C’eravamo tanto amati

C’eravamo tanto amati


Ettore Scola

Commedia | Italia
(1974)

 

Quando si rischia la vita con qualcuno ci rimani sempre attaccato come se il pericolo non fosse passato mai.

Finita la guerra, scoppiò il dopoguerra. E l’idea che gli anni successivi al conflitto mondiale rappresentarono una continuazione “fredda” della guerra civile, cui i protagonisti di “C’eravamo tanto amati” avevano partecipato, è l’essenza del capolavoro senza tempo di Ettore Scola. Un’opera marchiata da un’ambizione sfrenata, da una spericolatezza narrativa senza precedenti per la nostra commedia, una pellicola in cui, attraverso trent’anni di vita pubblica e privata, il regista racconta la vacuità di quei valori “di unità” che avevano caratterizzato la Resistenza.

L’Italia esce dalla guerra dopo una prova di coraggio e volontà degna di ogni tipo di orgoglio: attorno alle lotte partigiane si stringe la collettività che crede in una nazione che può e deve rialzare la testa. Ma nella storia dei tre combattenti volontari Antonio, Gianni e Nicola c’è tutta la contraddizione agrodolce, il senso di sconfitta e rimpianto per le premesse tradite. Quella società “più giusta” che tornava nelle città dopo aver combattuto sulle montagne si rivela un obiettivo fallace, un punto di arrivo che, in un modo o nell’altro, nessuno riuscirà a raggiungere. Scola, avvalendosi della sceneggiatura straordinaria scritta insieme alla coppia d’oro del cinema italiano Age-Scarpelli, dichiara fin dal titolo la volontà di far correre la narrazione malinconica e scanzonata su due binari: i valori pubblici e quelli più intimi si sovrappongono nelle disavventure dei tre coprotagonisti e il senso di smarrimento dei giovani ex partigiani si infrange contro il muro di ideali politici irrealizzabili e di storie d’amore imperfette. “C’eravamo tanto amati” sceglie una simbologia molto schietta: ogni personaggio porta in dote una metafora di un movimento della società del dopoguerra.

Se semo stufati d’esse buoni e generosi!

Antonio (Nino Manfredi in uno dei ruoli più impegnativi e lucenti della sua indimenticabile carriera) è colui che rappresenta il compromesso, il Partito comunista che, pur non svendendo i propri principi di fronte a una comunità che affronta i repentini cambiamenti politici ed economici, accetta di confrontarsi con il mondo reale. Per questo, pur venendo discriminato sul luogo di lavoro, non si arrocca su sterili posizioni oltranziste, ma decide di combattere la sua personale “guerra” per una società più giusta a viso aperto. E lo fa anche nei sentimenti, dove, tra alti e bassi nel corso di trent’anni, crede sempre strenuamente nell’amore senza macchie per Luciana, la donna conosciuta in corsia al San Camillo proprio all’indomani della Liberazione.

Vincerà l’amicizia o l’amore? Sceglieremo di essere onesti o felici?

Gianni (Vittorio Gassman in una delle interpretazioni che lui stesso definiva una delle sue migliori prove) è l’idealista che scende a patti con il potere. Identificato con quei partiti che, per governare, si accordarono con la Democrazia cristiana, sceglie di mettere da parte le idee originarie e di coltivare le sue ambizioni individualiste. Si laurea, si allea con un palazzinaro romano nostalgico fascista (l’insuperabile Aldo Fabrizi nei panni di Romolo Catenacci), ne sposa la figlia e conduce una vita agiata, lontano dagli ambienti sociali da cui proviene e costantemente sul filo di un rimpianto incombente per una vita più serena che non ha avuto. I suoi tormenti vengono esasperati dalla spregiudicatezza “amorosa”: è lui, infatti, a tradire il suo miglior amico portandogli via Luciana, per poi lasciarla in preda a pulsioni suicide proprio per scegliere una nuova vita.

