Milk

Milk


Gus Van Sant

Biografico, Drammatico | Usa
(2008)
Il mio nome è Harvey Milk e sono qui per reclutarvi tutti.

Da cantanti a politici, da artisti e scrittori a campioni dello sport, in questi ultimi anni sembrava che un biopic non lo si negasse a nessuno. Harvey Milk era già stato raccontato in “The Times of Harvey Milk”, che nel 1984 vinse l’Oscar come miglior documentario, eppure la vicenda di questo attivista per i diritti gay era presto ricaduta nell’oblio.

In un’intervista, James Franco, che è cresciuto a Palo Alto, a pochi chilometri da San Francisco, ha dichiarato che ha per la prima volta sentito parlare di Milk quando è venuto a conoscenza del progetto di Van Sant. Allora che fine ha fatto (la memoria di) Harvey Milk?

Non si tratta di cospirazione, ma della cattiva memoria collettiva che ha voluto rimuovere dalla coscienza l’ennesima morte annunciata di un (altro) politico progressista, che ha fatto di sé un bersaglio, per dare speranza a tutte le minoranze che vivevano ghettizzate, psicologicamente e fisicamente, e che la società ha eliminato.

Supportato da un cast in stato di grazia, che può vantare uno Sean Penn (Milk) da standing ovation, un Emile Hirsch (Cleve Jones, tutt’oggi attivista in favore dei diritti gay) irriconoscibile, un granitico Josh Brolin (il consigliere comunale Dan White) e un misurato James Franco (Scott Smith, il grande amore di Harvey), coadiuvato dall’eccezionale fotografia di Harris Savides, Van Sant affresca il quartiere di Castro come un microcosmo a sé stante, ribollente di vitalità, punto di partenza dell’attività politica di Milk, che divenne il ponte fra i ghetti(zzati) e il Sistema.

Dopo averci fatto fare la conoscenza di un Milk quarantenne, assicuratore newyorkese, che vive segretamente la propria omosessualità e che per amore del giovane Scott Smith si lascia tutto alle spalle per stabilirsi a Castro Street (San Francisco), dove apre un negozio di fotografia, dopo averci quindi sdoganato il Milk-uomo (in una prima parte sin troppo introduttiva e lenta), Van Sant si premura di documentare la sua testarda ascesa politica che si fonda non su un’improvvisa scalata ma su una sequela di sconfitte. Nel 1977 Milk viene però eletto supervisor (consigliere comunale), la prima carica pubblica assunta da un uomo apertamente gay, e lotta contro la delirante Proposition 6, che avrebbe impedito agli omosessuali di insegnare e che nel novembre del 1978 sarà rigettata dai californiani.

Il 27 dello stesso mese Harvey Milk venne ucciso, insieme al sindaco George Moscone, dal consigliere comunale Dan White, che sconterà poi il minimo della pena: soltanto cinque anni.

In un processo-farsa i difensori asserirono, avvalendosi di una perizia psichiatrica, che l’eccesso di cibo spazzatura, che White consumava in quel periodo, avrebbe portato a uno scompenso tale da aggravare lo stato depressivo in cui l’imputato versava.

Gus Van Sant, da grande cineasta qual è, conosce perfettamente i rischi che si corrono trattando una biografia, rischi che sono non dissimili da quelli della trasposizione letteraria, proprio per l’assunto extra-ordinario di base. Conduce dunque il film senza alcun intento illustrativo e/o agiografico e, tenendo da parte il suo spirito iconoclasta, si mette al servizio della straordinaria vicenda politica e umana del supervisor di San Francisco, costruendo un lavoro di grande importanza civile. E non si pensi che “Milk” rappresenti per l’autore di Portland il classico prodotto su commissione, poiché in realtà si tratta di un progetto che bramava da almeno dieci anni e per il quale ha abbandonato le sue personali sperimentazioni formali.

Probabilmente, proprio a causa di questa “normalizzazione”, Van Sant perde paradossalmente di vista il lato più emotivo e coinvolgente della vicenda e sul finale sembra che si limiti quasi soltanto a documentare gli eventi. La narrazione – sulla sceneggiatura di Dustin Lance Black – è assolutamente lineare e ordinariamente biografica (con tanto di finale strappalacrime e postilla sui vari personaggi), ma Van Sant riesce comunque a infilare almeno un paio di sequenze da cinebrividi (oltre agli amati inserti in Super 8): una scena vista nel riflesso di un fischietto (utilizzato dai gay in caso di aggressione) e il pedinamento di Dan White, scena-figlia di “Elephant“. E se il supervisor sta al posto dei due adolescenti, e il corridoio del municipio al posto di quello dell’High School, è identica la follia predatoria che li agita.

Ottimamente utilizzati anche i filmati d’epoca: da segnalare il bel momento dell’immensa fiaccolata, sorta spontaneamente, per la morte di Milk e di Moscone.

Milk era conscio di essere un bersaglio facile e cominciò a registrare delle audio-cassette (che fanno da contrappunto alla narrazione) per raccontarsi, così che fossero ascoltate nel caso di una sua morte violenta. Una frase estrapolata è sulla targa che lo commemora all’Harvey Milk Plaza e recita: “Se una pallottola dovesse entrarmi nel cervello, possa questa infrangere le porte di repressione dietro le quali si nascondono i gay nel Paese”. Se le sue speranze all’epoca sono state forse disattese, ci dovremmo adoperare per tutte le minoranze per le quali Milk si è battuto e si è sacrificato, affinché non lo siano in futuro.

23/01/2009

Cast e credits

Distribuzione
Bim Distribuzione
Durata
128'
Sceneggiatura
Dustin Lance Black
Fotografia
Harris Savides
Scenografie
Bill Groom
Montaggio
Elliot Graham
Musiche
Danny Elfman
Costumi
Danny Glicker

Trama

La tragica storia di Harvey Milk, il primo personaggio politico ad aver dichiarato pubblicamente la propria omosessualità negli Stati Uniti. Dopo varie battaglie, Milk venne eletto consigliere comunale della città di San Francisco, per poi essere assassinato, insieme al sindaco George Moscone, nel 1978
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