CAST & CREDITS

cast:
Ulrich Thomsen, Mads Mikkelsen, Nicolas Bro, Nikolaj Lie Kaas, Ole Thestrup, Ali Kazim, Paprika Steen

regia:
Anders Thomas Jensen

distribuzione:
Teodora Film

durata:
94'

produzione:
M&M Productions, August Film & TV GmbH, Danmarks Radio (DR)

sceneggiatura:
Anders Thomas Jensen

fotografia:
Sebastian Blenkov

musiche:
Jeppe Kaas

Le mele di Adamo | Recensione | Ondacinema

Le mele di Adamo

di Anders Thomas Jensen

commedia, Danimarca (2005)

di Martino Buora

Voto: 8.0
"Le mele di Adamo" è uno scorretto, e tuttavia suggestivo, film danese del 2005.
Conferma della validità della produzione cinematografica danese anche oltre Von Trier, era stato preceduto nel 2004 da un film drammatico, sebbene più convenzionale: "Brødre" ("Fratelli" in danese), poi titolato per la distribuzione in Italia come "Non desiderare la donna d'altri", con il rischio di confonderlo con il nono episodio del "Decalogo" di Kieslowski.

Il legame tra i due film risiede nel fatto che entrambi sono sceneggiati da Anders Thomas Jensen, prolifico giovane autore - classe 1972 - del cinema danese (vorrei conoscere l'età media degli sceneggiatori dei film italiani che escono in prima visione, ma ho paura a chiederla) che di "Le mele di Adamo" è anche regista, mentre "Fratelli" è diretto da Susanne Bier (e Hollywood ne ha in preparazione il remake). Inoltre, co-protagonista in entrambi i film è Ulrich Thomsen, tra i più celebri attori danesi, che colà divide la scena con l'attore Nikolaj Kass e qui con Mads Mikkelsen, forse l'attore danese più noto al largo pubblico per avere interpretato Le Chiffre, il cattivo dell'ultimo Bond. A lui, qui, Jensen affida un ruolo in cui sarebbe difficile risultare credibile, ma con prova magistrale (e un profetico taglio sull'occhio che sfoggerà anche in "Casinò Royale") illumina di umanità il dramma di un uomo consacrato a Dio che, forse, da quello stesso Dio è stato tradito.

Sì, perché "Le Mele di Adamo" è questo: uno scorretto film religioso di chiara matrice protestante ma non per questo meno universale nel provocare lo spettatore a farsi quelle uniche domande cui valga la pena tentare di rispondere. E, cioè, se la realtà sia per noi o contro di noi. Se i fatti, le circostanze, gli avvenimenti sono solo una prova a cui un destino cieco ci sottopone per prendersi gioco di noi o sono invece il veicolo per una possibilità di vita positiva.
Non è umano pensare che la vita sia una favola raccontata da un idiota, non è adeguata alla esigenza di felicità che ci muove che una circostanza negativa sia la gabbia dentro cui possiamo dibatterci e urlare disperati ma dalla quale non vi è via d'uscita. Il reverendo Ivan lo sa bene, questo.

Il pastore Ivan Fieldsted (Mads Mikkelsen) è un uomo dal forte pensiero positivo, quasi il prodotto di una cieca fiducia nella benevolenza di Dio verso di lui e verso l'umanità, che egli afferma contro tutte le avversità che, pure, non gli sono state risparmiate come ad un novello Giobbe (dal cui libro Jensen trae esplicita ispirazione): un'infanzia violata, una moglie morta e un figlio immobilizzato su una sedia a rotelle. Ivan vive affermando la positività del reale anche contro tutte le apparenze del reale stesso, fino a negare e a distorcere la realtà stessa (A distorted reality is now a necessity to be free, cantava Elliott Smith), per riuscire a sopravvivere, per poter, cioè, continuare a dire che la vita è bella e vale la pena di essere vissuta.

