Himizu

Himizu


Sion Sono

Drammatico | Giappone
(2011)

Nello splendido finale di “Rapsodia in Agosto” assistiamo alla corsa disperata di un gruppo di ragazzini intenti a inseguire l’amata nonna che in preda alla follia se ne va in mezzo alla tempesta, in balia dei venti e di chissà cos’altro. L’ultranovantenne Akira Kurosawa, imperatore del cinema giapponese, in uno dei suoi ultimi lavori ci lasciava, col suo stile inimitabile, l’insegnamento che quando teniamo veramente a qualcuno bisogna essere disposti a tutto e sfidare le intemperie è il minimo…In “Himizu” (nome di una specie di talpa che vive solo in Giappone), nuovo film del regista di culto Sion Sono (“Love Exposure” e “Cold Fish”), presentato in concorso alla recente mostra del cinema di Venezia, a correre disperato sotto la pioggia è il giovane Sumida (che ha l’energia di Shota Sometani, premiato al lido col Mastroianni come miglior emergente) e a inseguirlo è l’eterogeneo gruppo di persone al quale il ragazzo si è legato, varia umanità accomunata dal fatto di non passarsela particolarmente bene. Ad andare dietro al protagonista (in tutti i sensi) è soprattutto Chazawa (la deliziosa Fumi Nikaido, anche lei segnalata dalla giuria veneziana), una compagna di classe del giovanotto, innamorata di colui che vede come “un fiore unico”.

Non è un caso che Sion Sono si ricordi di un film che proponeva tra le altre cose l’elaborazione di una tragedia collettiva passata. Infatti, partito come la semplice trasposizione dell’omonimo manga di Minoru Furuya (quello di “Ping-Pong Club”) che raccontava la storia d’amore prevedibilmente complicata fra due adolescenti, il progetto ha dovuto fare i conti, in corso d’opera, con la tragedia di Fukushima e, dopo opportuni cambiamenti in fase di sceneggiatura, si apre con una sequenza molto potente dove vediamo separatamente i due protagonisti e un personaggio secondario (che poi verremo a sapere essere un imprenditore che nello tsunami ha praticamente perso tutto) smarriti in un paesaggio devastato dove tutto è stato spazzato via da un cataclisma. Il clima da tragedia, oltre che dalle immagini, è evidenziato dall’uso dei suoni, rumori penetranti in crescendo che poi sono quelli della mente. Lo tsunami può anche essere stato un sogno ma non conviene sperare troppo in un lieto risveglio. Nell’idea del regista c’è comunque una possibilità di salvezza ed è quella che porta i due ragazzi a sopravvivere nonostante tutte le ostilità, siano esse calamità naturali, violenze covate in famiglia o in una società sempre più allo sbando. Un ragazzino che insegue il sogno di “una vita normale” e un’appassionata di poesia che si definisce candidamente una stalker e che, citando Villon, sostiene di conoscere tutto “tranne che me stessa” non sono propriamente gli eroi caratteristici di un film; eppure ai due lo spettatore si affeziona.

Aspirare ad una vita tranquilla per il giovane Sumida non è però facile, tra una mamma che si è data alla macchia e un padre alcolizzato e violento che ogni tanto fa delle visite improvvisate non certo piacevoli (come sono terribili certe famiglie giapponesi almeno stando a come le descrive questo regista!). La piccola impresa familiare da mandare avanti, qualche amico fidato e soprattutto la devota aspirante fidanzatina (forse) possono fare la differenza, anche se inizialmente (e non solo…) Sumida pare risoluto nel non ricambiare le attenzioni dell’ostinata ragazza, respingendola anche con una certa virulenza. Ma, come si sa, chi si accapiglia si piglia…

Le cose si fanno (ulteriormente) complicate quando un capomafia pretende dal protagonista i soldi per saldare un debito contratto dal padre scriteriato. Poi tutto finisce col ricomporsi, ma non senza dare a Sono la possibilità di inserire quelle sottotrame che gli piacciono tanto e che qui prevedono un neonazista fanatico che inneggia al nucleare, un abile borseggiatore, una ragazza statuaria con la passione per le pratiche sado-maso (“lo faccio perchè mi piace” dichiara imperturbabilmente ad uno sbigottito Sumida), i genitori sciroccati di Chazawa (che costruiscono un patibolo nella speranza che la figlia ci si impicchi) e serial killer o aspiranti tali.

Definito da alcuni come il nuovo Shohei Imamura, più verosimilmente agli occhi dei fan cinefili  Sion Sono ricorderà Takashi Miike, altro autore idolatrato cui può essere accomunato grazie all’amore per le tematiche complesse, le trame sovraccariche, gli effetti forti e, almeno per ora, la notevole velocità con cui gira i film (il precedente, “Guilty of Romance”, era a Cannes).

In verità alcuni recensori hanno trovato che in “Himizu” il regista fatichi un po’ nell’abbinare i riferimenti all’attualità nipponica alle situazioni sopra le righe tipiche della sua poetica. E’ però indiscutibile che le sequenze del disastro forniscano al tutto un valore aggiunto. Semmai convincono meno i troppi personaggi monocordi, un minutaggio eccessivo (del resto non una novità per lui!) e un uso troppo reiterato di certe scelte musicali. Va comunque riconosciuto che alcuni cambi di registro (ad esempio l’esibizione dei due cantanti di strada) siano più efficaci di quanto non sia stato detto e il quadro di una società in profonda crisi viene fuori con efficacia, anche se indubbiamente alcune sue opere precedenti (penso in particolare a “Suicide Club”) hanno affrontato tematiche simili proponendo delle soluzioni più originali e interessanti. Anche con quest’opera minore, Sion Sono si conferma un regista degno di attenzione che in futuro sarà in grado di continuare a sorprenderci.

17/09/2011

Cast e credits

Distribuzione
Fandango
Durata
129'
Produzione
Haruo Umekawa, Masashi Yamazaki
Sceneggiatura
Sion Sono, Minoru Furuya
Fotografia
Sohei Tanikawa
Scenografie
Takashi Matsuzuka
Montaggio
Junichi Ito
Musiche
Tomohide Harada
Costumi
Rita Murakami

Trama

In un Giappone sconvolto dalla tragedia di Fukushima, i giovani Sumida e Chazawa cercano con fatica la loro strada
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