CAST & CREDITS

cast:
Carlo Verdone, Sergio Castellitto, Riccardo Scamarcio, Kseniya Rappoport, Dario Bandiera, Remo Girone, Valeria Solarino, Ottaviano Blitch, Makram Khoury, Elena Presti

regia:
Giovanni Veronesi

distribuzione:
Filmauro

durata:
116'

produzione:
Filmauro

sceneggiatura:
Andrea Agnello, Ugo Chiti, Giovanni Veronesi

fotografia:
Tani Canevari

scenografie:
Laura Pozzaglio

montaggio:
Claudio Di Mauro

costumi:
Gemma Mascagni

musiche:
Paolo Buonvino

Italians | Recensione | Ondacinema

Italians

di Giovanni Veronesi

commedia, Italia (2008)

di Rocco Castagnoli

Voto: 4.5
Giovanni Veronesi torna al cinema dopo il successo (seppur telefonato) dei due "Manuale d'amore", questa volta con l'intento dichiarato di fare un film più specifico e focalizzato, sia nel contenuto (la rappresentazione dell'italiano medio all'estero), sia nella forma (due maxi-episodi di un'ora, praticamente due film in uno). Il fine ultimo comunque non cambia: richiamare a fiotti il pubblico, magari sotto l'insegna costruita ad hoc di un cinema che coniughi "intrattenimento e qualità, nel pieno spirito della classica commedia all'italiana".
 
Ora, mettendo da parte le frasi fatte, urge comunque a priori riflettere su come sia stato possibile, ultimamente, indire proprio il regista toscano come portabandiera di questa fantomatica riproposizione di un genere che, a suo tempo, diede vita ad alcuni dei più bei film italiani di sempre.
È strano perché da un po' di anni a questa parte i film di Veronesi non sembrano altro che prodotti furbetti e ruffiani, studiati per fasce di pubblico ben definite (con i giusti "attori di richiamo"), che solo alla lontana sembrano dedicarsi a tematiche importanti o "serie", ma che in realtà le usano solamente come pretesto per crearci sopra storielline piuttosto facili, prevedibili e schiave quasi sempre dell'happy ending (gli esempi si sprecano, a partire dagli stereotipati giovani di "Che ne sarà di noi" per arrivare appunto ai "Manuali", i cui consigli si addicevano magari più alle cartine dei cioccolatini che ai veri problemi quotidiani).
 
Il problema, da che mondo è mondo, è infatti cosa racconti, e soprattutto come. Intendiamoci, pure i film di Monicelli, Risi e soci erano "studiati" in quanto a cast, e pure questi a loro volta sapevano essere "leggeri", ma a nobilitare l'insieme e soprattutto a dare un indubbio spessore a livello di sceneggiatura era gente come Age, Scarpelli, Cecchi D'Amico e così via.
Davvero altri professionisti, viene da dire.
 
Così anche questo "Italians" risente, eccome, di un livello di scrittura quantomai mediocre, scarso di inventiva e banale nelle soluzioni narrative. L'espediente annunciato di giocare sui clichè dell'italiano all'estero, sui suoi modi di fare, di dire, di comportarsi, alla fine si ritorcono sul film stesso e lo rendono a sua volta preda di rappresentazioni schematiche e semplicistiche (già solo considerando le ambientazioni: il Sud caldo degli Emirati Arabi, il Nord freddo della Russia).
Gli "italiani" raccontati da Veronesi non sono realistici (non hanno una parvenza di credibilità psicologica), ma non sono neanche macchiette (troppo vuoti anche in questo senso), restano sospesi in una implausibile via di mezzo sulla quale il film inciampa confezionando due storie una peggio dell'altra.
 
La prima, con Scamarcio e Castellitto, si affida al debole (perché poco verosimile) colpo di scena finale per rialzarsi dalla piattezza e ripetitività che fin lì l'avevano caratterizzata (la scazzottata al piano bar: seppure in altre forme, quante volte l'abbiamo vista?), cerca di attrarci col "gusto dell'esotico" tramite scenari da cartolina (suggestivi proprio come una di queste) e una fotografia patinatissima da spot (si veda la corsa in macchina) che dà quasi fastidio; sorvoliamo sotto questo punto di vista sugli evidenti e scandalosi casi di pubblicità gratuita che è meglio (solo un esempio: un cellulare che va su Internet in pieno deserto, a cosa serve se non a pubblicizzare la casa telefonica e il servizio che offre?).
Se il gioco doveva essere poi tenuto su dalla recitazione dei due attori, allora si casca male anche qua: Castellitto è in "giornata no", troppo gigioneggiante, e Scamarcio è semplicemente improponibile (basta dire che è quasi meglio quando si cimenta con l'inglese che quando lo fa col romano).
 
La seconda storia, protagonista Carlo Verdone, non è ai livelli della prima ma non riabilita nemmeno il film come è stato scritto altrove. Se non altro si ride: l'interpretazione dell'attore, seppur troppo calata in mossettine, smorfie facciali, atteggiamenti da complessato o camminate sbilenche, è comunque simpatica e buffa, in alcuni momenti quasi esilarante (la scena della tortura sadomaso, l'oliva inghiottita). A seppellire però tutto, di nuovo una trama delirante, che parte come esperienza di turismo sessuale forzata, diventa per un breve tratto commedia degli equivoci (il momento migliore) ma poi vira inspiegabilmente su una sorta di pseudo action/thriller, fino a scendere in caduta libera su un idilliaco quadretto bucolico/familiare (ovviamente da happy ending) dove Verdone, tanto per restare sui clichè, imita (e male) alcuni dialetti italiani.
La scena finale dello "stivale" ricostruito sul prato suona quasi come una beffa: questa è l'Italia rappresentata, un'Italia finta, di plastica, sghemba e raffazzonata come viene; non è di certo quella vera.