Recensioni

Il filo nascosto

di Paul Thomas Anderson

drammatico, Usa (2017)

CAST & CREDITS

cast:
Daniel Day-Lewis, Lesley Manville, Vicky Krieps

regia:
Paul Thomas Anderson

distribuzione:
Universal Pictures

durata:
130'

produzione:
Annapurna Pictures, Focus Features, Ghoulardi Film Company

sceneggiatura:
Paul Thomas Anderson

scenografie:
Mark Tildesley

montaggio:
Dylan Tichenor

costumi:
Mark Bridges

musiche:
Jonny Greenwood

Il filo nascosto | Recensione | Ondacinema

Il filo nascosto

di Paul Thomas Anderson

drammatico, Usa (2017)

di Giuseppe Gangi

Voto: 9.0
Ubriaco d'amore

Quando "Ubriaco d'amore" uscì nel 2003, persino alcuni tra gli ammiratori dei precedenti lavori di Paul Thomas Anderson rimasero interdetti. Lontano dalla coralità altmaniana, il film era una commedia romantica assai bizzarra che, come scriveva Diego Capuano, deve più di qualcosa al "Fuori orario" di Martin Scorsese, con un plot assurdo e due personaggi principali disfunzionali che alternavano parole dolci a feroci minacce. L'allora trentatreenne Anderson si divertiva a spiazzare con svolte lunatiche, movimenti di macchina ubriacanti, grandangoli claustrofobici che riflettevano la situazione psichica dei protagonisti. Eppure, in quel caso, l'amore aveva evidentemente una funzione se non salvifica, perlomeno regolatrice. "Il filo nascosto" riprende le dinamiche dell'innamoramento ma rileggendole alla luce del cinema successivo del suo autore che, nel frattempo, ha maturato uno sguardo diverso sui propri personaggi e ricalibrato il proprio stile. Non ci sono, infatti, in questa sua ultima pellicola (in 35mm) virtuosismi insistiti, Anderson non solo è assoluto padrone del mezzo, ma col tempo è divenuto anche un vero maestro della messa in quadro, riuscendo a smussare gli spigoli del proprio talento, eliminando ciò che poteva apparire gratuito ed eccessivo.
Il regista prosciuga il proprio stile eliminando quasi ogni orpello, centrando il proprio sguardo sul gesto e la mimica attoriale, sui volti che con le loro emozioni conducono un plot rarefatto, che predilige il non-detto e avvolge la scrittura in un'aura misterica seppur limpida. Il protagonista del "Filo nascosto" è Reynolds Woodcock, un couturier che con la sua maison detta la moda e il gusto per l'aristocrazia e l'alta borghesia di Londra: siamo negli anni 50, negli stessi anni in cui si svolgeva, dall'altra parte dell'Oceano, "The Master".
La narrazione è introdotta da Alma che racconta della sua totalizzante devozione all'esigentissimo Woodcock. Con un flashback assistiamo a un giorno di lavoro come tanti nella "Woodcock House": con il montaggio alternato, Anderson mostra il risveglio della casa, con l'arrivo ordinato delle sarte e la vestizione meticolosa di Reynolds. Durante la colazione, lo stilista siede a capotavola lavorando silenziosamente a degli schizzi: alla sua destra la sorella Cyrill (onnipresente braccio destro e imprenditrice della maison) e alla sua sinistra la fidanzata che si lamenta di non ricevere da lui nemmeno uno sguardo. La sera stessa Cyrill (una meravigliosa Leslie Manville) consiglierà di mandar via la ragazza regalandone un vestito: di lei non si saprà più niente, ma si intuisce che quella di sbarazzarsi delle donne per cui Reynolds ha perso interesse sia una pratica consolidata; il dettaglio decisivo consta nel regalo, un vestito (quello di ottobre), forse memoria di un periodo felice. L'uomo, che dice di sentirsi inquieto, parte per la sua casa di campagna e guida di notte, velocemente, su una macchina sportiva che per modello e inquadratura non può che ricordare la Durango 95 del kubrickiano "Arancia meccanica". A questo punto il prologo finisce e inizia la love story.

