The Bourne Supremacy

The Bourne Supremacy


Paul Greengrass

Azione | Usa
(2004)

Mentre in Europa la CIA tesse trame, Bourne cerca pace in India. Ma le conseguenze delle tue azioni prima o poi ti raggiungono, specialmente se di mestiere ammazzavi persone. Per chiudere col passato e scoprire la verità Bourne è costretto a imbarcarsi in un viaggio dalle spiagge assolate ai condomini innevati.

 

Il seguito di “The Bourne Identity” è il miglior film di spionaggio del decennio, un film capace di ri-definire l’identità di un genere che dopo la fine della guerra fredda aveva perso direzione. E’ interessante notare come la squadra tecnica sia rimasta essenzialmente invariata rispetto al primo episodio, ma con Paul Greengrass alla regia tutto migliori. Ci sono aspetti evidenti, ad esempio Matt Damon che riesce a dare vita a un personaggio allo stesso tempo determinato e disperato, abilissimo e vulnerabile, come si vede dagli errori che commette e dalle ferite che si accumulano sul suo corpo durante la vicenda. E ci sono dettagli importanti come l’editing accurato del suono ambientale (dalla risacca del mare di Goa al traffico tedesco) che contribuisce all’estremo realismo con cui è rappresentata ogni location, cosa non banale visto che il film si svolge in buona parte di notte e quasi totalmente in non-luoghi: hotel, autostrade, porti, aeroporti, stazioni della metro, stazioni del treno (la bellissima Berlin Ostbahnhof). La camera a mano irrequieta di Greengrass crea un notevole coinvolgimento, anche se è un po’ scontata nel rappresentare la memoria frammentata di Bourne, mentre la colonna sonora di John Powell mantiene uno stato di continua tensione. Le scene d’azione (realizzate senza computer graphics) sono impeccabili ed hanno tutte una dinamica capace di sorprendere anche il più disilluso dei fanatici dei film d’azione: gli inseguimenti automobilistici, le fughe urbane, i combattimenti corpo a corpo sono superbi, ma vorremmo qui sottolineare le sequenze in cui la tensione sta nel tentativo di Bourne di sfuggire alla copertura visiva delle telecamere di sorveglianza della CIA e di rovesciare la situazione, osservando i controllori senza che questi capiscano da dove. Tony Gilroy scrive infine una sceneggiatura forte basata non sulle vicende personali di Bourne, che è da solo per buona parte del film e comunque è letteralmente privo di identità, ma sul suo percorso in cerca di verità e di espiazione.

 

Bourne continua ad essere un ribelle: combatte contro la CIA e contro le forze dell’ordine di tutto il pianeta (a partire dai carabinieri) che a questa obbediscono. In una sequenza si confonde in un corteo di Attac (l’associazione pro-Tobin tax). La questione però è nuovamente etica, non politica: Bourne ha ucciso degli innocenti, deve scoprire chi e perchè e redimersi, solo così potrà abbandonare una vita in cui invece uccidere è la prassi e la successione delle morti trova sempre una giustificazione. “Non mi dispiace” dice infatti il marcissimo Abbott, patriota che ha passato una vita nella CIA. “Mi spiace” dice invece Bourne alla fine del suo percorso. Qui sta la chiave morale del film. Viene da pensare a un collegamento con il bel film corale “11 settembre 2001”: il dolore provato dagli Stati Uniti per un attacco che distrugge palazzi a New York potrebbe indurre a evitare attacchi ad altre città in altre nazioni, potrebbe indurre a capire quanto dolore si è recato in passato e chiedere scusa. I film della serie Bourne appartengono a pieno titolo a una riflessione complessiva di Greengrass che da “United 93” arriva fino a “Green Zone” (e il prossimo film sarà sulla guerra del Vietnam).

 

Da notare come “Mi spiace” dovessero essere le ultime parole del film, se gli screen test non avessero giudicato la scena troppo mesta e indotto la produzione a aggiungere un post-finale. Ma visto l’uso che di questo post-finale si fa in “The Bourne Ultimatum”, anche un potenziale passo falso si trasforma in uno spunto interessante.

19/11/2011

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