The Post

The Post


Steven Spielberg

Drammatico, Thriller | Gran Bretagna, Usa
(2017)
Inizia come un war movie ambientato nel 1966, “The Post”, con l’esercito americano impegnato nella guerra del Vietnam. A ben vedere poi, “The Post” continua sempre come un war movie, sì, ma ambientato nel 1971, con i giornalisti del Washington Post impegnati a lottare affinché il contenuto dei Pentagon Papers – documenti che rivelano agghiaccianti retroscena circa quella stessa guerra vietnamita – possa essere diffuso. Se infatti “la stampa deve essere al servizio dei governati e non dei governanti”, ecco che quei coraggiosi giornalisti non sono altro che i diretti rappresentanti degli altri, coraggiosi uomini in Vietnam. Ed entrambi questi gruppi combattono la propria guerra, difendono i propri valori, perseguono i propri obiettivi. “The Post”, come tutti i grandi film di inchiesta giornalistica – e come tutti i grandi film di finissima scrittura – è un war movie dove ai proiettili si sostituiscono le parole, dove le varie fazioni combattono a colpi di dialoghi fulminanti e battute beffarde. Ed è un film, “The Post”, dove ogni minimo dettaglio è orchestrato dalla magistrale direzione di uno dei più grandi registi viventi: Steven Spielberg.

“The Post”, ovvero il terzo atto – dopo “Lincoln” e “Il ponte delle spie” – di quella che sembra essere un’analisi dei fondamenti della democrazia americana e, insieme, un’indagine all’interno dei meccanismi di potere statunitensi. La vicenda è quella immediatamente precedente a “Tutti gli uomini del presidente”, di cui l’ultima fatica di Spielberg rappresenta in pratica un prequel (basti osservare l’inquadratura finale, che si allaccia evidentemente all’inizio dell’opera di Alan J. Pakula): nel 1971 il New York Times e il Washington Post incominciano a pubblicare sulle loro pagine i Pentagon Papers, documenti top-secret che rivelano i rapporti tra il governo degli Usa con quello del Vietnam. La diffusione del contenuto di quei documenti innescherà una strenua lotta tra la carta stampata – in particolare Katherine Graham (Meryl Streep), prima donna alla guida del Washington Post, e Ben Bradlee (Tom Hanks), direttore di quello stesso giornale – e le istituzioni americane.

Come già accennato, “The Post” rappresenta la terza tappa di un discorso che, partendo dal racconto di una precisa vicenda storica con protagonista, volente o nolente, una parte delle istituzioni statunitensi, mira a impartire una lezione di straordinaria attualità politica. Perché al di là del classicismo spielberghiano, al di là del legame indissolubile con il classico di Pakula, al di là di qualsiasi altra cosa, l’opera di Spielberg è un film che parla dell’America contemporanea: la battaglia portata avanti dal Washington Post – la tenacia e la decisione dei suoi giornalisti nel far valere i propri inviolabili diritti, nel difendere la libertà di stampa e nel cercare di riportare a galla la verità – acquista un valore ancora maggiore alla luce delle recenti politiche statunitensi. E se questa lotta in difesa della libertà di stampa è il tema più evidente e immediato della pellicola, il vero cuore della stessa risiede però nella figura di Katherine Graham. Il film è infatti l’elogio della sua forza, della sua determinazione e del suo coraggio: Katherine è una donna indipendente, forte e intelligente (seppure a volte sbadata, ingenua, umana) e questo lungometraggio è in fondo soprattutto la storia della sua audacia nel momento cruciale.

C’è una scena magnifica, in “The Post”, ed è proprio il racconto di quel momento decisivo. Meryl Streep (da quanto tempo non si vedeva così intensa, commossa e commovente) è impegnata nella telefonata più importante: deve definitivamente decidere se pubblicare o meno, l’indomani, i Pentagon Papers sul proprio giornale. Spielberg circonda l’attrice con la sua macchina da presa, si muove attorno a lei guardandola dall’alto verso il basso, poi inquadra il suo viso, che si volta improvvisamente verso destra, scavalca il campo e inquadra il movimento improvviso del viso dalla parte opposta, verso sinistra, per suggerire lo smarrimento del personaggio. Dopo averla ripresa in figura intera e in mezzo busto, Spielberg passa, con una lenta e inesorabile carrellata in avanti, a un primissimo piano. È il punto di non ritorno: Katherine, in lacrime, ha appena deciso che, sì, le informazioni contenute nei Pentagon Papers verranno diffuse.

