Educazione siberiana

Educazione siberiana


Gabriele Salvatores

Drammatico | Italia
(2012)

Una comunità di criminali siberiani tiene viva la sua etica in un paesino del sud della Russia dove è stata deportata.

Il capoclan, Kuzja (John Malkovich) svolge i ruoli di guida spirituale, giudice, arbitro e educatore della gioventù, a cominciare dal riflessivo nipote Kolima (Arnas Fedaravicius) e dal bollente Gagarin (Vilius Tumalavicius). Iniziato al coltello, ai tatuaggi e alla pistola, Kolima conclude il suo apprendistato ed è pronto a emigrare di nuovo, questa volta in Occidente.

Gabriele Salvatores dirige l’ennesimo capitolo della sua personale idea di “anarchia e libertà” e questa volta parte da un pre-testo letterario, l’omonimo e fortunato romanzo d’esordio di Nicolai Lilin. Meglio dirlo subito: il film non convince. Quello che risulta subito evidente è il didascalismo di cui è spesso vittima il film che nasce da un romanzo; in sovrappiù, molti critici avevano già accusato di didascalismo l’opera di Lilin, considerata inverosimile.

Probabilmente è l’idea stessa di anarchia e libertà così come la intende Salvatores a denunciare i suoi limiti, in una storia che si vorrebbe sconvolgente ma che in realtà non è molto di più di un minestrone di miseria, regole di branco, religiosità sincretica, spirito combattivo e tanta vodka.

Se la cava meglio, la regia, quando molla il freno e si abbandona a quelle scene oniriche che risultano molto più eversive di una esecuzione sommaria o di un furto di stivali.

Il delicato tratteggio di Xenja (Eleanor Tomlinson), la matta, la “voluta da Dio”; il pianoforte che suona nella tempesta come un’orazione funebre; i colombi lanciati in aria col ralenti e che sembrano applaudire invece di volare; i seggiolini che volano nel cielo spettrale sulle note della musica occidentale, la “Absolute Beginners” di David Bowie che parte nella sordina del lo-fi, oggettivo punto di ascolto di un mangianastri gracchiante, e poi si invola in una stereofonia assordante e coinvolgente che i ragazzi in volo sentono solo con la loro testa e noi con loro. Sono questi i momenti migliori del film, quando Salvatores abbandona la rigidità strutturale, quando smette di fare l’occhiolino alla banda di mocciosi di “C’era una volta in America“, alla simmetria del corpo a corpo di “Arancia meccanica”, persino ad alcuni piani d’insieme de “La promessa dell’assassino“, il film di David Cronenberg di cui Lilin aveva già detto peste e corna.

Lilin nel film si è ritagliato un ruolo se vogliamo marginale: consulente sui tatuaggi e le armi, che è dopotutto il sottotesto più intrigante, il linguaggio: di una cosiddetta “etica criminale” di cui noi spettatori italiani sappiamo già tutto grazie ai rituali mafiosi, ci interessa ben poco.

Più interessante è lo sviluppo di una comunità con le sue regole vetero-testamentarie, semitiche, che si trasforma in una comunità semiotica, non significante ma direttamente indiziaria, come una traccia per iniziati.

Sembra un quaderno appena comprato, commenta con disprezzo il maestro tatuatore Ink (l’incisivo Peter Stormare, effigie del cinema dei fratelli Coen) quando guarda il corpo glabro di Kolima. Il tatuaggio testimonia l’esistenza, è lo scontrino da esibire per essere individuo, affinché la vita di ognuno non si possa confondere con quella di un altro e quindi il corpo è un libro, ogni ferita è un brano, il sangue non ha più importanza, è l’inchiostro che racconta talché gli uomini diventano marchi indelebili offerti alla pubblica lettura. Un po’ poco per farci un film.

27/02/2013

Cast e credits

Distribuzione
01 Distribution
Durata
110'
Produzione
Cattleya - Rai Cinema
Sceneggiatura
Gabriele Salvatores, Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Fotografia
Italo Petriccione
Scenografie
Alessia Anfuso
Montaggio
Massimo Fiocchi
Musiche
Mauro Pagani
Costumi
Patrizia Chericoni

Trama

Una comunità di criminali siberiani tiene viva la sua etica criminale in un paesino del sud della Russia dove è stata deportata.
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