Victoria

Victoria


Sebastian Schipper

Sentimentale, Thriller | Germania
(2015)

Ci sono voluti tre giorni, cioè tre tentativi, per girare “Victoria”, da una sceneggiatura di dodici pagine; c’è voluto molto, molto di più per organizzare e coordinare le riprese, perché “Victoria” è un unico pianosequenza di oltre due ore, con una vicenda che si svolge in tempo reale e non in un ambiente circoscritto ma sulle strade, fra i palazzi e nei locali di Berlino. La sua fattura non ne fa a priori un prodotto eccezionale: senza considerare le sperimentazioni artistiche e l’underground, negli ultimi anni altri film hanno usato gli stessi metodi, congiunti o separati (“Arca russa“, il colombiano “Pvc-1” o “Locke” con Tom Hardy). La maggior parte dei quali avvalendosi però di jump cut, montaggio nascosto e ritocchi computerizzati, mentre Sebastian Schipper, già attore in “Lola corre”, al quale “Victoria” è spiritualmente affine, opta per un one take senza trucchi, affidato all’operatore Sturla Brandth Grøvlen, la cui prestazione atletica merita di ricevere il plauso generale, da condividere con gli attori. In primis con Laia Costa, trent’anni ma venti dimostrati: appare all’inizio fra le strobo e i fumi di un club sotterraneo, attorniata di gente, balla da sola sui bassi della techno tedesca (nello specifico: su Dj Koze), va al bancone del bar, ci prova con il barista che non ci sta, butta giù una vodka. Sono le quattro del mattino e fra tre ore deve aprire la caffetteria dove lavora sottopagata. Se ne va e fuori dal locale è intercettata da quattro ragazzi simpatici, sbruffoni e su di giri che la invitano a esplorare la vera Berlino, non quella dei club, identici ovunque. Lei spagnola, loro berlinesi, fanno amicizia, parlano inglese, bevono birra, fumano.

Il film potrebbe finire al cinquantesimo minuto e sarebbe bello e denso a sufficienza. Victoria e uno dei ragazzi, Sonne, si separano dal gruppo e si recano sul posto di lavoro di lei, ancora vuoto, dove ha inizio un corteggiamento dolce e impacciato. Tra battute sciocche, malinconie, confidenze ed esitazioni, si fa largo il sospetto che tutto ciò, pur non entrando nel merito delle problematiche multietniche, abbia a che fare con alcuni lati delle nuove generazioni occidentali, e in particolare europee, quelle che rispondono al becero appellativo di millennials, in maniera più intima e spontanea di quanto accada per esempio nei didascalici “L’appartamento spagnolo” e “Bambole russe” di Cédric Klapisch. In fin dei conti, uno dei nuovi amici di Victoria è di evidente origine turca, ma si definisce in continuazione “un vero berlinese”, e la ragazza è una madrilena che da pochi mesi vive in Germania e a nessuno viene mai in mente di chiederle perché. Insomma, l’eventualità di un nomadismo geografico, affettivo, identitario è stata interiorizzata, dissipando un’ottusa concezione esclusivista di fedeltà alle radici territoriali e alle ascendenze culturali: è norma.

Per contro, a confini virtualmente cancellati sembra equivalere un acuirsi della percezione della solitudine, che riecheggia nelle parole di Victoria quando, senza poi troppo rammarico, confessa a Sonne che da bambina era “come una vecchia signora”, inanimata e isolata per via del pianoforte studiato sette ore al giorno. La suggestione evocata non sembra così manichea da bollare la solitudine come uno dei mali, o persino il male del nuovo millennio; piuttosto la profila come condizione dominante del presente, sospesa tra elezione, condanna e adattamento darwiniano. Un’idea che Victoria incarna appieno: né triste né felice, da sola studiava musica, da sola è cresciuta, da sola è venuta a Berlino, da sola va in discoteca, da sola apre la caffetteria. Eccetera.

Il corteggiamento, che occupa la prima ora, si interrompe quando Sonne torna dai compari e lascia Victoria (da sola) con la promessa di rivedersi l’indomani; non fosse che uno dei suoi amici, ex-galeotto, è in debito con un gangster per la protezione ricevuta in carcere, e l’elegia sentimentale diventa un thriller frenetico e compatto, con tanto di rapina a mano armata, fughe e sparatorie, in una Berlino senza lineamenti che potrebbe essere qualunque grande città europea. Non è chiaro se Victoria ci si trovi catapultata o vi si lanci, attirata da Sonne quanto dal gusto del pericolo, ma nel frattempo che la camera le sta incollata addosso si fa evidente un disperato bisogno di contatto, o perlomeno di esperienza.

Se magari il contenuto esprime più di quanto dica, formalmente e tecnicamente parlando, “Victoria” è spettacolare senza essere uno sfoggio di muscoli, un virtuosismo; né all’inverso è uno sforzo per catturare chissà che effettività. In qualche misura dà credito alla tesi dibattuta e spinosa secondo la quale una storia non è la storia ma il modo in cui è raccontata. L’eterna lotta tra forma e sostanza in campo cinematografico si traduce da sempre in polemiche scissioniste e schermaglie fra scuole di pensiero opposte (ultimo eclatante pomo della discordia è Refn) portate a suddividere i registi in due categorie, in chi sceglie di comunicare qualcosa e chi di comunicare e basta. Il pianosequenza e il real time di “Victoria” potrebbero assecondare una certa tendenza verista mirata a spazzare via il filmico dall’inquadratura, a lavare le cosmesi come un Dogma95 versione 2.0, a rarefare il più possibile gli artifici necessari alla composizione della messa in scena, cercando di fornire l’illusione che il racconto si articoli autonomamente. A mimetizzare, in sintesi, gli strumenti comunicativi. In realtà sono decisioni di stile che per assurdo, aiutate dalla colonna sonora spesso extradiegetica e dalle contaminazioni di genere, erigono il pilastro di un’estetica potente o addirittura prepotente.

Come dire, per una volta la forma è sostanza. “Victoria” è un’opera vivida, priva di fratture, fiera dei propri mezzi espressivi e dei propri obiettivi, che sono coincidenti, e sceglie di comunicare e di comunicarsi in una dichiarazione di amore incondizionato alle possibilità del cinema.

12/04/2017

Cast e credits

Distribuzione
Movies Inspired
Durata
138'
Produzione
Christiane Dressler, Jan Dressler, Sebastian Schipper
Sceneggiatura
Sebastian Schipper, Olivia Neergaard-Holm, Eike Frederik Schulz
Fotografia
Sturla Brandth Grøvlen
Montaggio
Olivia Neergaard-Holm
Musiche
Nils Frahm

Trama

Victoria, solitaria ragazza madrilena che vive a Berlino, dopo una nottata in discoteca fa la conoscenza di Sonne e dei suoi amici, che la coinvolgono in una rapina in banca.
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