coming of age, drammatico | Singapore (2026)
I primissimi minuti del nuovo film di Anthony Chen sono ancora una volta una letterale, chiarissima, presentazione di ciò che la pellicola intende raccontare, e soprattutto delle modalità con cui lo farà. Mani meticolose preparano un piatto di hokkien mee (o noodle del Fujian), mescolando gli ingredienti con attenzione, così come la macchina da presa segue rapita i movimenti del cuoco, imitando essa stessa la meticolosità di ciò che sta filmando. Per tutta la pellicola a essere al centro della scena ci sono difatti le azioni dei protagonisti, come interagiscono fra di loro portando a conseguenze inattese, sempre riprese in maniera minuziosa, dedicando ampio spazio ai singoli gesti e movimenti, sia all’interno di long take o optando piuttosto per sequenze dal montaggio concitato. Lo sguardo del regista si mostra così partecipe e al contempo indagatore delle motivazioni dei personaggi principali, la disfunzionale famiglia che si crea attorno alla giovane coppia composta dal soldato lavativo Junyang e dalla ragazza di buona famiglia Lydia, ribadendo la logica intensiva, alla ricerca dell’immediatezza, che ha sempre caratterizzato la regia di Anthony Chen.
"We Are All Strangers" può infatti essere considerato in primo luogo come la pellicola delle conferme per il regista singaporeano. In primo luogo la conferma del suo riconoscimento come uno dei principali registi provenienti dal piccolo paese asiatico, essendo il suo primo film presentato nel concorso principale di uno dei tre grandi festival europei, ma anche una conferma degli elementi cardine del suo cinema. Dopo la doppietta internazionale "The Drift"-"The Breaking Ice", con cui Anthony Chen ha avuto a che fare sia con coproduzioni occidentali sia con l’industria della Repubblica popolare cinese, il cineasta di Singapore ha deciso non a caso di tornare a Singapore con l’ambizione di completare la trilogia di film coming of age che l’ha lanciato come uno dei più interessanti cineasti del Sud-est asiatico, composta anche dal suo primo lungometraggio "Ilo Ilo" del 2013 (a suo tempo vincitore del premio Caméra d’Or per il miglior esordio al festival di Cannes) e dall’opera seconda "Wet Season", di sei anni successiva.
Perciò, non sono poche le ragioni che contribuiscono a rendere la prima mondiale di "We All Are Strangers" di Anthony Chen alla Berlinale un appuntamento significativo per cogliere le evoluzioni di un cineasta giovane il cui universo cinematografico però è già ben definito, ma forse anche per poter mettere in prospettiva i rapporti sempre più complessi fra le cinematografie del Sud-est asiatico, l’industria cinese e il mondo del cinema d’autore europeo. D’altronde è dalla sua prima pellicola che Chen ci mostra che dietro l’apparente banalità di coming of age minimali si celano contrasti che riflettono quelli stessi, molto più profondi, del mondo fuori dallo schermo (e dalla storia). Contrasti che nella densamente popolata ed estremamente classista metropoli asiatica non possono che farsi evidenti fin da subito, quando la vita dei due giovani co-protagonisti viene messa a confronto col montaggio alternato delle reciproche attività quotidiane prima di un loro incontro, evidenziando quanto le vite di Lydia e Junyang siano differenti, come diverse sono le famiglie da cui provengono e le aspettative che proiettano sul ragazzo e sulla ragazza.
Rispetto al più compatto "The Breaking Ice", il quale effettivamente durava meno di 100 minuti, ma anche ai primi due capitoli della "trilogia della crescita", "We Are All Strangers" espande il proprio cast di protagonisti oltre la coppia o il trio al centro di quelle pellicole, con l’evidente ambizione di proporre un affresco multigenerazionale (oltre che interclasse) della città del Sud-est asiatico, forte ora di una durata che supera le due ore e mezza. Il coming of age si fa in questo film difatti una necessità che coinvolge persone di ogni età, costrette a imparare ad assumersi le proprie responsabilità e a cercare un (anche nuovo) posto nel mondo, non importa quanto questo processo possa essere difficile e incostante, come la vicenda di Junyang rappresenta con efficacia, forse in maniera anche troppo insistita. Il contesto ipercompetitivo e in costante trasformazione di Singapore si fa una sorta di terreno di prova che miete vittime nel corso della pellicola, portando avanti la progressiva erosione dei tradizionali valori e istituzioni famigliari.
In questo mondo di figure genitoriali assenti (anche per cause di forza maggiore) o inefficaci, crescere può effettivamente rivelarsi difficile, come diviene evidente in particolar modo nella seconda metà della pellicola, quella in cui il focus della narrazione si sposta con ancora più forza su Lydia e Junyang. Questi, interpretato dall’attore feticcio di Anthony Chen Koh Jia Ler, pare un’ennesima variazione dell’archetipo del giovane impulsivo e confuso che aveva già interpretato nelle due prime pellicole della "trilogia della crescita", e forse per lui un futuro di indipendenza e responsabilità si intravede solo nel finale, quanto ormai è uscita di scena anche la sua ultima figura di riferimento, la matrigna Bee Hwa, interpretata dall’altra attrice feticcio della trilogia, Yeo Yann Yann. Questa sorta di passaggio di consegne generazionale viene ribadito dal finale vero e proprio, il quale, confermando il letteralismo che è uno dei tratti fondamentali del cinema di Chen, finisce per sancire una circolarità piuttosto stringente fra l’incipit e l’epilogo, con la medesima attenzione sui gesti creativi e rielaborativi del cucinare, senza riproporre però la medesima sequenza fino alla fine, introducendo all’ultimo un’apertura, anche al futuro, particolarmente significativa quando si parla di coming of age.
Il processo di crescita è lungo e incidentato e "We Are All Strangers" rappresenta quest’assunto ancora una volta in maniera molto letterale, attraverso un minutaggio smisurato per una pellicola che parrebbe solo un umile dramma famigliare. Dilatando i tempi in omaggio alla lezione dei maestri della New Wave taiwanese, in primis Edward Yang e Hou Hsiao-hsien, Anthony Chen non teme anche in quest’occasione di correre il rischio che gli spettatori si smarriscano fra le numerose parentesi del racconto, chiedendo loro semmai di adeguarsi al ritmo ponderato della pellicola, ancora una volta piuttosto letteralmente, con l’invito che Boon Kiat, padre di Junyang, fa alla sua spasimata Bee Hwa di accompagnarlo in un viaggio in bus, metafora fin troppo palese dell’attitudine contemplativa necessaria ad apprezzare appieno il film di Chen. Più che altrove, qui il letteralismo di Anthony Chen finisce per rivelare lo spettro della programmaticità che incombe sempre sul cinema cerebrale del regista singaporeano, esasperato proprio dalla circolarità narrativa di cui si scriveva sopra. Si potrebbe quasi supporre che lo stesso cinema di Chen sia rimasto intrappolato, una volta tornato a Singapore, fra le spire dell’implacabile flusso della vita nella global city asiatica, pronto ad assorbire chiunque nel suo scorrere, senza lasciare tracce.
cast:
Koh Jia Ler, Andi Lim, Regene Lim, Yeo Yann Yann
regia:
Anthony Chen
titolo originale:
Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren
durata:
157'
produzione:
Giraffe Pictures, MPA APSA Academy Film Fund, Singapore Film Commission
sceneggiatura:
Anthony Chen
fotografia:
Teoh Gay Hian
scenografie:
Huang Mei-Ching
montaggio:
Hoping Chen
musiche:
Kin Leonn, Thomas Foguenne