Ma così funziona, e Ivan lo ripete prima a sé stesso e poi a tutti coloro che si presentano da lui per essere rieducati dopo essere usciti dal carcere. Il suo metodo è semplice: ad ognuno di costoro il pastore fa scegliere un compito, terminato il quale potranno ritornare alla loro vita (oh, sì, il pastore Ivan ti fa lavorare per obiettivi, ma non quelli che pensi tu, non proprio).
Ultimo arrivato degli spiantati che accoglie è proprio Adam: a capo di un gruppo neonazista, Adam ci mette poco a personalizzare la propria stanza sostituendo al crocifisso il ritratto di Hitler (che non ne vuole sapere di rimanere appeso a quella maledetta parete...) e altrettanto poco ad inquadrare il pastore Ivan come un povero illuso non appena comincia a realizzare che l'ottimismo e la buona volontà del prete non possono avere solide fondamenta, dato il numero di disgrazie che l'hanno colpito (quelle che lui si ostina a non vedere). In ogni caso, il compito che Adam presceglie è semplice: cucinare una torta con le mele dell'albero che cresce di fianco alla chiesa.
Realizzarlo, però, sarà molto più difficile del previsto.

È uno strano incontro quello tra Ivan e Adam, una reciproca insistenza sul bene e sul male, laddove il primo continua a ricordare ad Adam il suo compito di prendersi cura dell'albero e costui continua a ricordare ad Ivan che la sua vita è una serie di disgrazie tale per cui Dio non lo ama di certo ma, anzi, semmai, lo ha preso di mira.
In questo scontro, spesso anche fisico, però nasce un rapporto tra i due: un avvenimento che cambierà la vita ad entrambi e rimetterà in moto la vita dei compagni di rieducazione. "Le mele di Adamo" è un film che non serve incasellare in uno o nell'altro genere, operazione da contabili del cinema (e della vita), sebbene commedia nera renda l'idea. Aiuta in questo il procedere stesso della narrazione che non piega mai verso un genere, ma anzi alterna momenti di autentico dramma umano ad esplosioni di humour nero (ma più che altro si direbbe humour danese, in assenza di altri riferimenti; cinematograficamente ricordano Tarantino o Guy Ritchie) e in alcuni tratti richiama i film del terrore (i movimenti della macchina da presa nella chiesa, come ad indicare una presenza sovrannaturale). Sebbene ciò sia interpretato da alcuni come una indecisione del regista, a me pare che la tecnica serva (nel vero senso della parola) la narrazione, al fine di tenere desta la curiosità e l'aspettativa dello spettatore, che si sorprende a trovare simpatico e ragionevole un naziskin.

Ma il punto interessante è la provocazione che, nonostante il tono apparentemente leggero, è possibile cogliere dal film, che non si riduce alla manicheistica questione se il male provenga da Dio o da Satana (che poi, chissenefrega, sempre male resta, o no?) ma riguarda soprattutto cosa te ne fai tu, uomo, del male che ti capita. Se la circostanza negativa è la gabbia o è la prova o, addirittura, è la possibilità che qualcosa di positivo accada.
Si può tentare di sopravvivere ignorando la realtà o si può cominciare a guardarla con altri occhi, confidando in una grazia (o in una provvidenza) che si manifesta sempre in modo diverso da come ce lo aspettiamo noi.

Il regista sembra dire che c'è una componente sovrannaturale (o potremmo dire misteriosa) ma innegabilmente presente nella realtà che potrebbe rendere la realtà stessa diversa, potrebbe trasformarla se soltanto si manifestasse, ma anche quando così non fosse, è in grado di cambiare ugualmente chi ormai l'ha scorta così come al contrario è in grado di scandalizzare chi non è disposto a riconoscerla (il medico insegna).
Perché il nostro sguardo si sofferma insistente sulla cicatrice dell'uomo di fronte a noi? L'essenziale è invisibile agli occhi.