CAST & CREDITS

cast:
Vincent Lindon, Yves Ory, Karine de Mirbeck, Matthieu Schaller, Xavier Mathieu, Noel Mairot, Catherine Saint-Bonnet, Tevi Lawson, Françoise Anselmi

regia:
Stéphane Brizé

distribuzione:
Academy Two

durata:
92'

produzione:
Nord-Ouest Films, Arte France Cinéma

sceneggiatura:
Stéphane Brizé, Olivier Gorce

fotografia:
Eric Dumont

scenografie:
Valérie Saradjian

montaggio:
Anne Klotz

costumi:
Anne Dunsford, Diane Dussaud

La legge del mercato | Recensione | Ondacinema

La legge del mercato

di Stéphane Brizé

drammatico, Francia (2015)

di Eugenio Radin

Voto: 7.0

Austero, freddo e spietatamente distaccato, il nuovo film di Stéphane Brizé è l'ennesimo tentativo di portare al cinema i problemi della disoccupazione e della nuova povertà, frutto dell'odierna crisi economica. Un tentativo però che in qualche modo, grazie proprio alla suddetta imperturbabilità e alla mancanza di una vera trama, riesce nel lavoro di traduzione della situazione di precarietà sociale contemporanea, in immagini-movimento efficaci e comunicative.
Thierry Taugordeau è un cinquantenne francese trovatosi disoccupato dopo il fallimento dell'impresa in cui lavorava. Dopo mesi di ricerca in agenzie di collocamento, riesce finalmente a trovare un impiego come addetto alla sicurezza in un supermercato.
Si troverà però davanti a un importante conflitto morale quando arriverà a dover denunciare persone senza i soldi per pagare o, addirittura, i suoi stessi colleghi.
Questa parabola cruda non ha (e non potrebbe avere) una reale conclusione, perché il dilemma etico di Thierry è inconcludibile e ineliminabile: è insito nel modello di società in cui tutti noi viviamo.
Esso porta in sé l'essenza del tragico, definita come lo scontro tra due principi contapposti, ma entrambi giustificabili e in qualche modo necessari: da una parte c'è chi per vivere è costretto a rubare, dall'altra chi, per non dover egli stesso rubare, è costretto a impedire questi furti.
Da una parte il sentimento di fratellanza, che vede negli occhi di chi ruba per fame gli occhi di un fratello, dall'altra il solipsismo animale, che pensa in primis alla propria sopravvivenza.
Il dubbio morale assume allora qui i connotati del cannibalismo: di chi è costretto a uccidere i propri simili per non essere divorato dal mostro della disoccupazione.
Mangiare o essere mangiati è la dura legge di un mercato che si è trasformato in Divinità.
Un Dio-Mercato ubiquo e onnisciente, che tutto vede attraverso gli occhi delle telecamere poste in ogni luogo, come un grande fratello contemporaneo.

Un Dio-Mercato dai mille servitori, irrapresentabile, che si confonde nella massa e che è massa (intelligente in questo senso la scelta di Brizé di mantenere spesso fuori campo l'immagine dei datori di lavoro durante i colloqui, facendone sentire solamente le voci. Quasi a rimarcare l'impossibilità di assegnare un volto al potere). Non più dunque un potere personificato, ma mimetizzato, indefinito e per questo inattaccabile.
Vale la pena citare qui una della scene portanti del film: quella del colloquio di lavoro via Skype, che mostra l'alienazione dell'uomo nella tecnologia, il cinismo dei rappresentanti verso i sottoposti, la totale mancanza di rapporti umani diretti.

Un Dio-Mercato che accusa e condanna, che ispeziona i movimenti di tutti, senza eccezione. Struttura in cui, come nella colonia penale di kafkiana memoria, vale il principio per cui "la colpa è sempre fuori dubbio": nessuno sfugge agli occhi delle telecamere, chiunque è un possibile colpevole. "Il ladro non ha età, non ha colore" insegna a Thierry un collega.
Un Dio-Mercato, infine, che si appropria di ogni istante della vita umana e la assoggetta alla sua autorità. Persino l'esperienza della morte è vissuta all'interno del posto di lavoro, come a negare persino una possibilità di fuga ultraterrena.
Pare insomma non esserci più nessuna intimità, nessun rifugio protetto dal mondo esterno, nessuna dimensione privata.

La pellicola evidenzia così la crisi dell'individualità di fronte alla massificazione e lo fa attraverso elementi stilistici dal forte potere simbolico: la totale mancanza di sorrisi, i piani-sequenza che seguono il protagonista alle spalle, ancora una volta eliminandone il volto: simbolo della soggettività.

Anche la mancanza di obiettivi nei protagonisti, costretti a vivere solamente nell'ottica del lavoro, sembra ammiccare a questa dimensione. I valori assoluti in cui credere sono crollati e persino le distrazioni, gli hobbies, persino il ballo si riduce a un gioco di ruolo tra chi conduce e chi viene condotto.

Tuttavia alla nuova tavola delle leggi, dettata all'uomo dal Mercato, pare sopravvivere in Thierry una forza più autentica, una moralità prima, innata, il cui germe si conserva ancora: è la morale della solidarietà, di chi vede negli occhi del prossimo un riflesso di se stesso, della propria stessa condizione.
Il modello sociale ha inghiottito il protagonista, gli ha imposto le sue regole, ma le espressioni di Lindon tradiscono il rammarico, la tristezza nel dover portare a compimento il suo dovere.
Si ritorna allora all'essenza del tragico: allo scontro tra una legge artificiale, necessaria al proprio vivere all'interno del Leviatano sociale, e una legge etica originaria e totalmente umana: quella della solidarietà, per prendersi cura, del com-patire.

Emblematico il titolo del film nella distribuzione in lingua anglofona ("The Measure Of A Man") che ci pone, in chiusura, un'ineludibile domanda: qual è il valore di un uomo? Quello calcolato sulla base dei protocolli sociali o quello che richiama a una situazione autentica, di comprensione dell'altro?

Questo il quesito a cui "La legge del mercato" tenta di (non) rispondere, puntando tutte le sue forze sull'(in)espressività di Vincent Lindon (unico attore professionista all'interno del cast), che si porta a casa con grande merito il premio alla migliore interpretazione maschile al festival di Cannes. A lui, in costante dialogo con l'istanza narrante della macchina da presa, è affidata pressoché tutta la scena, essenzialissima e privata di qualsiasi manierismo o slancio estetico.
Il film rimane su un costante livello di apatia ed è caratterizzato da una certa ripetitività narrativa delle sequenze, ma ciò non fa che evidenziare maggiormente lo stato interiore dell'uomo contemporaneo.
Eccessiva ed evitabile pare però la scelta dell'inserimento del figlio disabile, che risulta sovrabbondante nel rimarcare la condizione spiacevole del protagonista, già ben definita anche senza questo elemento.