, riprese meticolosamente il controverso romanzo a carattere verista “McTeague” di Frank Norris. Pellicola fortemente critica verso la società americana, i suoi protagonisti, McTeague e Trina, sono l’emblema della rampante generazione pionieristica di fine Ottocento; lui, dentista improvvisato, ma senza alcun titolo legittimo, è inizialmente spronato ad affermarsi dall’ambizione materna; lei, educata al perbenismo tra il pudico e il quacchero, è in apertura mostrata con una certa bonarietà. Tuttavia la loro evoluzione è deteriore, nella dimostrazione di una tesi prestabilita, i due soccombono ai vizi che sin da principio sono insiti in loro, sia singolarmente, sia come mali esemplari della collettività a cui appartengono. Per l’uno l’intraprendenza si muta in violenza cieca, per l’altra nella parsimonia si cela una patologica avidità. La parabola decadente dei due personaggi, tipizzati all’estremo, non lascia alcuna speranza di redenzione, né nessuna ombra di bontà; in un distacco molto affine al teatro brechtiano, per lo spettatore è impossibile qualsiasi forma di immedesimazione, di empatia: resi volontariamente odiosi, i protagonisti devono infatti solo condurre il pubblico a una distaccata riflessione.


Non solo la trama, ma anche la qualità dell’immagine e del girato tradiscono una ben definita volontà del loro artefice: da una parte la recitazione sincopata, il calcato contrasto chiaroscurale e gli intensi primi piani tendono a intensificare la caratterizzazione di Trina e McTeague; dall’altra il montaggio allegorico è teso a trasmettere un significato ulteriore: esemplare è la scelta di alternare la sequenza del banchetto a quella in fuori campo di una processione funebre, conferendo significato funesto al lieto evento. In un susseguirsi di segni negativi e comparse grottesche, che circondano i due interpreti centrali, ogni aspetto del film è dunque finalizzato a un’analisi impietosa dell’ipocrisia, della miseria umana, tratto tipicamente espressionista, ma anche stroheimeriano. 

Figlio del proprio tempo, il cineasta austriaco è partecipe del malessere profondo primonovecentesco, quello mostrato sul grande schermo come in pittura dalle avanguardie, in particolare dall’espressionismo filmico a partire da “Il gabinetto del Dottor Caligari”. Lontano tuttavia dal linguaggio tipico del suddetto movimento artistico, le stilizzate scenografie dipinte sono sostituite da un approccio naturalista, che mostrava al pubblico senza fronzoli estetici il male che li circondava. Girato infatti per gran parte all’aperto, a San Francisco, nella Valle della Morte e in Sierra Nevada, l’autore scelse per le riprese i luoghi reali dove era ambientato il controverso romanzo. Basandosi inoltre sulla chiarezza visiva e narrativa, come sostenuto da Edoardo Bruno in “Espressione e Ragione in von Stroheim” (2000), il regista elesse come proprio modello Griffith ed espletò la funzione didattica, per lui primaria, attraverso una trama coinvolgente unita a sceneggiature comprensibili e fruibili, tramite cui trasmettere un messaggio più profondo.

L’opera risultò tuttavia alquanto problematica, anche per la notevole estensione iniziale (otto ore, ossia quarantotto bobine), che mal si accompagnava con la fruizione del grande pubblico americano e, pertanto, reputata indigesta; la pellicola, successivamente tagliata della metà dal regista stesso a quattro ore (ventiquattro bobine), fu ulteriormente ridotta a tre ore da Rex Ingram e alla versione finale di 108 minuti, dalla MGM, perdendo gran parte del suo spessore originale. 
Il regista, amareggiato per il trattamento a cui era stato sottoposto il proprio lavoro, continuò comunque a collaborare con la MGM, sebbene gli ingaggi a lui offerti si limitarono sempre più, sia per la forte carica polemica che lo contraddistingueva, sia per i notevoli costi di produzione che i suoi progetti comportavano.

Per quanto arrivatoci solo parzialmente, “Rapacità” è un imprescindibile documento, sia per la resa della arrivista società americana, sia per la fusione del lessico naturalista all’acre critica sociale tipica dell’espressionismo, sia come perfetta combinazione tra mezzi tecnici (fotografia e recitazione in primis) e intento moralizzante, fornendoci un esempio delle possibilità espressive conseguibili attraverso il cinema muto.

11/08/2014

Cast e credits

Titolo Originale
Greed
Distribuzione
Metro-Goldwyn-Mayer
Durata
144'
Produzione
The Goldwyn Company–Metro-Goldwyn
Sceneggiatura
Erich von Stroheim, June Mathis
Fotografia
Ben F. Reynolds, William H. Daniels
Scenografie
Cedric Gibbons
Montaggio
Joseph W. Farnham
Musiche
William Axt

Trama

Un dentista sedicente, MacTeague, s'innamora della fidanzata del suo amico Marcus, Trina e la sposa. Poco prima delle nozze lei vince alla lotteria, ma, invece di usare le ricchezze acquisite, diviene sempre più avara e arcigna, fino a esasperare il marito.
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