Il mistero della casa del tempo

Il mistero della casa del tempo


Eli Roth

Fantasy | Usa
(2018)

Sorpresa. Che ci fanno Jack Black e Cate Blanchett nel nuovo film di uno dei giovani padri del torture porn? C’era una volta il cinema per bambini e ora non c’è più, ma Eli Roth sembra ignorarlo e continua a seguire la rotta di allontanamento dal pianeta horror (tappe: “Knock Knock“, “Il giustiziere della notte“) mettendo alla prova una versatilità che forse non gli appartiene. Abituato a spappolare teste di nazisti per l’amico Quentin e baciare dove camminano Ruggero Deodato e Edwige Fenech, Roth apparecchia una storia di orfanelli e stregoni (buoni e cattivi), ma non chiamiamolo Harry Potter (non del tutto). Vigila la Amblin di Spielberg, e lascia un’impronta profonda.

Tratto dal primo episodio di una saga letteraria inaugurata nel 1973, “Il mistero della casa del tempo” inizia con il piccolo Lewis, orfano novello col vizio dell’etimologia, in viaggio verso la sua nuova casa, quella di uno zio sconosciuto che gli si presenta in kimono. Strana dimora, strane persone, e presto l’arcano è rivelato: lo zio e la donna che vive con lui praticano le arti magiche e stanno cercando di impedire il ritorno dalla morte di un potente stregone che vuole attuare un piano malefico per spazzare via l’umanità dall’universo. Trama esile e sceneggiatura piatta, dove a spiccare (ma chissà se in positivo) sono il repertorio di smorfie di Jack Black e i duetti (duelli) verbali fra Black e Blanchett, mentre Lewis rimane quasi sullo sfondo oltre a essere uno dei personaggi-bambini più detestabili degli ultimi anni (il dodicenne Owen Vaccaro si impegna ma non è portato). Ovviamente come da tradizione c’è altro sotto, in primis: l’elogio della stranezza. Essere strani è figo se sai come farlo, e chi non è strano di solito è un po’ stronzo, come i nuovi compagni di scuola di Lewis che infatti lo bullizzano di brutto perché indossa occhialoni da aviatore e papillon; tutti tranne una bimba non etimologa ma entomologa (strana), in un’ottica che conferma i peggiori cliché sulla suddivisione in branchi della fauna studentesca pre-adolescenziale (americana?): ognuno sta col proprio simile e basta. E non è un caso che proprio Lewis risvegli lo stregone cattivo solo per far colpo su uno dei bulli di cui vuole tanto essere amico. Chiaro il messaggio? Prima di essere accettati dagli altri bisogna accettare se stessi per come si è. (Strani.)

Ancora più in profondità, l’intera faccenda tratta dell’elaborazione del lutto. Quasi chiunque nel film ha un lutto da superare, reale o metaforico (lo stregone cattivo – per la cronaca, Kyle MacLachlan – ad esempio è diventato cattivo dopo la “morte” della sua fiducia nell’essere umano) e l’avventura condurrà senza troppi imprevisti allo sperato lieto fine: la (ri)composizione di una nuova famiglia, il patteggiamento col dolore della perdita, e d’altronde lo sceneggiatore Kripke (creatore della serie “Supernatural”) si premura di piazzare in apertura di film l’aforisma di Einstein: “La vita è come andare in bicicletta; se vuoi stare in equilibrio devi sempre continuare a pedalare”, o simili.

Potremmo dire per salvare il salvabile che “Il mistero della casa del tempo” è un film per bambini come se ne facevano allora, ma non è così. Se il genere si è sviluppato cavalcando malizie, ambiguità e strizzate d’occhio al piccolo adulto che è in ogni bambino (elementi di sano disturbo di cui il film è totalmente privo), neanche nei più ingenui prodotti destinati agli under 10 licenziati prima di una certa annata (che ognuno si senta libero di stabilire) si riscontrava una simile assenza di cattiveria tradotta in fiducia nelle possibilità di ricezione critica (e nella goduria del terrore) propria degli spettatori infanti. Roth e compagnia si preoccupano invece di smussare ogni angolo, coprono ossessivamente di gommapiuma tutti gli spigoli che potrebbero ferire, come genitori nevrotici convinti di proteggere un bambino fatto di cristallo. A poco servono deboli rigurgiti d’inquietudine (scuola Joe Dante), concessioni horror ad altezza fanciullo (i manichini viventi, o la battaglia contro le zucche intagliate, a tutti gli effetti una scena splatter con polpa di zucca al posto di budella), riferimenti a orrori reali (la Seconda Guerra Mondiale) che si esauriscono nel giro di un pretesto per fornire background narrativo a uno dei personaggi. Roth, che non è né genio né autore e ci sta molto simpatico, qui lavora oscillando fra mestiere e trasporto per una versione idealizzata sia di ciò che il film doveva essere in relazione al filone di riferimento sia del target a cui è rivolto (di fatto sminuendolo, sottovalutandolo). E sbaglia tutto.

01/11/2018

Cast e credits

Titolo Originale
The House with a Clock in its Wall
Distribuzione
01 Distribution
Durata
105'
Distribuzione
Amblin Entertainment
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