L’inizio di “Tip Toe” è fulminante. Siamo in una stradina di Manchester, con le tipiche villette a schiera inglesi. Gli abitanti della via sono visibilmente scossi da qualcosa. Qualcuno si porta le mani al volto attonito, qualcun altro strilla, un ragazzo osserva la confusione dal retro di una finestra. Poi, il piano sequenza si arrampica dai piedi fino al volto di un uomo appeso per il collo a un palo della luce. Issato senza vita come una bandiera all’odio.
È Leo (Alan Cumming), proprietario dello Spit & Polish, un locale queer situato lungo Canal Street.
Ogni puntata della serie ideata da David T. Russell e diretta da Peter Roar inizia ritornando al corpo di Leo appeso senza vita al lampione sulla strada di casa, aggiungendo di volta in volta dettagli e personaggi. In seguito, ciascun episodio fa un balzo indietro, per ricostruire gli ultimi dieci giorni di vita di Leo. Dal preciso momento in cui tutto, inaspettatamente, inizia ad andare a rotoli. Quello in cui rimane chiuso in mutande fuori casa e la sua vita si incrocia con quella del vicino di casa Clive Goss (David Morrisey), elettricista, omofobo, complottista, negazionista del Covid e dell’HIV.
Tolti il tragico principio e dunque la tragica fine, il flashback in cui si sviluppa “Tip Toe” è a tutti gli effetti una commedia nera: affilata, sarcastica, spietata, tentacolare nella maniera in cui abbraccia temi che trascendono spesso e volentieri l’omofobia e l’intolleranza moderna, andando dall’accoglienza ai migranti al sovrautilizzo dei social media. Non solo le battute sono sagaci, spesso geniali: a fare di questa miniserie una bomba ad orologeria è soprattutto la trama, organizzata come un’escalation inarrestabile di equivoci e rivelazioni. Eventi improbabili ma plausibili, che coinvolgono lo staff queer dello Spit & Polish e i figli di Clive, entrambi decisamente fuori dalle aspettative del padre.
Quando la trama rallenta, nelle stanze del locale o delle case dei protagonisti si consumano dei dialoghi che lambiscono il manifesto politico: si pensi al significato del titolo, spiegato dallo struggente personaggio di Melba (Paul Rhys), ma anche al dialogo tra Leo e Stephanie (Elizabeth Berrington) che chiude la serie. Politiche sono anche le didascalie epilogative lanciate sul finale, facendo di “Tip Toe” una finta storia vera e quindi un raggelante monito sulla direzione intrapresa dalla società della post-verità e della connessione permanente.
Alla sceneggiatura a dir poco brillante di David T. Russell viene affiancata una messinscena sobria ed elegante, che ben raffigura tanto il romanticismo degli ormai sorpassati quartieri queer quanto il grigiore dei cantieri cittadini sempre più poveri di lavoro. Eccezionale è poi la direzione degli attori da parte di Peter Roar, facilitato dal ritrovarsi in mano un cast in gran spolvero.
Una volta vista la serie, appare pleonastico tessere le lodi della coppia Cumming/Morrisey, con un particolare plauso per il secondo, capace con i suoi guizzi di terrorizzare, repellere e fare pena allo stesso tempo. Non sono però da meno anche tutti i comprimari, le donne della serie dunque (la succitata Elizabeth Berrington, ma anche Pooky Quesnel nel ruolo della moglie di Goss), i figli di Goss, soprattutto l’elettrico Saul Goss di Joseph Evans, e lo staff del bar queer, a partire dalla deliziosa Zee (Iz Hesketh). C’è poi Roddy, interpretato da George Miller, che, pur apparendo per una sola puntata, incarna in maniera terrificante la gretta mascolinità tossica che, nel tragico finale, fa detonare la rabbia repressa di Goss senior.
Già noto per “Queer As Folk” e per il reboot di “Doctor Who”, Russell T Davies si conferma una delle penne più agili e versatili della televisione britannica, ma anche uno degli autori più impegnati e volutamente politici del panorama. Contando sulle facce di Alan Cumming (nota soprattutto grazie alle apparizioni nei franchise di “X-Men” e “007”) e di David Morrisey (già scolpita nella memoria seriale collettiva come quella del governatore di “The Walking Dead”), l’autore ha rappresentato scottanti dualismi contemporanei quali odio contro orgoglio e ignoranza contro tolleranza, in un’opera di enorme potenza, la cui visione non può che scuotere chiunque vi si imbatta.
Per chi se la fosse persa o si fosse perso la nostra analisi a riguardo, cogliamo l’occasione per ricordare un’altra serie di quest’anno, con la quale “Tip Toe” ha molto in comune, “Half Man” di Richard Gadd. Entrambe le serie sono inglesi, entrambe sono distribuite da HBO, entrambe puntano su una narrazione destabilizzante ed entrambe sono segnate dalla mascolinità tossica e da altri virus sociali latenti. Ma soprattutto entrambe sono strutturate come dei flashback, quasi a voler indagare le cause della rabbia pronta a esplodere della società contemporanea e, pertanto, degli individui. Mentre “Half Man” si concentra di più su questi ultimi, sui singoli dunque, “Tip Toe” esplora l’impatto di questa rabbia sui gruppi. Le due serie diventano così due visioni quasi complementari che non possiamo che segnalare tra i migliori prodotti televisivi degli ultimi tempi.
08/10/2026