CAST & CREDITS

cast:
Tom Cruise, Miranda Otto, Dakota Fanning, Tim Robbins

regia:
Steven Spielberg

distribuzione:
Universal Pictures

durata:
116'

produzione:
Paramount Pictures, DreamWorks SKG, Amblin Entertainment, C/W Productions

sceneggiatura:
David Koepp

fotografia:
Janusz Kaminski

scenografie:
Rick Carter

montaggio:
Michael Kahn

costumi:
Joanna Johnston

musiche:
John Williams

La guerra dei mondi | Recensione | Ondacinema

La guerra dei mondi

di Steven Spielberg

fantascienza, horror, avventura, azione, Usa (2005)

di Ivan Barbieri

Voto: 6.5

A Rey (Tom Cruise), operaio divorziato, spetta la custodia dei figli nel fine settimana. I due, poco propensi a far visita al genitore, non nascondono di considerarlo alla stregua di un perdente. Il tranquillo weekend di paura dei nostri inizia con la comparsa di una civiltà aliena che, emergendo dalle viscere della Terra, semina il panico tra la folla urlante, incenerita dalle milizie marziane. Seguirà una corsa a rotta di collo per la sopravvivenza, mentre il diabolico piano degli invasori sembra non conoscere vulnerabilità.

Ennesima trasposizione dell'omonimo romanzo di Wells, "La guerra dei mondi" è il secondo film di Spielberg realizzato in tandem con il divo Tom Cruise. Quest'ultimo, inaspettatamente, non veste i panni dello scrittore del romanzo o dello scienziato del film datato 1953, bensì quelli di un immaturo padre che, almeno sulle prime, agisce più per tornaconto personale (leggi "sbarazzarsi della prole recapitandola alla madre") che per valori morali: il ruolo di disordinato e un po' codardo common man è inedito per un eroe dell'impossibile come Cruise, e tale correzione al materiale di partenza si propone quale elemento di rottura con l'episodio diretto da Byron Askin.

Dal punto di vista dell'esperienza cinematografica, si tratta più "semplicemente" di mettere in scena l'Apocalisse, in un survival-road movie con la struttura del film di serie B (basti pensare alla scarna e semplicistica descrizione della voce narrante, omaggio alla tradizione imposta dal romanzo e reiterata dal primo tentativo cinematografico) e il budget stratosferico delle mega-produzioni hollywoodiane. Spielberg, pur espropriato del beneplacito di tanta critica (e stavolta, pare, anche di gran parte del pubblico), confeziona il film attraverso una collezione di scene impressionanti; su tutte quella dove i tripodi -questo il nome delle navicelle nemiche- emergono dal sottosuolo e quella dell'aereo schiantato al suolo. In momenti come quelli ora citati la proprietà tecnica del regista si palesa in quasi tutte le trovate sceniche, anche quelle meno appariscenti (si pensi alla sostituzione del tradizionale campo-controcampo con immagini riflesse nei vetri e negli specchi in modo tale da sintetizzare due soggetti contrapposti in un unico fotogramma che li ritragga frontalmente). La fotografia del fedele Kaminski, improntata sulle fredde tonalità già sperimentate ai tempi di "A.I.", rivela una totale coerenza stilistica con la materia in questione, mentre il ritmo serrato imposto dal montaggio di Michael Kahn rende le due ore (scarse) del film molto godibili.

C'è in effetti voglia di intrattenimento in un film che soddisfa l'occhio con grandi scene di massa (la fuga della popolazione ricorda in alcuni momenti gli esodi di "Schindler's List") ma che fa delle intime disavventure di un padre come tanti il suo marchio di fabbrica. Nulla da obiettare, quindi, sul fronte del divertimento, grazie al registro di Spielberg capace di squadernare il serioso vocabolario horror aggiungendovi sporadiche parentesi spiritose (l'alieno che esamina la bici è meta-citazionismo esplicito). E per chi non cede al puro entertainment, la componente favolistica del film si presta alle più disparate letture - quella dichiarata è il terrore post 9/11, ma l'idea più generale è che nel nemico possa identificarsi qualsiasi minaccia. Il messaggio è allora che i mostri sono quelli che già albergano dentro di noi, pronti a sprigionarsi per creare scompiglio nell'unità più elementare e preziosa della nostra società: la famiglia, da sempre gabbia e poi salvezza degli eroi spielberghiani.

Con il merito di far impallidire i chiassosi cataclismi dei vari Emmerich ("sembra il 4 luglio!"), Boyle e Bay, è tuttavia chiaro che "La guerra dei mondi" è un episodio minore nella carriera del regista. Privo della magia che rendeva indimenticabili molte sceneggiature da lui dirette, la versione di David Koepp (suo lo script di "Carlito's Way") perde mordente nella seconda parte, priva di particolari trovate narrative e destinata a spegnersi in un epilogo inaspettato per la poca enfasi (almeno per una volta non vi sono notiziari in tv e non sappiamo cosa si stesse dicendo in quei momenti alla Casa Bianca) ma fin troppo sbrigativo. Tanto per sottolineare il punto è sufficiente soffermarsi sulla breve comparsata dell'immancabile maniaco (Tim Robbins), la cui uccisione da parte di Rey non genera alcun tipo di conseguenza psicologica sul suo personaggio. E' lo scarno racconto che fa bruciare a Spielberg le trovate più riuscite nell'escalation iniziale per poi trovarsi nella sezione centrale a sfiorare i cliché, le ripetizioni, se non addirittura il risibile (c'è chiaramente il citazionismo del cult degli anni '50, ma perché gli alieni non radono al suolo il fortunoso rifugio dei nostri invece che ispezionarlo con inusuale precauzione?). Pare però forse quello che segue il limite più evidente del film: aver messo in scena la fine del mondo con ineccepibile visionarietà, priva però di esiti e motivazioni originali.

Con "La guerra dei mondi" Spielberg va a concludere un suo ideale trittico sci-fi del nuovo secolo (si aggiunge al kubrickiano "A.I." e al gioiellino "Minority Report") che lo vede rimasticare ogni possibile sottogenere della fantascienza stessa. Inarrivabile per qualsiasi regista medio di kolossal hollywoodiani, "War of the Worlds" rimane però il capitolo meno incisivo di questa informale trilogia.