The Master

L'innamoramento è istantaneo e Anderson è abilissimo a mostrarlo senza che una parola venga detta. Reynolds entra in un hotel per fare colazione, si siede da solo a un tavolo davanti a una finestra; getta uno sguardo sulla sala notando una ragazza alta e dai capelli ramati (la sorprendente Vicky Krieps) che si muove, lei si accorge di essere osservata, ricambia lo sguardo e goffamente inciampa. Quando lei prende l'ordine, egli diviene famelico richiedendo quasi l'intero menù: dopo strappa via la pagina dell'ordine e chiede alla cameriera di ricordarlo a memoria. Dopo esserci riuscita, Reynolds la invita a cena: la ragazza, rispondendo positivamente, gli lascia un biglietto già preparato con scritto "Per il ragazzo affamato, mi chiamo Alma". 
Sin da subito Anderson mostra come il rapporto tra Reynolds e Alma si traduca in una sfida su chi prende le redini del gioco: se inizialmente è Reynolds a condurre, è evidente come la ragazza abbia già anticipato le mosse dell'uomo. L'ennesima variazione sul tema del pigmalione è declinata da Anderson in modo originale. Senza dubbio la scelta, affatto banale, di fare di Woodcock un couturier di prima grandezza porta il regista a concentrarsi sulla creazione artigianale di un manufatto, sul processo di invenzione e di realizzazione: non mancano le carrellate sulle cucitura, i dettagli sulla materia, i close-up sui volti che si illuminano subendo la metamorfosi della bellezza trasmessa dal lavoro del geniale Woodcock, oppure sui lembi di pelle, misurati e poi vestiti. Sin dalle prime immagini, il protagonista è indissolubilmente legato al proprio mestiere, da cui è assorbito a ogni ora del giorno.
Due sequenze magistrali esprimono con sublime intensità ma senza volgarità alcuna l'animo feticista di quest'opera sontuosa: la prima si svolge nella sera del primo incontro tra i due innamorati; Woodcock chiede ad Alma se gentilmente può indossare qualcosa per lui. La seduzione e la passione erotica è messa in scena metaforicamente per spostamento e condensazione: la stoffa quale seconda pelle, la selezione del colore, il prelievo pignolo delle misure rendono la figura della donna un modello, la musa a cui dare vita attraverso la realizzazione di uno splendido abito. "No, sei perfetta. È mio compito dartene un po', se scelgo di farlo", dice il sarto alla ragazza che si scusa per la scarsezza di seno. Il corpo di cui parla non è quello effettivo, ma quello che lui sta costruendo per lei attraverso la sua arte. Come in un film degli anni 50, il sesso - se c'è - rimane fuori campo: tra l'uomo e la donna c'è sempre un abito. La seconda scena si svolge durante un défilé per l'alta società: lo stilista cura ogni dettaglio, ossessionato dalla perfezione; dopo aver fatto entrare Alma, preso dalla curiosità, avvicina l'occhio a uno spioncino nascosto sulla parete, per potersi inebriare della bellezza da lui creata; Alma, consapevole di essere guardata, viene inquadrata tramite un raccordo sullo sguardo restituendo audacemente l'occhiata. Woodcock sembra immediatamente soggiogare la ragazza la quale, però, incuneandosi nella sua vita comincia a metterne in crisi la routine: esemplare la scena in cui, a colazione, movimenti quotidiani come imburrare il toast o girare il cucchiaino nella tazzina da tè si trasformino in deflagrazioni che disturbano il laborioso disegnare di Woodcock.
Se in "The Master" vi è un riverberarsi della dinamica padrone-servo che segue le linee di forza esistenti tra i protagonisti, nel triangolo composto da Lancaster Dodd, Freddie Quell e Peggy Dodd, ne "Il filo nascosto" il gioco si dispiega in maniera sotterranea, la lotta per il potere muta in lotta per il controllo, battaglia tra i sessi, astratto corpo a corpo per condurre la danza dei sentimenti.