Ma “The Post”, che è pellicola incredibilmente stratificata, è anche un atto d’amore verso l’informazione analogica, verso la carta stampata e, in un certo senso, un grande atto d’amore verso il cinema. Nell’era del digitale, Spielberg dichiara il proprio amore verso il complesso processo che porta alla nascita dei giornali, alla loro stampa e alla loro scrittura: un amore fuori tempo massimo verso tutto ciò che sta dietro (o dentro) quel lavoro. E forse, ancora una volta, attraverso la ripresa insistita e compiaciuta di quelle macchine, di quei meccanismi, Spielberg dichiara il suo amore verso l’arte cinematografica, verso la lenta costruzione dell’immagine, verso un modo di fare cinema, anche questo, fuori tempo massimo. Con quest’opera, poi, il regista afferma anche la propria fiducia nella parola e nella scrittura, mettendosi al servizio di una sceneggiatura – di Liz Hannah e Josh Singer – piena di dati, nozioni, avvenimenti. E lo fa, però, con una messinscena che trasuda classe ed eleganza da ogni fotogramma.

Ha dell’incredibile la semplicità con cui Spielberg riesce a muovere la macchina da presa, la fluidità dei long take con cui descrive gli stretti ambienti all’interno della redazione giornalistica, la capacità di creare sequenze di grande tensione con un montaggio serratissimo. La sua classe è lì, in ogni inquadratura, a testimoniarci un talento fuori dal comune, valorizzato ancora una volta dalla fotografia di Janusz Kaminski (guardate, ad esempio, la splendida scena dell’entrata di Meryl Streep nella borsa degli Stati Uniti, in montaggio alternato con la ricerca di Dan Ellsberg). Peccato, allora, per qualche piccola caduta (come l’avversaria in tribunale con il fratello in Vietnam) e per le musiche un po’ troppo smielate di John Williams. Perché “The Post” ci riconsegna uno Spielberg in grandissima forma attraverso un J’accuse che – come un altro grande film politico di poco tempo fa, “Detroit” di Kathryn Bigelow – parte da un fatto storico per guardare dritto al presente.

“The Post” è un ritratto politico retorico, democratico e di grande potenza visiva; il lavoro di un autore che combatte nel presente, raccontando la Storia, con l’unica arma che ha a disposizione: il Cinema.

01/02/2018

Cast e credits

Distribuzione
01 Distribution
Durata
116'
Produzione
Amblin Entertainment, Dreamworks, Participant Media, Pascal Pictures, Star Thrower Entertainment
Sceneggiatura
Josh Singer, Liz Hannah
Fotografia
Janusz Kaminski
Scenografie
Rick Carter
Montaggio
Michael Kahn, Sarah Broshar
Musiche
John Williams
Costumi
Ann Roth

Trama

1971: Katharine Graham (Streep) è la prima donna alla guida del The Washington Post in una società dove il potere è di norma maschile, Ben Bradlee (Hanks) è il duro e testardo direttore del suo giornale. Nonostante Kaye e Ben siano molto diversi, l’indagine che intraprendono e il loro coraggio provocheranno la prima grande scossa nella storia dell’informazione con una fuga di notizie senza precedenti, svelando al mondo intero la massiccia copertura di segreti governativi riguardanti la Guerra in Vietnam durata per decenni. La lotta contro le istituzioni per garantire la libertà di informazione e di stampa è il cuore del film, dove la scelta morale, l’etica professionale e il rischio di perdere tutto si alternano in un potente thriller politico. I due metteranno a rischio la loro carriera e la loro stessa libertà nell’intento di portare pubblicamente alla luce ciò che quattro Presidenti hanno nascosto e insabbiato per anni.
Paper Tiger
Paper Tiger

LOCARNO 79 - James Gray realizza con "Paper Tiger" una nuova opera perfettamente coerente con la propria poetica, ma anche, al contempo, un momento di riflessione e bilancio relativo alla sua filmografia

A New Dawn
A New Dawn

Ridotto nel minutaggio, nel cast e nella fabula l'esordio alla regia dell'artista visuale Shinomiya Yoshitoshi "A New Dawn" mostra la sua ambizione nello stile visivo sfaccettato e nella struttura narrativa che mescola costantemente passato e presente, proponendo un coming of age stimolante e non banale

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

La storia, raccontata in flashback dal braccio della morte dal cinico Becket Redfellow, segue il suo spietato e calcolato piano per eliminare uno a uno i sette bizzarri parenti miliardari che lo separano da una colossale eredità familiare. La sua letale scalata verso la ricchezza si complica terribilmente quando entra in scena l'imprevedibile Julia, trasformando la vendetta in un caotico e pericoloso gioco di inganni in cui nessuno è al sicuro.

L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Scary Movie
Scary Movie

Questo nuovo capitolo della saga di "Scary Movie" segna il ritorno al team creativo dei fratelli Wayans e delle due protagoniste principali. Cambia poco rispetto al passato, con tante battute stupide e forse qualcosa (molto poco) da dire

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi