Ocean’s 8

Ocean’s 8


Gary Ross

Azione, Commedia, Giallo, Thriller | Usa
(2018)
Gli effetti del movimento #MeToo e più in generale delle reazioni scaturite all’indomani delle accuse rivolte a Harvey Weinstein da un consistente numero di attrici americane non smettono di far sentire la propria influenza sulla scelta delle produzioni messe in cantiere nella Mecca del cinema. Se, nel corso delle ultime analisi, non abbiamo mancato di segnalare la portata di questo fenomeno con esempi capaci di cogliere il segno di un ripensamento – strategico commerciale e contenutistico – del ruolo femminile all’interno delle singole storie, il caso di “Ocean’s 8” si distingue per determinazione e impegno di energie tra i vari titoli che in una maniera o nell’altra si possono annoverare all’interno di questa pseudo categoria. La prima differenza, senza dubbio quella più vistosa, riguarda lo sforzo realizzativo: costato circa 70 milioni di dollari e prodotto da quella Village Roadshow Pictures che di fatto è una sorta di succursale della Warner Bros., “Ocean’s 8” rappresenta la versione più glamour e commercialmente più ricca dell’onda lunga scaturita dalla reazione alle notizie degli abusi sul luogo di lavoro effettuati da alcuni dei personaggi più influenti dello star system hollywoodiano. Il film di Gary Ross, infatti, non è solo la rappresentazione di una presa di potere di segno inverso, con le donne a occupare i posti chiave all’interno della storia, ma lo è ancora di più per il fatto di volersi misurare con il modello originale – la trilogia su Jimmy Ocean diretta da Steven Soderbergh – sia in termini di posta in palio (la conquista del box office) che in quello relativo al fascino e alla coolness presente nell’alchimia del “Rat Pack” soderberghiano.

Se in un lungometraggio come “Maria Maddalena” di Garth Davis la figura della peccatrice mondata delle iniquità ed elevata a una consapevolezza superiore a quella degli altri apostoli assimilava lo spirito del tempo all’interno di un cinema da camera, destinato a un pubblico cinefilo, di tutt’altro tenore appare il messaggio lanciato da “Ocean’s 8”. La storia di Debbie Ocean (Sandra Bullock) sorella di Jimmy che esce di prigione con l’intento di mettere a segno il colpo della vita e allo stesso tempo di vendicarsi di un amante infedele e traditore la dice già lunga sul livello di autostima raggiunto dalla determinata protagonista. Se però a questo aggiungiamo che Debbie, per riuscire a rubare la preziosa collana di diamanti (del valore di 150 milioni di dollari) indossata dall’ attrice del momento Daphne Kruger (la rediviva Anne Hathaway) nel corso del Met Gala, uno dei più importanti eventi della mondanità newyorkese, ha intenzione di reclutare una squadra di sole colleghe, ognuna delle quali specializzate in un determinato settore della filiera criminale, si capisce come l’intento dei partecipanti (personaggi e attrici) sia quello di approfittare dell’occasione per dimostrare di essere brave come George Clooney e i suoi compari. Tenendo conto che a Hollywood a contare è prima di tutto il profitto e non gli ideali, e quindi, nel caso in questione, la possibilità di fare soldi cavalcando gli umori del momento, si potrebbe dire che “Ocean 8” rappresenta un passo in avanti nel tentativo di mettere in pratica la parità tra uomini e donne: almeno al cinema, almeno sul piano industriale.

In questo senso “Ocean’s 8” è un film riuscito a metà: perché se è vero che l’intento di farne un manifesto della ritrovata compattezza femminile (uno degli intenti del movimento #MeToo) funziona sia sul piano della trama (in cui anche le possibili nemiche alla fine si rivelano il contrario) che su quello della convivenza lavorativa – con la sofisticata Kate Blanchett e le alternative Sarah Paulson e Helena Bonham Carter pronte a scambiarsi il “testimone” con le popolari Sandra Bullock, Rihanna e appunto la Hathaway – ad avere il fiato corto è però il canovaccio, costituito appunto dal modello di heist movie inaugurato da “Ocean Eleven“. Troppo facile sostituire Las Vegas con New York, il Bellagio Hotel con il Metropolitan Art Museum, scambiare gli uomini con le donne e lasciare che sia l’allure europeo tipico della Grande Mela, rispetto alla provocazioni yankee proposte dalla “città del peccato”, a rappresentare l’unico cambio di passo (oltre ai toni, meno ridanciani, in “omaggio” al mutato spirito del tempo) in un copione calcolato al millimetro per ricalcare la struttura adoperata dal prototipo, con le divisione della narrazione in tre fasi – reclutamento, esecuzione del colpo, disvelamento dell’inganno – pronta a scandire il succedersi degli eventi. Come per “La truffa dei Logan” anche nel film di Ross a venir meno è il fattore sorpresa, per forza di cose sacrificato dalla ripetitività del soggetto, e con esso anche lo stile, la cui fluidità e scorrevolezza sembra risentire della prevedibilità del soggetto. Detto questo le considerazioni finali sono rimandate allo spettatore: sarà lui e non certo il critico a decretare il successo o meno dell’operazione e quindi a dirci se “Ocean’s 8” avrà un seguito.

27/07/2018

Cast e credits

Distribuzione
Warner Bros
Durata
110'
Produzione
Village Roadshow Pictures
Sceneggiatura
Gary Ross, Olivia Milch
Fotografia
Eigil Bryld
Scenografie
Alex DiGerlando
Montaggio
Juliette Welfling
Musiche
Daniel Pemberton
Costumi
Sarah Edwards

Trama

Uscita dal carcere Debbie Ocean è intenzionato a mettere a segno il colpo del secolo. Per compierlo ingaggia una banda di sole colleghe.
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