Madre/Rebecca

In "mother!" Darren Aronfsky satura lo spazio filmico di una congerie di allegorie che, sovrapponendosi l'una con l'altra, finiscono per far deragliare la narrazione in territori folli e contraddittori. La rilettura del mito dell'artista-creatore è presente anche in "Phantom Thread", ma se Aronofsky si ferma alla vampirizzazione della musa femminile, Anderson scava più in profondità nel rapporto simbiotico che si instaura tra i due amanti. Per spiegarlo è necessario soffermarsi sul ruolo di Cyrill, la sorella che fa le veci materne per Woodcock, assecondandolo ma anche canalizzando e dirigendo silenziosamente i suoi impulsi. È spesso presente in scena, anche se il ruolo che ricopre è apparentemente marginale: Anderson sottintende come il vero controllo sia nelle sue mani, come riesca sempre a zittire l'insofferente fratello, blandendone l'aggressività. Cyrill è evidentemente una rilettura del personaggio di Mrs. Danver di "Rebecca", se dobbiamo credere a Anderson che ha parlato dell'opera di Alfred Hitchcock quale modello: l'atmosfera fiabesca è d'altra parte presente nel "Filo nascosto" e si potrebbe pensare a Woodcock come a una sorta di Barbablù o di Bestia da liberare. Alcune sue battute scoprono come i rituali a cui è abituato implichino una forma di superstizione e, non a caso, dice ad Alma che ha bisogno di lei per spezzare un maleficio. Woodcock è posseduto dal ricordo della madre, di cui porta sempre con sé una ciocca di capelli, cucita nella giacca: per lei - aiutato dalla sorella - ha prodotto la sua prima opera, l'abito per le seconde nozze. È forse questo il "phantom thread" del titolo originale ed è per questo che Anderson decide di immergere la storia d'amore in un'atmosfera che è al contempo estremamente tattile e irreale, misteriosa. Si pensi ai movimenti di macchina, quasi sempre ascendenti o discendenti a scoprire, a rivelare o a celare dietro stoffe, merletti, carta da parati; alle inquadrature che iniziano spesso in campo medio o lungo per poi gradualmente avvicinarsi: in tal senso, meraviglioso il long take sulla proposta di matrimonio che va escludendo il manichino dell'abito nuziale sulla sinistra.
Inoltre non si deve dimenticare che la fotografia di quest'opera, coi bianchi spesso sovresposti e tesi a ovattare l'aria e  le gradazioni di blu nelle sequenze serali a fornire un'atmosfera onirica, è idea dello stesso regista, in un lavoro collettivo privo di direttore accreditato. La partitura musicale di Johnny Greenwood, composta da leit-motiv ipnotici, climax martellanti e passaggi classici, costituisce il tessuto sonoro che si amalgama e potenzia la proposta visiva di Anderson, acuendone la carica allucinatoria. Nel complesso, è inevitabile notare nel lavoro sartoriale dell'atelier di Woodcock la mise en abyme del processo creativo di Paul Thomas Anderson, la continua lotta con se stesso per concretizzare un'ispirazione in un pezzo unico, personale e inimitabile.

"Il filo nascosto" racconta l'amore come patologia, come folie à deux: se finora abbiamo parlato di Woodcock, è Alma l'anomalia, l'elemento eccentrico che sposta il gioco verso regole ancora da scrivere e batte strade imprevedibili. Woodcock, anche grazie al genio della recitazione di Daniel Day-Lewis, fatta di smorfie, piccoli gesti e battute velenose che vengono soffiate vie, rappresenta l'eleganza formale, la perfezione che inebetisce con le sue regole; Alma è invece il cuore mobile che reagisce e incrina la gabbia fino a evadere, creando un nuovo equilibrio. La giovane donna si sostituisce alla sorella, sconfigge il fantasma della madre e ne ricopre il ruolo: resta musa, modella, collaboratrice e, pertanto, vessata e snobbata, per poi prendere con decisione il controllo e prendersi cura di un Reynolds improvvisamente debole, inerme, ammalato. "Lasciami guidare", gli dice a un certo punto, ma lui, che accetta, non sa che potrà riprendere le redini del gioco solo quando lei lo desidererà.
Se nell'ironico e postmoderno "Ubriaco d'amore" il sentimento guariva, in "Phantom Thread", Anderson, che è uno di quei registi-stilisti che stanno traghettando il cinema in un'altra fase della sua storia, sancisce che l'amore stesso è la malattia. La tossicità di questa relazione ci incatena allo schermo con la stessa forza della famosa sequenza no blinking di "The Master": cos'è infatti la scena della preparazione dell'omelette ai funghi se non una sua virtuosa rielaborazione, alla luce della lezione del "Sospetto" hitchcockiano? Il fascino incantatorio non è dato da bruschi cambi di rotta né dai plot-twist, ma dall'incredibile perfezione di questa esperienza audiovisiva, che fa delle asimmetrie della vita e dei sentimenti l'unica sincera forza da esibire e a cui soccombere. Essere padroni, finché non si ha fame e bisogna essere nutriti.