L’imbalsamatore

L’imbalsamatore


Matteo Garrone

Drammatico, Noir | Italia
(2002)

È stato spesso osservato che “L’imbalsamatore” rappresenti uno spartiacque nel percorso artistico di Matteo Garrone; a ben vedere, il quarto lungometraggio del regista romano conserva la capacità – assoluta proprio quando appare maggiormente dimessa – di incollarsi ai suoi personaggi, già evidente nei primi film: una riprova dell’ambizione di documentarne ogni conflitto, proprio come farebbe un fotoreporter di guerra in una no entry zone. È vero però che “L’imbalsamatore” gioca anche d’anticipo sulla stessa filmografia di Garrone e diventa leggibile quanto un’antologia connotativa delle altre opere che verranno, soprattutto in riguardo al tema della morbosità dei rapporti umani, nonché verso l’attitudine a pescare personaggi e situazioni dal sottobosco della cronaca nera (emblematico in questo il successivo “Primo amore”) mettendo in scena, stravolgendone i fatti, l’autenticità del racconto a discapito della verosimiglianza col reale.

Ispirato alla macabra vicenda del “nano di Termini”, l’imbalsamatore del titolo è il cinquantenne Peppino Profeta (Ernesto Mahieux), proprietario di un laboratorio di tassidermia, che conosce casualmente allo zoo il giovane Valerio (Valerio Foglia Manzillo) e se ne invaghisce, sotto l’attento sguardo – ripreso in soggettiva – di un marabù, un uccello trampoliere che si nutre di carogne. Attraverso questo escamotage di tipo naturalistico, il regista chiarisce l’intenzione di proporre una trasfigurazione mostruosa, zoomorfa, dello sguardo sui suoi personaggi (mettendo a segno quel punto che anni dopo giocherà anche in “Dogman”). L’istinto di voler possedere il ragazzo spinge l’imbalsamatore ad offrigli un lavoro come aiutante e un lauto stipendio pur di tenerlo quanto più possibile vicino a sé. Garrone ricompatta dunque questo straniato Bildungsroman, in cui Peppino funge da pigmalione pieno di risorse – abilità sul lavoro, soldi, festini a base di alcool e donnine compiacenti – e Valerio il ragazzone ingenuo che tenta di sottrarsi a un futuro senza prospettive.

I campi lunghi sulla periferia campana, il degrado a due passi dalla riva del mare, plasmato grazie alla fotografia del compianto Marco Onorato, fanno il paio con la penombra degli interni e delle strade notturne, vanificando lo sforzo dello spettatore di “vederci chiaro”: l’ambiguità del rapporto tra Peppino e il ragazzo continuerà a oscillare tra tecniche di seduzione e di allontanamento senza apparente soluzione. È sintomatico che il mancato sviluppo fisico dell’imbalsamatore costringa Valerio a rivolgere il suo sguardo verso il basso per ottenere quello che desidera, in uno spietato gioco di piani sequenza che lavora ai fianchi la messinscena e opera una deformazione dello sguardo, facendo quasi credere che l’handicap riguardi più l’aitante giovanotto che il nano. L’arrivo sulla scena di Deborah (Elisabetta Rocchetti), una ragazza conosciuta per caso in un viaggio di lavoro a Cremona (a rimorchio della camorra), di cui Valerio s’innamora ricambiato, riporterà il ragazzo a guardare davanti a sé, aggiungendo forzatamente la donna al ménage; il filmico entra nelle cupe foschie del noir e non lascia prevedere scampo per nessuno dei tre.

Però, ancor prima dell’epocale successo di “Gomorra”, il regista romano è consapevole che il suo cinema non si lascia incastrare nella trappola postmodernista e si permette di andare oltre il realismo lavorando di sottrazione, creando quei vuoti che concede lo spettatore alla cavità del testo filmico. Difatti, è proprio il lavoro in collaborazione con gli attori, a volte scelti per la loro estraneità all’ambiente professionale – è il caso del co-protagonista Valerio Foglia Manzillo, qui al debutto – rappresenterà in “L’imbalsamatore”, così come in altre pellicole, la volontà di Garrone di andare al di là del canovaccio scritto; è continua la riformulazione, in sede di girato, dei punti di partenza di ogni sequenza per portare a casa comunque il risultato, attraverso l’abbandono della maschera da parte degli uomini e le donne che non interpretano, ma diventano i personaggi (e viceversa), avallando quella presunzione di autenticità attraverso la quale ogni narrazione vorrebbe camminare.

Trascinata dunque dal “quarto lato del triangolo”, ossia la famigerata camera a spalla del regista, liberato il quadro dalla freddezza oscenamente nordica del litorale campano e dall’opprimente nebbia di Cremona con la luminosità delle gite in barca, le corse coi go-kart e le partite a golf a cui la coppia si lascia andare in compagnia di Peppino, l’umanità riempie le ombre del racconto, altrimenti soltanto cupo e malvagio. Perché la mostruosità di Peppino, definito “un martire” dallo stesso Ernesto Mahieux, dunque vittima predestinata, risiede esclusivamente negli occhi di chi guarda.

01/11/2018

Cast e credits

Distribuzione
Fandango Distribuzione
Durata
101'
Produzione
Fandango
Sceneggiatura
Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Ugo Chiti
Fotografia
Marco Onorato
Scenografie
Paolo Bonfini
Montaggio
Marco Spoletini
Musiche
Banda Osiris
Costumi
Francesca Leondeff

Trama

Il nano Peppino Profeta, di professione imbalsamatore, conosce il bel Valerio e lo prende a lavorare con sé; l'equilibrio del loro ambiguo rapporto sarà spezzato da Deborah, di cui Valerio s'innamora. 
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