CAST & CREDITS

cast:
Hassina Burgan, Massi Mrowat, Hamid Djavadan, Golshifteh Farahani

regia:
Atiq Rahimi

distribuzione:
Parthenos srl

durata:
103'

produzione:
arte France Cinéma, Razor Film Produktion GmbH, Studio 37, The Film, Agora Films, Corniche Pictures

sceneggiatura:
Atiq Rahimi, Jean-Claude Carriere

fotografia:
Thierry Arbogast

scenografie:
Erwin Prib

montaggio:
Hervé de Luze

costumi:
Malek Jahan Khazai

musiche:
Max Richter

Come pietra paziente | Recensione | Ondacinema

Come pietra paziente

di Atiq Rahimi

drammatico, Francia/Germania/Afghanistan (2012)

di Diego Capuano

Voto: 5.5

Nei dilaniati territori dell'Afghanistan la possibilità di diffondere l'arte cinematografica è prossima allo zero. Se la guerra civile prosegue ininterrottamente da 25 anni, alle nuove generazioni molto raramente viene offerta una possibilità di superare i confini (mentali quanto fisici) di spazi limitati e quindi asfissianti. Del resto i dati sull'analfabetismo, che supererebbe il 90%, mettono a tacere anche i più ottimisti.
La cultura è dunque sepolta insieme a corpi e dignità martoriate.
Benchè la costituzione locale precisa di non vietare la censura ma soltanto la blasfemia, il cinema è lì un'arte comunque nulla. Le sporadiche occasioni di produzioni locali prevedono collaborazioni finanziarie europee.

Nato nel 1962 a Kabul, Atiq Rahimi ha vissuto la guerra afgana dal 1979 al 1984 dopodichè, rifugiato in Pakistan, chiese l'asilo politico. Ottenuto in tempi brevi, andò a vivere in Francia, dove tutt'ora risiede. Quantunque squarciato da laceranti ferite del suo paese d'origine (il fratello, comunista, fu assassinato nel 1989), il passaporto francese e la distanza geografica dall'Afghanistan hanno stabilito un distacco dalla sostanza del vivere quotidiano di quelle zone disagiate. E' sempre complicato stabilire la veridicità di una rappresentazione di una realtà tanto disagevole, determinare il grado di acutezza di uno sguardo abituato allo strazio di civiltà disagiate rispetto ad un occhio più lontano e distaccato.
Fatto sta che il romanzo "Pietra paziente", uscito nel 2008, ha ottenuto un buon successo fino a ricevere il prestigioso premio Goncourt. Nella sua fedele rilettura cinematografica, Rahimi si fa aiutare alla sceneggiatura del maestro Jean-Claude Carrière (particolarmente e giustamente celebri alcune collaborazioni con Luis Buñuel).

La punta di diamante di questo adattamento è Golshifteh Farahani, la più nota attrice iraniana contemporanea. La più ambita, la più apolide e discussa: dopo una foto di nudo per una campagna pubblicitaria sui diritti della donna si è stabilita anche lei in Francia. L'attrice è praticamente presente in ogni sequenza e, sebbene indiscutibilmente brava, risulta forse troppo bella e di eccessiva personalità per instaurare quel rapporto di necessaria adesione verso un verosimile immaginario in grado di abbracciare tanto la sensibilità occidentale quanto quella locale. Il passaporto iraniano suggerisce una condizione critica che riguarda più luoghi e zone del Medio Oriente. Ma l'autore vuole forse spingersi oltre. A fare da biglietto da visita al suo film basterebbe l'epigrafe di Artaud che ha scelto per il suo romanzo: "Dal corpo attraverso il corpo con il corpo dal corpo e fino al corpo. Non c'è nulla di più politico del corpo, in particolare di quello femminile. Dalla notte dei tempi il corpo ci ricorda che non siamo niente sulla terra. Si nasce, ci si trasforma, ci si ammala, si muore, si sparisce. Per consolarci abbiamo inventato lo spirito, qualcosa di immortale e abbiamo concepito l'anima".
Un proclama sin troppo ambizioso, probabilmente. Il passo narrativo sposa il metodo della Farhadi (e viceversa): basandosi su un impianto realista, travalica l'impatto naturalistico sposando contemporaneamente la forma romanzo e quella teatrale.

I personaggi non hanno nomi - a evidenziare una simbologia aforistica talvolta pretenziosa - ma sono emblemi o semplici comparse di un universo che gira intorno alla figura Femminile.
Quello della protagonista è un incessante monologo che sussurra, indica, confessa, urla, rigetta anima a corpo alla pietra paziente che attende di (auto?)distruggersi. E' in fin dei conti un soliloquio che trascende le quattro pareti nel quale è rintanato.  E' un discorso potente e provocatorio, insoluto nel raccontare il qui e l'altrove, nella necessità di ricorrere a effetti melodrammatici (non di primissimo ordine) per sciogliere i nodi del discorso.

E' come se a Rahimi non bastasse la valenza di un corpo femminile per combattere lo sfruttamento di esso: il regista adopera forse più del dovuto quello stesso corpo per tirare le fila del suo discorso.
Lo fa soprattutto in un finale che mette troppa carne al fuoco, dove la parola e le pose plastiche dei personaggi ondeggiano tra Shakespeare e la tragedia greca.
Le intenzioni emergono forte e chiare, ma in tempi recenti sia la parabola della politica dei corpi (vedi "Hunger" di Steve McQueen) sia quello della condizione della donna mediorientale (vedi "Il cerchio" di Jafar Panahi) hanno ricevuto trattamenti cinematografici più asciutti, tesi, lucidi, ammirevoli.