Piuttosto che inseguire un’improbabile felicità è meglio preparare qualche piacevole ricordo per il futuro

Nicola (Stefano Satta Flores nel suo ruolo in assoluto più noto) è invece l’intellettuale del gruppo. È colui che viene decisamente accostato a quei movimenti di sinistra fin troppo elitari che, da risorsa di pensiero per le azioni e i manifesti politici, si dimostrano alla lunga inadatti a interpretare i cambiamenti della società che si modernizza e, incapaci di accettare un ridimensionamento del loro peso politico, finiscono per essere un’inutile componente “di disturbo”, una voce critica esclusa dalle assemblee e dalla vita produttiva del Paese. Nicola è così: “prende a calci la famiglia, il lavoro e finisce a scribacchiare recensioni firmandosi Vice”. Insomma, tutto per “un futuro migliore, ma il futuro è passato”. Solo alla fine, alla resa dei conti tra i tre amici, l’intellettuale duro e puro mostra un cedimento tanto quanto l’individualista e prende coscienza del suo fallimento umano e politico.

Il film di Scola segna decisamente una rivoluzione nel panorama della commedia italiana per l’innovazione nella scrittura e nello stile del racconto. Aiutato dalle voci narranti alternate di tutti i protagonisti, la pellicola scopre spudoratamente la sua vocazione teatrale, concedendosi il vezzo di permettere ai personaggi monologhi rivolti dritti in camera, narratori dentro la scena ma al tempo stesso estranei ad essa. Ed è sempre teatrale la sospensione dell’azione cinematografica in momenti di massima tensione emotiva, allorché il buio oscura i comprimari e Scola adopera lo strumento del seguipersone per illuminare i protagonisti del dialogo decisivo e aumentare la carica emozionale della scena.

Ma la sceneggiatura del trio Scola-Age-Scarpelli osa anche sul piano della coerenza cronologica, sequenza per sequenza. Il film è un continuo gioco di flashback nel passato, premesse lanciate e poi riannodate in un secondo momento, tutto per servire al meglio la causa, tutto per sottolineare l’impatto malinconico della storia. Con un artificio tecnico c’è il passaggio da un bianco e nero denso e fumoso, che omaggia il neorealismo così presente nel film, al colore, quando si fa un salto in avanti negli anni e si attraversa il boom economico sul finire degli anni 50, tutto nella scena del primo commiato dei tre amici: mentre la piazza si svuota la macchina da presa riprende un madonnaro all’opera sull’asfalto con una Sacra Famiglia che, gradualmente, si colora, come si colora la Roma che vi sta intorno e che fa da cornice a un periodo in cui il film riprende i personaggi impegnati ad affrontare la transizione del dopoguerra in modi diversi, ognuno lontano dagli altri due.

Facciamo un esempio di questo stile narrativo avvolgente e mai sterilmente virtuoso: nel primo tempo non vediamo il momento della separazione finale fra Gianni e Luciana. Sembra qualcosa che manca allo spettatore. Ma quando, passati gli anni, Elide ha sposato Gianni e gli confida la paura per un’ipotetica donna ideale, il primo piano di Gassman (con il supporto del tema musicale del maestro Armando Trovajoli) si illumina e dà il via a un flashback decisivo con un ritorno all’indietro accompagnato da un nuovo passaggio inverso dal colore al bianco e nero.

Caratteristica portante della commedia all’italiana, che in “C’eravamo tanto amati” trova una sublimazione, è la capacità degli autori di fare in modo che Storia e storia siano coprotagoniste della pellicola. Gli avvenimenti pubblici italiani non sono la cornice “intuita” da lontano, sono loro stessi parte fondamentale dell’opera, proprio attraverso le azioni e i pensieri dei personaggi principali, ognuno dei quali simbolo di un pezzo di società. Il simbolismo di Scola non è mai banale o scontato, bensì puntuale e sottotraccia, in modo tale che quello che è il ritratto corale di un Paese in tumulto e in costante cambiamento non oscuri la piccola storia di amore e amicizia di Antonio, Gianni, Nicola e Luciana. Perché il film è anche e soprattutto questo: una gigantesca epopea dei sentimenti, uno struggente dramma-commedia venato da tanta nostalgia verso un passato che aveva fatto sperare in qualcosa di meglio.

Si impone a questo punto una piccola riflessione anche sui personaggi di Stefania Sandrelli e Aldo Fabrizi.

Luciana, amata a turno da tutti e tre gli amici e tradita da due di loro, rappresenta quella coscienza collettiva riferimento tanto per Antonio quanto per Gianni e per Nicola. Lei cambia esattamente come cambiano i protagonisti e come cambia l’Italia attraverso le generazioni. E così, da bellezza svampita ed esuberante che sogna in grande il cinema di Federico Fellini, Luciana diventa moglie e madre responsabile che partecipa a un presidio per iscrivere i figli a scuola. È il passaggio dagli anni dell’esplosione del benessere a quelli di una più pragmatica presa di consapevolezza dei problemi reali: è l’amaro ritorno alla quotidianità che la spingerà alla scelta, anche sentimentale, più rassicurante e razionale.

