Pur essendo a tutti gli effetti un prodotto di punta di Netflix, lo è per sforzo produttivo che lo sostiene e per il cast non altisonante ma sicuramente importante, paradossalmente “The Diplomat” è anche uno dei cosiddetti best kept secrets della piattaforma. Possiamo considerarlo tale perché riesce a fare breccia nell’agognata Top 10 delle riproduzioni soltanto di rado e soltanto in alcuni paesi, o più semplicemente perché se ne parla molto poco. Molto meno di quanto si dovrebbe, dato che si tratta di uno dei prodotti migliori dell’emittente. La penna dietro la serie è quella di Deborah Cahn, una che la storia degli intrighi fantapolitici per la televisione l’ha già fatta, co-firmando “Homeland”, per cui ha fatto anche da produttrice esecutiva. Come dimostrano le sue collaborazioni in diverse vesti sia con “Vinyl” che, udite udite, con “Grey’s Anatomy”, le idee della Cahn sono più versatili di quanto si possa pensare e in “The Diplomat” questa versatilità ha molto peso. La serie ha di certo una forte impronta da thriller fantapolitico, ma non sono da sottovalutare i suoi risvolti rosa, nonché la verve da commedia cinica.
Al centro della trama, se di trama si può parlare, di “The Diplomat” c’è Kate Wyler (la Keri Russell di “The Americans”), una diplomatica di carriera statunitense, che nel mezzo di una crisi internazionale viene spostata dal Medio Oriente a Londra, per fare da nuova, lanciatissima ambasciatrice americana nel Regno Unito. Elegante, ma poco incline a tacchi alti, tailleur rigidi e messe in piega strutturate, Kate vedrà la sua integrità e il suo matrimonio messi in crisi – la prima da una crisi partita da un attacco terroristico a una portaerei britannica, il secondo da fascinosi funzionari del governo inglese. Del resto suo marito e mentore Hal (il brillante Rufus Sewell) sembra più interessato a giocarsi le sue carte per ascendere tra le gerarchie della Casa Bianca che alla relazione, all’ambasciatrice più che alla moglie. Gran parte della scena è di Kate e Hal, che, signorili, magnetici e pieni di parole sofisticate come sono, la dominano. Non sono però da meno molti dei comprimari, un turbine di funzionari, agenti della CIA, presidenti e segretari di Stato affidati alle facce di grandi caratteristi del mondo della televisione e del cinema. Volendo ridurre le citazioni al minimo, rimane comunque doveroso citare il carismatico presidente Raybourn di Michael McKean (il Chuck di “Better Call Saul”), la sua algida vice e successora Grace Penn (Allison Janney ha appena vinto un Emmy per il ruolo) e, soprattutto, l’iracondo e sanguigno primo ministro inglese Trowbridge, la cui uscita di scena è il vertice della carriera di Rory Kinnear.
Nel corso di 4 stagioni, ciascuna tra i sei e gli otto episodi di poco sotto l’ora di durata, osserviamo gli sviluppi della crisi tra Regno Unito e Stati Uniti. In realtà, però, in “The Diplomat” succede molto poco, perlomeno in termini fattuali. Per giunta, quello che succede non lo si vede. Ciascun accadimento viene rivelato attraverso dialoghi fluviali e comunicazioni ufficiali dei protagonisti. A memoria, le scene di azione di questo thriller, se così possiamo chiamarle, sono soltanto due, forse tre. Ciononostante, poche serie recenti riescono a tenere alta l’attenzione dello spettatore come “The Diplomat”. In primo luogo perché, pur essendo un’opera di fantapolitica, dà sempre l’impressione di essere plausibile. Poi perché la scrittura della Cahn è incalzante e affilata, forbita ma non esclusiva. Inoltre, la serie rende benissimo l’aspetto dialettico di politica e diplomazia, facendo soppesare allo spettatore l’importanza non soltanto di quello che viene detto, ma anche di come viene detto e di quello che viene deliberatamente omesso. Raramente un oggetto filmico o seriale è sceso così ingiù nelle viscere di negoziazioni e delle strategie alla loro base, interessandosi più alla veridicità del processo scientifico della diplomazia che alla sua sua semplificazione o spettacolarizzazione. Per come la serie è strutturata, si potrebbe coniare il fantasioso termine tedesco zweikammerspiel, dove le due camere che si alternano e sovrappongono senza soluzione di continuità sono quella della cosa pubblica e quella del privato. Con il suo gioco di specchi tra le coppie presidenziale e vice-presidenziale, la quarta stagione rappresenta la sublimazione di questo meccanismo. Da questo punto di vista ha sicuramente aiutato l’esperienza pregressa in quel di “Grey’s Anatomy” della creatrice, capace tanto con la scrittura politica che con morbosi risvolti rosa, in entrambi i casi sempre capace di gran ritmo.
Alle stanze ideali, a maggiorare il valore della serie si aggiungono quelle reali. Eleganti magioni nobiliari, palazzi del potere, scorci di Toscana e conglomerati dei servizi segreti sono il lussurioso teatro di intrighi e ricevimenti, segreti e rivelazioni. Completa la messinscena minimale una colonna sonora quasi assente e sempre sobria, che assume i contorni di bozzetti modern classical e cameristici. Come il resto della produzione, anche la musica in punta di piedi in “The Diplomat” appare funzionale a risaltare la potenza dei dialoghi. Dopo una prima stagione che rappresenta una partenza in sordina, atta probabilmente ad abituare lo spettatore al modus operandi della serie, “The Diplomat” procede in crescendo, arrivando a un finale di quarta stagione che assume le proporzioni di un cliffhanger dinamitardo. Data la qualità vista fin qui, viene difficile ipotizzare che la quinta stagione, potenzialmente l’ultima, non saprà gestire la tensione e le aspettative accumulate.
28/10/2026