La doppia ora

La doppia ora


Giuseppe Capotondi

Giallo | Italia
(2009)

Sonia (un’indecifrabile Kseniya Rappaport, già inquietante e ambigua ne “La sconosciuta” di Giuseppe Tornatore, 2006) è una giovane slava che rifà le stanze di un albergo di Torino.

Guido (un atletico Filippo Timi, a suo agio nudo, in boxer, in abiti civili e in divisa) è un ex poliziotto, adesso guardiano di una villa miliardaria.

I due si incontrano in uno speed-date, un megalocale kafkiano dove uomini e donne si parlano cinque minuti per studiare l’eventuale affinità di coppia; poi suona una campanella e avanti un altro; alla fine ognuno stila una classifica degli incontri e se il gradimento è reciproco si finisce a letto. Così succede per Guido e Sonia.

A questo punto bisogna diventare avari ed evitare di raccontare di più.

“La doppia ora” (quando i numeri delle ore e quelle dei minuti coincidono: 10 e 10, 22 e 22, la qual cosa è suggestiva nel display a quarzo ma non nell’orologio a lancette) è un giallo metafisico, una sciarada cioè che di tutto ciò che non riesce a spiegare lo giustifica con una sorta di “doppia personalità” di Sonia che vede tante cose, alcune reali, altre no.

Opera prima di Giuseppe Capotondi, coprodotto da quel Nicola Giuliano della Indigo Film che sta diventando garanzia di “cinema di qualità”, vedi “La ragazza del lago” (Andrea Molaioli, 2007) e tutta la filmografia di Paolo Sorrentino.

Decisamente, il film è ambizioso e all’ultima Mostra di Venezia ha fatto parlare di sé. Sceneggiatura di ferro, che ha infatti ottenuto una menzione al Premio Solinas, probabilmente non sarebbe dispiaciuto a Sir Alfred Hitchcock che (sempre probabilmente) avrebbe però commentato: “”Eh, questi italiani… scrivere non è il loro forte.”. Infatti i buchi ci sono e la possibilità di spiegare i misteri con la doppia personalità diventa a tratti un abuso e anche un invito alla noia, a circa ¾ del film prima del “gran finale” a Buenos Aires.

In un certo senso, anche questo cedimento non sarebbe dispiaciuto a Hitchcock che nei suoi film ha sempre previsto un momento di stanca per riprendere il fiato e l’energia necessarie a correre a rotta di collo insieme allo James Stewart di turno. Il nostro film però non ha un finale scoppiettante (che pare essere in conflitto con il concetto italiano di “cinema di qualità”) e la pausa prevista è così onirica che la persona che era con me si è addormentata per 10 minuti buoni.

Quando si è risvegliata e mi ha chiesto cosa si era perso le ho risposto: “Hai sognato?”. Alla sua risposta affermativa ho concluso: “Anche lei”. E così l’avevo messa al corrente di tutto quello che doveva sapere.

D’altra parte: perché perdere il sonno (letteralmente) per Sonia e Guido che in tutto il film non fanno granché per ispirare simpatia? Sembrerebbe una lacuna tecnica, la mancanza di “primi piani”, quelle “immagini-affetto” che saldano il rapporto spettatore-film.

In realtà è una questione a monte, in fase di scrittura: i personaggi non sono stati disegnati per creare empatia. E qui torniamo a Hitchcock, maestro di “primi piani” ma soprattutto capace di strutturare una storia su un innocente che tutti hanno già condannato e a cui ci affezioniamo di sicuro.

Durante il primo incontro, allo speed-date, Marco spiega a Sonia: “In questo modo socializziamo. Con 25 euro ne ricavi una cena e una scopata.”. Qualcuno, dietro di me, ha commentato: “25 euro e mangi pure?”. Quello al suo fianco ha rincarato: “25 euro e scopi pure?”. Punti di vista. Le battute saranno pure discutibili ma in quella scena l’assenza di pathos era già evidente di suo.

Discreta, alfine, la prova degli attori (ma a Venezia sono stati molto generosi: sia Timi sia la Rappaport hanno vinto il premio come miglior attore e attrice) tra i quali è bene ricordare anche Antonia Truppo, che nel film è Margherita, una peperina meridional-torinese che cerca di fare amicizia con la lunare Sonia. La vedremo nei prossimi giorni nel film di Francesca Comencini, “Lo spazio bianco”.

Per una questione generazionale, non posso omettere di ricordare il leit-motiv del film, la canzone dei Cure “In between days”, forse l’unica allegra di un gruppo, come si dice tra specialisti, “dark”. Il voto è basso ma incoraggiante.

In sé il film merita la sufficienza di stima ma se giocate in Borsa o anche solo semplicemente al Superenalotto, segnatevi il nome di Capotondi. I numeri sono buoni e, chissà, magari usciranno…

12/10/2009

Cast e credits

Distribuzione
Medusa Film - SND
Durata
95'
Produzione
Indigo Film - Medusa Film - Mercurio Cinematografica - Film Commission Torino Piemonte
Sceneggiatura
Alessandro Fabbri – Ludovica Rampoldi – Stefano Sardo
Fotografia
Tat Radcliffe
Scenografie
Totò Santoro
Montaggio
Guido Notari
Musiche
Pasquale Catalano
Costumi
Roberto Chiocchi

Trama

Sonia viene da Lubiana e fa la cameriera in un hotel. Guido è un ex poliziotto vedovo che lavora come custode in una villa fuori città. Si incontrano per caso in uno speed date. Lui è un cliente fisso. Tra i due nasce qualcosa...
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