Romolo Catenacci sta tutto in una frase provocatoria che urla, ormai vecchio e invalido, a Gianni: “Tu non scappi e io nun moro!”. Intercettando il senso di solitudine e di disillusione che, dopo l’arricchimento, colpisce il suo genero, l’arrogante palazzinaro rivendica una sorta di immortalità, di eternità nella società italiana. Via il fascismo e il regime, sgombrato il campo da vergognose idee politiche, Catenacci resta comunque a rappresentare gli interessi di quel malaffare conservatore insensibile al progresso, capace di corrompere con il denaro facile anche un idealista come Gianni e in grado, quando l’individualismo rischia di soccombere ai principi precedentemente traditi, di sopravvivere, da corruttore, al corrotto redento.

Passando dalle liti di Nocera Inferiore sull’importanza del neorealismo e di un film come “Ladri di biciclette”, la pellicola ripercorre, fra veloci apparizioni di divi che interpretano se stessi, l’evoluzione dell’arte e del costume nazionale. E se in televisione i quiz di Mike Bongiorno regalano speranze e sogni di riscatto, puntualmente disattesi, Roma resta sveglia di notte per seguire la lavorazione de “La dolce vita”, con i veri Fellini e Mastroianni impegnati sul set nella celebre sequenza della Fontana di Trevi. E mentre al cinema Brancaccio, quando ormai sono gli anni 60, proiettano “L’anno scorso a Marienbad”, la moglie di Gianni resta attonita di fronte al cinema di Michelangelo Antonioni. Una veloce carrellata di reazioni diverse per testimoniare come la Settima arte muti al ritmo delle novità sociali.

Avvalendosi delle migliori maestranze tecniche che il cinema italiano poteva vantare, dal trucco che ringiovanisce e poi invecchia i protagonisti con grande realismo alla fotografia che cita in continuazione e si adatta a diversi registri narrativi con il passare dei decenni, il capolavoro di Scola si staglia come un monolite nel panorama della commedia all’italiana, giungendo a compimento a metà del decennio che segna anche la fine di quel glorioso filone, quello degli anni 70. Come bilancio conclusivo, mettendo insieme il meglio degli sceneggiatori e degli interpreti, il film ha l’ambizione di racchiudere in due ore un racconto corale di come eravamo, come volevamo cambiare e come invece siamo poi diventati. L’ambivalente colonna sonora di Trovajoli, a metà tra il canto partigiano e il tema romantico dedicato alla protagonista femminile, Luciana, contribuisce a creare attorno all’opera quell’atmosfera epica che tuttora ne rappresenta un valore aggiunto.

Il film è dedicato a Vittorio De Sica, che segna una veloce apparizione nei panni di se stesso mentre spiega in un incontro pubblico un retroscena di “Ladri di biciclette”. Il maestro morì prima di vedere l’opera compiuta.

15/04/2013

Cast e credits

Distribuzione
Delta
Durata
125'
Produzione
Adriano De Micheli per Dean Film, Pio Angeletti
Sceneggiatura
Ettore Scola, Age & Scarpelli
Fotografia
Claudio Cirillo
Scenografie
Luciano Ricceri
Montaggio
Raimondo Cruciani
Musiche
Armando Trovajoli
Costumi
Luciano Ricceri

Trama

Gianni, Nicola e Antonio hanno fatto la Resistenza, certi di combattere per un futuro migliore. Poi, finita la guerra, hanno preso strade diverse: Antonio è portantino al San Camillo di Roma; Gianni è entrato, grazie al matrimonio, nella famiglia di un palazzinaro; Nicola insegna a Nocera Inferiore finché rompe con la famiglia e con la scuola e tenta di inserirsi nella critica cinematografica a Roma. Luciana, innamorata di Antonio, passa attraverso parecchie esperienze - compreso un tentativo di suicidio - prima di tornare da lui e sposarlo. In occasione di un incontro imprevisto, i protagonisti rievocano i tempi andati e i casi delle loro vite, e prendono atto dei cambiamenti, taluni drammatici.
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