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recensione di Gabriele Nanni
8.5/10

Il terzo capitolo della saga di "Avatar" costituisce per James Cameron una sfida più difficile delle prove che con gli episodi precedenti dovette sostenere per far breccia sul pubblico di tutto il mondo. Nel 2009, infatti, la spinta propulsiva che aveva portato la prima avventura su Pandora a diventare la pellicola di maggior incasso nella storia del cinema era rappresentata dall'innovazione di un uso magniloquente del 3D, volto a dimostrare la forza che un'accentuata profondità di campo può avere sul grande schermo. Nel 2022, invece, complici i due lustri e mezzo di attesa trascorsi ad aspettare un ritorno sul pianeta dei Na'vi, "Avatar – La via dell'acqua" era stato pubblicizzato e accolto come un vero e proprio film evento, fatto questo che ha permesso alla produzione di cavalcare sapientemente l'hype andatosi a generare attorno al lungometraggio negli anni precedenti.

Per "Avatar – Fuoco e cenere" il regista canadese non ha a disposizione del suo arco nessuna delle due frecce che avevano reso grandi al botteghino i capitoli antecedenti, rispettivamente primo e terzo nella classifica dedicata ai film che hanno incassato in assoluto di più nella storia del cinema. Il 3D ha infatti tradito in parte le sue promesse d'impatto sulla fruizione dei film in sala mentre, dall'altro lato, troppo poco tempo è trascorso da "Avatar – La via dell'acqua" per poter di nuovo fomentare l'attesa nei confronti di una nuova declinazione della saga e al contempo la nostalgia per i lavori precedenti. Eppure, il terzo canto di quello che è a tutti gli effetti un inno d'amore ambientalista verso la biosfera (di Pandora, a rappresentare metaforicamente quella della Terra) risulta all'altezza dei suoi predecessori, per profondità di significato in primis e per coerenza del suo autore in secundis, e nelle righe che seguono si cercherà di spiegare perché.

La Vita vince sempre

Con "Avatar – Fuoco e cenere", James Cameron porta su un nuovo livello il messaggio del "Jurassic Park" di Steven Spielberg, altro grande innovatore per il mondo degli effetti speciali che, proprio con l'adattamento del romanzo di Michael Crichton, fece scuola nell'utilizzo dell'animatronica allo stesso modo in cui Cameron la farà con la saga di "Avatar" per quello della computer grafica. Se infatti nei primi due film della sua personale epopea "fanta-sci-fi" il regista di Kapuskasing getta i semi di quella che è a tutti gli effetti una fusione interplanetaria tra razze aliene, è nella terza pellicola del racconto che egli comincia a raccoglierne i primi veri frutti.

Innanzitutto, i fa sempre meno netta e più sfumata la separazione tra Gente del Cielo e Na'vi. Già da "La via dell'acqua" si sa che gli avatar non sono solo "strumenti" di cui avvalersi per esplorare Pandora senza subirne l'atmosfera: per alcuni esseri umani, come il protagonista Jake e la sua nemesi Quaritch, essi costituiscono ormai il loro unico corpo. Sempre nel corso del secondo capitolo, si apprende anche della possibilità che una Na'vi, Neytiri, possa accoppiarsi con un umano/avatar generando una stirpe fertile, di fatto sottintendendo che Na'vi e Avatar appartengano ormai alla stessa specie. A Kiri, figlia adottiva di Jake e Neytiri, viene svelato in "Fuoco e cenere" di essere nata per partenogenesi dall'avatar della dottoressa Grace dopo che questo entra in contatto con Eywa, la Grande Madre, alla fine degli avvenimenti di "Avatar". Spider, figlio umano di Quaritch, a un certo punto del film e per motivi che verranno ripresi più avanti nell'analisi, si fonde con un micelio simbionte e comincia a respirare l'aria di Pandora senza rimanerne intossicato.

Perfino da un punto di vista non strettamente biologico bensì sociale viene fotografata questa fusione tra razze, dal momento che, per la prima volta, alcuni Na'vi autoctoni comprendono la superiorità delle armi umane rispetto a quelle convenzionali usate dai loro antenati e non esitano a usarle in battaglia contro i loro simili. Neytiri, in occasione della missione di salvataggio di Jake, capisce che l'unica via per scontrarsi ad armi pari con la Gente del Cielo consiste nell'utilizzare le frecce-missile che verso inizio film suo marito costruisce per lei, di fatto andando contro il volere degli antenati per riuscire in uno scopo altrimenti non raggiungibile. Gli stessi pacifici Tulkun, che per antiche tradizioni non seguono mai la via della guerra, pena l'esilio dal proprio clan, si convincono nelle fasi finali del film che ribellarsi ai soprusi può talvolta essere l'unica soluzione possibile se si vuole sopravvivere, rifiutando così il proprio conservatorismo e abbracciando, per la prima volta, il progresso.

