Segreti di famiglia

Segreti di famiglia


Joachim Trier

Drammatico | Danimarca, Francia, Norvegia, Usa
(2016)

Dopo i pluripremiati “Reprise” e “Oslo, August 31st”, il promettente filmaker norvegese Joachim Trier (ebbene sì, pare che sia imparentato alla lontana con il più noto Lars) realizza il suo primo film internazionale, girato in inglese e con un cast stellare. Jesse Eisenberg, Isabelle Huppert e Gabriel Byrne sono i nomi forti grazie ai quali il quarantaduenne regista di Oslo oltrepassa i confini nazionali e mostra la sua idea di cinema al grande pubblico.

“Louder Than Bombs”, questo il titolo originale tradotto con il jolly “Segreti di famiglia” (già usato per il “Tetro” di Francis Ford Coppola e il “Laguna” di Dennis Berry), ha le sembianze di un classico melodramma familiare, stando agli sviluppi essenziali della trama. A tre anni di distanza da un incidente d’auto nel quale ha perso la vita una talentuosa fotografa di guerra, una mostra e un articolo di giornale celebrativi costringono i membri della famiglia Reed a riavvicinarsi, affrontare il passato e incrociare i propri presenti. Il vedovo Jene nutre ancora rancore verso la defunta Isabelle, colpevole di aver anteposto il lavoro ai figli; l’adolescente Conrad vive in un mondo tutto suo, fatto di videogiochi e sogni ad occhi aperti; l’ormai adulto Jonah ha lasciato il nido, ma la sua nuova vita da padre-marito gli sta stretta. Le relazioni reciproche dei tre sono ingessate, ancora condizionate dalla scomparsa della donna. Dietro l’incidente automobilistico si nascondono, infatti, depressione e crisi coniugale: Jonah e Jene hanno tenuto Conrad all’oscuro del suicidio della madre, ma adesso devono fare i conti con la verità e con il non-detto che sta turbando anche il loro rapporto.

A fronte di un materiale tematico tutt’altro che originale (elaborazione del lutto, “giallo” familiare, crisi adolescenziale), Trier adotta strategie narrative ben precise, che si possono ridurre sostanzialmente all’alternanza continua tra immagini al presente e flashback (a volte multipli), alla pluralità prospettica e alla reificazione delle fantasie mentali di Conrad. Ne risulta una sorta di frammentazione che movimenta il racconto, lo anima, ma che allo stesso tempo rischia di appiattire i personaggi e sbrigare troppo facilmente la loro esplorazione.

“Segreti di famiglia” funziona bene soprattutto quando ci parla di verità e menzogna, di memoria e rimozione, ma nel momento in cui a queste componenti viene imposto un significato disvelatore rispetto al dramma sentimentale dei tre protagonisti maschili, l’esplorazione cede alla ricostruzione. Il film è affollato di bugie e realtà taciute: Jene ha mentito a Conrad circa la morte della madre, Conrad finge di essere con degli amici quando il padre lo chiama al cellulare, Jonah fa lo stesso con sua moglie. Ogni falsificazione, però, si svela in quanto tale e quasi sempre tramite uno sguardo, quello del padre che spia il figlio (Jene è intento a spiare anche nel sogno che Isabelle gli confessa in uno dei flashback), quello di Conrad che scopre Jene con la sua nuova fiamma o semplicemente quello dello spettatore.

Questa tendenza a “mostrare”, a “risolvere”, caratterizza anche il modo in cui viene affrontata la questione cruciale dell’assenza. Il vero motore della storia è qualcuno che non c’è più, ma che viene continuamente recuperato tramite analessi allo scopo di illuminare l’attualità (il presente dei tre uomini). A differenza di quanto accadeva in “La stanza del figlio“, qui la consolazione pare coincidere con la ricomposizione. Il viaggio in macchina conclusivo sancisce appunto una pacificazione, mentre in Moretti vi alludeva ambiguamente, proprio perché Trier fa confinare il dramma emozionale con il “giallo”.

Diverse le scene e le sequenze digressive di notevole impatto visivo, dal diario-patchwork di Conrad ai montaggi fotografici dei reportage di guerra o ai rallenty dell’incidente e del volo delle cheerleader. Tutto molto bello, ma in leggero conflitto con l’anti-dispersione inseguita nel resto del film in termini di intreccio. D’altronde le medesime sospensioni narrative erano già presenti nei precedenti lavori del norvegese, sicuramente più scolastici, ma dotati di maggiore coerenza da un punto di vista formale.

Resta il dubbio che i distributori italiani, nello storpiare il titolo originale, abbiano colto nel segno: le ripercussioni della morte di Isabelle sui suoi cari non riescono ad essere “più forti delle bombe”, in quanto la loro potenza viene disinnescata dall’applicazione di uno schema da “detection” che mette ordine, ma ha un effetto indebolente nei confronti dell’approfondimento delle psicologie (colpa anche della sceneggiatura).

Joachim Trier rimane comunque un regista interessante, da seguire. La sua prima esperienza internazionale, però, delude abbastanza e non è da escludersi che anch’egli abbia subito il solito trauma dell’iniziazione al cinema dei grandi numeri.

24/06/2016

Cast e credits

Titolo Originale
Louder Than Bombs
Distribuzione
Teodora Film
Durata
109'
Produzione
Albert Berger e Ron Yerxa, Alexandre Mallet-Guy, Joshua Astrachan, Marc Turtletaub, Thomas Robsahm
Sceneggiatura
Joachim Trier, Eskil Vogt
Fotografia
Jakob Ihre
Scenografie
Molly Hughes
Montaggio
Oliver Bugge Coutté
Musiche
Ola Fløttum
Costumi
Emma Potter

Trama

A tre anni di distanza dalla morte di Isabelle Reed, talentuosa fotografa di guerra, il marito Jene e i due figli sono costretti a fare i conti con il passato. Una mostra celebrativa risveglierà rancori e sofferenze, accelerando riavvicinamenti e chiarimenti.

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