Captain Fantastic

Captain Fantastic


Matt Ross

Commedia, Drammatico | Usa
(2016)

Potrebbe essere il furgoncino di “Little Miss Sunshine” quello utilizzato dal padre di famiglia Ben per vagabondare con i propri figli verso le mete di un’America marginale che dal giallo della sognata California si sposta in un irrequieto  blu.

Le strade si intersecano in quell’angolo di cinema statunitense definito indie o, semplicemente, “da Sundance”, facendo riferimento al noto Festival cinematografico dello Utah che tanti natali ha donato a produzioni indipendenti che sarebbero altrimenti passate inosservate. O almeno è ciò che accadeva in passato: stilemi e canoni estetici cari a questo cinema, caricati e collaudati fin dal principio del nuovo secolo, si sono espansi a macchia d’olio , oltre le ristrettezze del basso budget, oltre le lande territoriali del fortunato Festival.

A modellare ed arricchire le modalità di racconto di un dato cinema contemporaneo sospeso tra commedia e tragedia è forse rintracciabile il contributo della serialità televisiva: distanti dalle sitcom  caratterizzate da episodi autoconclusivi, la storie son cominciate a prosegue di settimana in settimana mescolando dramma e commedia con ritmi distesi e una scrittura che ammorbidisce la ruvidezza della tragedia con cadenze ritmiche da sottile commedia. Dramedy è la parola coniata per indicare questa narrativa che vorrebbe stemperare con il sorriso una lacrima appena provocata. Afflitto da una meccanicità di scrittura che combinata ad un immaginario estetico che con piccole modifiche disfa e ridipinge i mondi proposti, è ampio il ventaglio di pellicole vittime di frizzi e lazzi che sovrastano trame e sottotrame di questo cinema amato da taluni per i motivi che lo schiavizzano, odiato da altri che decantano il proprio presunto atto di smascheramento.

Ed è proprio dal mondo del piccolo schermo che proviene il Matt Ross regista di “Captain Fantastic”: era l’Alby Grant di “Big Love”, è il Gavin Belson di “Silicon Valley”. Ed è qui al suo secondo lungometraggio da regista, ideale nuovo cantore di alternative alle frenesie del moderno universo ultratecnologico, a quel trambusto della società dei consumi che tutte le scorciatoie materialistiche offre e tutta la purezza dello spirito toglie. Ed è questo è il bigliettone da visita che “Captain Fantastic” affissa ben in evidenza sugli schermi che lo proiettono.

L’invisibile ma onnipresente moglie/madre di famiglia è l’apripista del costante viaggio di Ben e figli, tra foreste e marginali strade statunitensi. È un’elaborazione del lutto preventiva che aziona i motori di difesa prima del suicidio della donna.

La base di un percorso fisico ma soprattutto spirituale stabilisce una domanda che pervade il film intero: qual è il ruolo del genitore nell’America contemporanea? E ancora: è possibile ipotizzare alternative di vita allo spettro del consumismo destinato a fagocitare le nuove generazioni?

“Captain Fantastic” addossandosi un Io dell’evocato supereroismo produce domande, risposte e sottolineature.

Figurativamente l’errante pacchetto completo di Ben e dei sei suoi figli, con nomi unici al mondo, sembra essere uscito da un fumetto contemporaneo, ma è il descrittivismo ad estremizzare idee che vogliono farsi concetti: un’umanità che non solo veste con abiti poveri ma nemmeno conosce le scarpe Nike, non si limita a mangiare sano ma ignora l’esistenza dei cibi spazzatura, non offre un’alternativa all’educazione scolastica ma la sovrasta indottrinandosi con cataloghi di nozioni storiche, ascola Bach ed ignora il Rock, legge Dostoevskij e inorridisce davanti alla presenza di videogame. Essendo poi la combriccola una microcumunità neo-hippy gli è concesso gironzolare nuda per campeggi e rubare cibo al supermarket.

L’apice di questo assolutorio accumulo che nella sua forsennata ricerca dell’alternativa perde la leggerezza che inizialmente prometteva lo si ha in due significative sequenze: l’assurda celebrazione familiare a Noam Chomsky e la mascherata offerta in occasione del funerale. Ostentazione del gusto dell’assurdo che manca anche di un mirato utilizzo della provocazione dato che successivamente, in una fiacca parte finale incapace di equilibrare la mescolanza tra dramma e commedia , tirando le fila del discorso sembra calare la mira uscendosene con la morale del “cercate un’alternativa alla società che ci affligge, ma non esagerate”.

