Villa Amalia

Villa Amalia


Benoît Jacquot

Drammatico | Francia, Svizzera
(2009)

Sorprende che, con una lunga carriera alle spalle, Benoît Jacquot perda completamente il controllo di un film a metà strada. Protagonista è una donna, Ann (la sempre affascinante Isabelle Huppert), pianista, che, nel momento in cui scopre il tradimento del marito, decide di partire e abbandonare tutto (casa, carriera, e città), senza lasciare tracce. Si fa aiutare da un vecchio amico, Georges (Jean-Hugues Anglade) ritrovato per caso, e dalla Francia finisce in un’isola del sud Italia. La storia è tratta da un romanzo di Pascal Quignard, che, eppure, era stato sceneggiatore di “Una pura formalità” di Tornatore.

La prima parte del film, con toni cupi e drammatici, risulta tutto sommato accettabile. Conosciamo i personaggi, i tormenti di lei, la sua determinazione, la sua stravaganza. Sebbene manchi l’azione, e la storia stenti a decollare (lunghi preparativi prima della partenza, inutili tentativi di riconciliazione da parte del marito, qualche cliché di troppo come le fotografie bruciate), si ha l’impressione che qualcosa di interessante stia per accadere. Non è così.

Nella seconda parte del film, esattamente quando Ann arriva in Italia, succede l’irreparabile. Prima di tutto l’isola ci viene mostrata con il solito misto di indulgenza, curiosità e fascino di un turista giapponese, con scorci degni di un filmato amatoriale inviato dagli spettatori di Licia Colò la domenica pomeriggio. Il sole che sorge a velocità accelerata, ad esempio, risulterebbe kitsch perfino a un apprendista di Adobe Premiere. Il cast di parte italiana è – dispiace dirlo – sotto il limite sindacale, e degno di una filodrammatica del dopolavoro ferroviario di provincia. In particolare, da citare il personaggio della improbabile signora Amalia (che saremmo portati a considerare personaggio-chiave, prima che scompaia), recitato da una signora rubizza per cui è difficilmente pronosticabile un futuro come attrice (se non altro in considerazione dell’età) – pur essendo sicuri non abbia colpe. Perfino Maya Sansa, solitamente brava (quando ben diretta), nel ruolo della isolana è francamente irritante. Non aiutano certo i dialoghi, che sembrano fotocopiati da una pagina di un copione cestinato di “Un posto al sole” e scritti da uno stagista rintronato. A questo punto del film c’è ormai poco da salvare, e tutto quel che segue è grosso modo scontato.

Piccole elissi fastidiose, musica cacofonica (si presuppone musica colta contemporanea) da rizzare i capelli sparata a tutto volume in momenti inutili del film, una storia che non coinvolge per nulla, e una regia che sembra volersi rifare al lato più classico e formale della tradizione francese, ma che invece risulta indisponente e presuntuosa, non aiutano certo il risultato finale. La Francia, di recente, ha espresso di meglio quando si trattava di film incentrati su ritratti di donne, basti pensare all’intenso e toccante “Ti amerò sempre“. L’interpretazione di Isabelle Huppert (sebbene avesse già preso parte a produzioni orrende, quali il ridicolo “Ma mère”) è forse la sola cosa da salvare in un film che, se non fosse per la prima parte – come detto, ancora accettabile -, meriterebbe anche di meno.

15/08/2009

Cast e credits

Titolo Originale
Villa Amalia
Durata
102'
Sceneggiatura
Benoît Jacquot, Julien Boivent
Scenografie
Gérard Marcireau
Musiche
Bruno Coulais

Trama

Ann, pianista sofisticata, scopre che il marito la tradisce e pianifica una fuga che la porterà in un' isola dell'Italia meridionale per ritrovare se stessa
L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi

Il bacio della donna ragno
Il bacio della donna ragno

Bill Condon traspone su schermo il noto musical di Broadway e racconta l'accettazione della diversità attraverso la potente arma dell'immaginazione, intrecciando dramma a canti e danze. Ma la regia è disordinata e il risultato è fiacco e confuso

Le bambine
Le bambine

"Le bambine" osserva l'infanzia senza nostalgia, affidandosi allo sguardo spontaneo delle sue giovani protagoniste e a una messa in scena delicata ma mai edulcorata. Pur con qualche dispersione narrativa, le sorelle Bertani firmano un esordio autentico e sensibile, capace di raccontare la crescita come scoperta delle fragilità del mondo adulto

Disclosure Day
Disclosure Day

Inno umanista e antispecista, Spielberg mette in scena l’ultimo esempio della sua capacità di creare grande cinema, pur con difetti nella sceneggiatura e i limiti insiti in un’operazione di memorabilia cinematografica personale

La cronologia dell’acqua
La cronologia dell’acqua

Dopo oltre un anno dal sua passaggio a Cannes, arriva anche nelle sale italiane l'esordio alla regia di Kristen Stewart. L'omonimo addattamento del memoir di Lidia Yuknavitch, nonostante una messa in scena talvolta caotica, vive di un forza intestinale, viscerale, magnetica