documentario | Corea del Sud (2026)
Spesso relegati ai margini della programmazione della kermesse, nel migliore dei casi inseriti in una poco ricca sezione apposita, i documentari hanno quasi sempre avuto ben poca rilevanza al Far East Film Festival di Udine, in genere annoverati fra le proiezioni di restauri e retrospettive nella location secondaria del cinema Visionario. Porrà sicuramente vari interrogativi agli organizzatori del festival friulano il fatto che il primo documentario di sempre ad aver trovato spazio nella competizione ufficiale abbia conseguito un apprezzamento molto vasto, oltre ad aver vinto numerosi premi all’interno di un’edizione invero piuttosto competitiva. Oltre ad aver ottenuto il Gelso d’argento per il secondo classificato all’Audience Award del festival (a Udine i premi principali sono attribuiti dai voti del pubblico), "The Seoul Guardians" ha vinto anche il Black Dragon Award, conferito da un pubblico selezionati di esperti di cinema asiatico e professionisti dell’industria, (in ex aequo col vincitore finale del FEFF 2026, il giapponese "Fujiko") e una menzione onorevole per il Premio alla miglior opera prima, dato che il film è la prima regia cinematografica dei tre autori, giornalisti improvvisatisi registi.
Risulta quindi stimolante che un’opera che ragiona sulla storia nel suo farsi come quella diretta da Kim Jong-woo, Kim Shin-wan e Cho Chul-young abbia, nel suo piccolo, fatto anche la storia del Far East Film Festival, mostrando come anche un documentario possa conquistare una platea solitamente abituata a sfaccettati film di genere, fastosi film in costume e drammoni strappalacrime. "The Seoul Guardians" non ha pressocché niente in comune con questi prodotti, dal momento che si tratta di un documentario composto quasi interamente da materiali d’archivio, riguardanti non solo gli eventi della notte del 3 dicembre 2024, quando il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol cercò di promulgare la legge marziale per eliminare l’opposizione parlamentare, ma anche altri stralci della storia sudcoreana che confluiscono nell’ambizioso documentario. La pellicola cerca infatti di stabilire più volte parallelismi fra gli eventi del 3 dicembre e la sollevazione di Gwangju, quando nel 1980 la popolazione della città nel sud del paese protestò contro il colpo di stato del generale Chun Doo-hwan, venendo repressa con grande violenza (significativo che tali eventi siano rievocati anche in un altro film sudcoreano premiato al FEFF, "My Name" di Chung Ji-young). Immagini degli scontri di quei giorni si susseguono alle riflessioni di Kim Jong-woo, voce narrante della pellicola, per cercare di sottolineare il nesso fra i due eventi, con un’insistenza che finisce per suonare quasi marchiana.
"The Seoul Guardians" non è in effetti una pellicola che si distingue per la sua raffinatezza, come si nota sia dall’uso molto retorico della voce narrante, determinata a stimolare la coscienza civile di chi guarda, piuttosto che il mero desiderio d’informarsi, sia dal modo nervoso con cui i materiali d’archivio che la compongono sono giustapposti, senza particolare attenzione a proporre una narrazione fluida o al ritmo di questa. Il focus dell’opera dei tre giornalisti è d’altronde rendere il carattere repentino degli eventi di quella notte e mostrare la confusione che travolse non solo la popolazione civile, ma anche politici, giornalisti e pure i membri delle forze armate (il cui approccio attendista contribuì sicuramente al fallimento dell’auto-colpo di stato, come la voce narrante sottolinea). Con il presidente golpista Yoon Suk-yeol rappresentato come una figura distante, che appare a fatica su uno schermo in un paio di sequenze d’archivio e la cui influenza pare inesistente dopo la dichiarazione iniziale, si sottolinea anche la disorganizzazione del suo esperimento anti-democratico, fallito dopo poche ore anche a causa dell’opposizione dei membri del suo stesso partito, in uno sviluppo di cui il serioso film di Kim, Kim e Cho evita di sottolineare le sfumature farsesche, consone peraltro all’intera parabola di un capo di stato probabilmente radicalizzatosi su YouTube.
Il vincitore del Gelso d’argento al FEFF 2026 è un lungometraggio che non lavora molto né in ampiezza, limitandosi a espandere le riflessioni della pellicola ai parallelismi con gli eventi di Gwangju e ad alcune estemporanee considerazioni sul carattere molto polarizzato della politica sudcoreana, né in profondità, dal momento che non tenta nemmeno di indagare le possibili cause profonde delle azioni di Yoon Suk-yeol e del loro fallimento. "The Seoul Guardians" è, come quasi tutti i materiali che lo compongono, un prodotto dell’immediatezza, determinato a rendere i vorticosi fatti di quella sera, spesso incomprensibili per i loro stessi protagonisti, piuttosto che a proporre riflessioni stratificate al riguardo. Sebbene non si tratti propriamente di un instant movie (d’altronde è trascorso ben più di un anno dal 3 dicembre 2024), il documentario di Kim, Kim e Cho si presenta come tale, riservando poco spazio anche agli eventi successivi a quella notte, in sostanza ridotti alla cornice narrativa dedicata all’impeachment del presidente golpista e alle successive reazioni di piazza. L’immediatezza del progetto si nota anche nella breve durata del film, 72 minuti che paiono un’eccezione all’interno di un edizione del festival piena di pellicole dal minutaggio smisurato, dimostrando invece come non servano due ore e mezza di narrazione e un accumulo di finali per colpire spettatori e spettatrici.
In maniera simile, "The Seoul Guardians" ha ben poco da mostrare anche dal punto di vista tecnico, considerata la qualità spesso molto bassa delle riprese realizzate la notte del 3 dicembre e il modo scolastico con cui il montaggio ordina gli eventi in maniera strettamente cronologica, a eccezione delle estemporanee (e in fin dei conti ridondanti) parentesi dedicate ai massacri del 1980. In definitiva, il film di Kim, Kim e Cho mostra che forse la "rivoluzione [può] essere trasmessa in televisione", per effettuare un detournement del leggendario brano proto-rap del poeta e musicista afroamericano Gil Scott-Heron, ma che forse questa trasmissione (o la sua proiezione successiva sullo schermo smisurato di un festival) non può dirci molto sulla rivoluzione di cui mostra le immagini. Ciò che resta è un concentrato documento di quel che è avvenuto a Seoul sul finire del 2024, efficace abbastanza da ottenere considerazione e premi alla kermesse udinese e, si spera, altrove nel vasto mondo. Come di quegli eventi, ora spetta a chi guarda decidere cosa fare di "The Seoul Guardians", la cui rilevanza va ben oltre i confini della penisola coreana.
regia:
Kim Jong-woo, Kim Shin-wan, Cho Chul-young
titolo originale:
Seoul-ui bam
durata:
72'
produzione:
Munhwa Broadcasting Company
sceneggiatura:
Kim Jong-woo, Stacy Kim
fotografia:
Kim Myung-kyoon, Lee Sun-young, Cho Yoon-mi, Jeon Min-je
montaggio:
Cho Chul-young
musiche:
Chung Eun-taek, Lee Hyun-seung, Jang Yeon-su