Forse bisognerà rivalutare definitivamente “Mosquito Coast” di Peter Weir che partendo da un sunto simile pur nei suoi squilibri va in profondità del suo sguardo, non scappando nemmeno davanti alla sgradevolezza.

Viggo Mortensen, comunque, sembra credere al progetto e dona al suo personaggio fondi di verità che il film non riesce a concretizzare quasi mai.

09/12/2016

Cast e credits

Distribuzione
Good Films
Durata
118'
Produzione
Electric City Entertainment, ShivHans Pictures
Sceneggiatura
Matt Ross
Fotografia
Stèphane Fontaine
Scenografie
Russell Barnes, Tania Kupczak, Susan Magestro
Montaggio
Joseph Krings
Musiche
Alex Somers
Costumi
Courtney Hoffman

Trama

Ben vive con la moglie e i sei figli, isolato dal mondo nelle foreste del Pacifico nord-occidentale. Cerca di crescere i suoi figli nel migliore dei modi, infondendo in essi una connessione primordiale con la natura. Quando una tragedia colpisce la famiglia, Ben è costretto suo malgrado a lasciare la vita che si era creato, per affrontare il mondo reale, fatto di pericoli ed emozioni che i suoi figli non conoscono.
Digger
Digger

Un'opera dalla regia rigorosa e viscerale, che conferma la densità stilistica di Iñárritu. Pur con qualche ridondanza strutturale che ne frena la tensione drammatica, il film offre un'efficace e lucida decostruzione psicologica dei personaggi

Her Private Hell
Her Private Hell

Nicolas Winding Refn torna al lungometraggio con un’opera visivamente magnetica che interroga la paternità tra protezione, controllo e possesso. Ma nel tentativo di decostruire la figura del padre, Her Private Hell rischia di trasformare quella della figlia nell’ennesimo oggetto del proprio sguardo

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio

"Heart of the Beast" di David Ayer è l'ultimo di una serie di film che raccontano la wilderness americana rispolverando il mito della frontiera. Ne risulta un film di sopravvivenza in cui lo spazio dell'azione è affiancato da una contemplazione rispettosa del creato in ogni sua forma, retto sull'interpretazione tutta fisica di Brad Pitt

Una storia
Una storia

"Una storia" di Anna Foglietta ha ottime premesse e può contare sulla bravura dei due protagonisti, ma non convince del tutto: la scelta di raccontare questo dramma familiare attraverso una regia estremamente statica, inquadrature fisse e lunghi silenzi finisce per appesantire il ritmo

Possible Love
Possible Love

VENEZIA 83 - Otto anni dopo "Burning", Lee Chang-dong torna con un altro dramma in cui affronta questioni che sono al contempo di bruciante attualità e universali: la disparità di classe e la verità dei sentimenti. Un'opera densa e stratificata che può vantare anche uno straordinario quartetto di attori, premiata con il Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria

Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio
Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio

Palestina, 1936, durante il protettorato britannico. Un villaggio di palestinesi cristiani vede le proprie terre sottratte per far posto a una colonia ebraica. Il film racconta con efficacia la rivolta che segue, pur in maniera a volte didascalica

Resident Evil
Resident Evil

Con un reboot radicale, Zach Cregger tradisce la lore del videogioco per abbracciarne la geometria formale. Tra luci espressioniste, spazi claustrofobici e montaggio sincopato, i tropi del survival horror diventano stile. Pur prevedibile nella scrittura, il film è un horror solido e grottesco.

Nessun Dolore
Nessun Dolore

In "Nessun Dolore" Gianni Amelio torna a raccontare il presente con un film testamentario e poetico che parte da uno dei temi più cari al suo cinema, quello del mancato incontro tra un padre e un (possibile) figlio, per mettere in scena la palingenesi di un personaggio "eretico", un Alessandro Borghi in stato di grazia, disposto all’esilio sociale pur di non rinunciare all’empatia verso i più deboli