Tutti questi elementi suggeriscono la visione estremamente scientifica ed evoluzionistica che Cameron ha della vita. Per il regista canadese essa trova sempre una strada per preservarsi, anche a costo di mischiare i patrimoni genetici e far nascere nuovi organismi e modalità di sopravvivenza. Su Pandora la "contaminazione" delle razze è cominciata nel momento in cui la Gente del Cielo ha posato il primo piede sul pianeta ed è ormai impossibile arrestarla. Per quanto gli esseri umani possano cercare di distruggere Pandora depredandola delle sue ricchezze naturali, non potranno mai del tutto uccidere la sua anima: la Vita, o la Grande Madre Eywa che dir si voglia, alla fine trionfa sempre, trovando di volta in volta nuovi modi per adattarsi.

Orgasmi di vita, orgasmi di morte

Con "Avatar – Fuoco e cenere" Cameron introduce nella saga, per la prima volta in maniera così netta, il tema della sessualità, non solo a scopo visivo e sensoriale, ma di concerto con il core dell'opera analizzato nelle righe precedenti. D'altronde il sesso è (anche) vita: solo procreando è possibile garantire la sopravvivenza della propria specie ed era quindi inevitabile che prima o poi questo aspetto facesse capolino all'interno della narrazione. Tuttavia, è interessante notare come Cameron non si limiti a mostrare solo il lato vitalistico del sesso, bensì fotografi a schermo anche quello più oscuro. Per comprendere la complessità della visione di Cameron si analizzeranno i due episodi a tal proposito più emblematici di "Fuoco e cenere".

Il primo ha per protagonisti Kiri e Spider, in occasione della simbiosi mutualistica che quest'ultimo effettua con il fungo "pandoriano" di cui si accennava nelle righe precedenti. Per far sì che questa vada a buon fine, Kiri ha un vero e proprio amplesso con Eywa, durante il quale entra in uno stato di trance attraverso cui riesce a impartire ordini al floema delle radici sottostanti così che queste penetrino nel corpo del ragazzo e gli salvino la vita. La sequenza, oltre che essere visivamente suggestiva ai limiti dell'horror, è emblematica per capire la relazione panica che i Na'vi hanno con la Grande Madre, e Kiri, per sua natura, sembra essere particolarmente portata a sviluppare questo tipo di rapporto con essa. Il legame che i popoli dalla pelle blu sviluppano con l'ambiente naturale va ben oltre la semplice armonia. È un prendervi parte con la loro totalità, se necessario persino tramite l'accoppiamento, amandolo e preservandolo nel rispetto della vita, in qualsiasi forma essa si presenti. Nel caso di Kiri, è quella di un ragazzo umano coraggioso del quale si è innamorata – e infatti la giovane Na'vi bacerà teneramente Spider.

Di carattere opposto è invece l'esaltazione che prova Varang, clan leader e Tsahìk del Popolo della Cenere, quando per la prima volta prende in mano un fucile e comincia a sparare alla vegetazione nella foresta. In una curiosa inversione dei ruoli di allievo e maestro che fu alla base del rapporto tra Jake e Neytiri nel primo "Avatar", in "Fuoco e cenere" è l'umano Quaritch a insegnare alla spietata predona Na'vi come usare i lanciafiamme per generare facilmente il fuoco che lei tanto venera. L'apprendimento culmina con l'estasi della distruzione, nella consapevolezza di una (presunta) onnipotenza della tecnologia umana sulla natura di Pandora e si conclude con un rapporto sessuale tra Quaritch e Varang per sfogarne la tensione. In questo caso non c'è nulla di salvifico nell'erotismo della Tsahìk verso la devastazione: solo una cieca, irrazionale e autotelica volontà di soddisfacimento dei propri impulsi. Ma il sesso è anche questo – "purtroppo" o "per fortuna" si lascerà stabilirlo al lettore sulla base della sua sensibilità. Non sempre deve avere uno scopo, non sempre deve soggiacere a fini riproduttivi, anzi, è facile obiettare che nella maggior parte dei casi esso non risponda a logiche procreative, dal momento che di tutti i rapporti sessuali che si hanno nel corso di una vita, solo una piccola percentuale di essi viene attuata con lo scopo di avere figli. James Cameron lo mette in scena con questo dualismo: da un lato un'estasi vitale, mossa dal sincero affetto di una ragazza Na'vi per un ragazzo umano, dall'altro una mortale, mossa dal desiderio di sopraffazione della leader di un clan verso tutti gli altri suoi simili. Un orgasmo di vita e un orgasmo di morte.

Una direzione ostinata e contraria

Vale la pena poi spendere qualche parola sul comparto tecnico a supporto di "Avatar – Fuoco e cenere". Il suo autore, in fase di regia, dà prova di saper utilizzare una coerenza formale e di linguaggio ai limiti del parossismo. Ne nasce una regia contraddistinta da scelte drastiche e a tratti quasi respingenti, ma che si trovano in perfetta continuità con il progetto Avatar e che testimoniano quanto James Cameron possa essere considerato un visionario nel suo campo.

L'esempio più rappresentativo di questa tesi è dato dal massiccio uso di soggettive e handycam simulate, sparse un po' in tutto il film. Il medium a cui queste tecniche rimandano è ovviamente quello video-ludico, con tanto di replica di un first-person-shooter nel finale. Questo tipo di videogiochi è caratterizzato da un'aumentata immersione sensoriale del fruitore nell'azione e nella trama, poiché mette al centro degli avvenimenti colui che gioca e che perciò si ritrova a viverli in prima persona. Nel suo personale modo di concepire il grande schermo, il regista canadese porta questo concetto all'estremo, catapultando lo spettatore direttamente su Pandora, in volo a groppa di Ikran o in compagnia di Kiri che per mano lo conduce al cospetto di Eywa.

Nonostante la scelta possa risultare a tratti difficile da digerire per un "purista" della buona regia, si ricordi che essa è insita in "Avatar" fin dalle sue origini: il titolo stesso rimanda agli alter-ego dei videogame che vengono interpretati dai giocatori quando questi interagiscono con i propri mondi. Meta-testualmente parlando, gli "avatar" altro non sono che gli spettatori stessi, chiamati da Cameron a immergersi dentro Pandora e dimenticare per un attimo (si fa per dire, visto che "Fuoco e cenere" dura 3 ore e 17 minuti, il lavoro più lungo finora distribuito del regista canadese) il mondo reale.

Non solo: è evidente anche l'ostinazione di Cameron per l'utilizzo del 3D in un panorama cinematografico che sembra andare in direzione contraria, non avendo la suddetta tecnica reso fede alle promesse fatte sul finire degli anni 2000. Anche questa scelta concorre però agli scopi enunciati poco sopra, poiché lo stacco che la saga di "Avatar" acquisisce rispetto agli altri suoi "colleghi" contemporanei, con l'utilizzo della terza dimensione, proietta il film in un altro piano di esistenza. È come se fosse il modo di Cameron per comunicare al pubblico che quando ci si affaccia sull'universo di Pandora, si sta gettando il proprio occhio su qualcosa di mai visto prima, e che per comprenderne lo spirito sia necessaria una modalità di fruizione che sia la più immersiva possibile (anche a costo di sembrare, a tratti, un videogioco).

"Avatar – Fuoco e cenere" è per chi scrive un'opera molto profonda che nasconde sotto innumerevoli strati di effetti visivi un altrettanto ampio numero di significati e suggestioni, se si possiede la pazienza necessaria per volerli cogliere. Nell'attesa di sapere se otterrà il riscontro di pubblico essenziale ad avviare la produzione dei capitoli successivi, si può affermare con certezza che, se anche si fermasse alla trilogia, del progetto "Avatar" rimarrebbero evidenti influenze sul cinema degli anni. In poche parole, non rimarrebbero solo fuoco e cenere.


22/12/2025

Cast e credits

cast:
Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Oona Chaplin, Jack Champion, Kate Winslet, Cliff Curtis


regia:
James Cameron


titolo originale:
Avatar: Fire and Ash


distribuzione:
20th Century Studios Italia


durata:
197'


produzione:
20th Century Studios, Lightstorm Entertainment, TSG Entertainment


sceneggiatura:
James Cameron, Amanda Silver, Rick Jaffa


fotografia:
Russell Carpenter


scenografie:
Daniel Koene, Ed Symon, Vanessa Cole


montaggio:
John Refoua, Stephen E. Rivkin, James Cameron, Nicolas De Toth, Jason Gaudio


costumi:
Deborah L. Scott


musiche:
Simon Franglen


Trama
Sulla scia della guerra devastante contro l'RDA e la perdita del loro figlio maggiore, Jake Sully e Neytiri affrontano una nuova minaccia su Pandora: il Popolo della Cenere, una tribù Na'vi violenta e assetata di potere guidata dalla spietata Varang. La famiglia di Jake deve combattere per la sua sopravvivenza e il futuro di Pandora in un conflitto che li spinge ai loro limiti fisici ed emotivi.