Omicidio a luci rosse

Omicidio a luci rosse


Brian De Palma

Erotico, Thriller | Usa
(1984)
Titolo italiano fuorviante, come spesso accade: quello originale, “Body Double” (controfigura) riassume esemplarmente il senso tutto di quello che (forse) è il film più compiuto e consapevole di Brian De Palma. Molti storceranno il naso davanti a questa affermazione, giudicando tra i film più riusciti del regista del New Jersey i più sanguigni e avvincenti “Scarface”, “Carlito’s Way” e, probabilmente, “Gli intoccabili”. I titoli citati ci sembrano ottimi esercizi di stile, ma piuttosto distanti dalla visione di De Palma (non a caso non ha firmato nessuna delle sceneggiature delle pellicole menzionate poc’anzi).

“Body Double” è la summa della poetica depalmiana, in esso ci si può ritrovare tutto il cinema passato, presente e (siamo pronti a scommetterci) futuro del grande autore americano. In esso convergono ossessioni e influenze, mescolati con una libertà stilistica e narrativa che raramente si ripresenterà nell’opera di De Palma. “Omicidio a luci rosse” è un “gioco”, una sfida allo spettatore abituato a canovacci thrilling tradizionali e prevedibili, una strizzata d’occhio alla platea di cinefili, una presa per i fondelli nei confronti dell’industria che sta dietro la settima arte, e un tentativo, all’epoca coraggioso, oggi forse un po’ datato, di innestare tematiche e immagini soft-core all’interno di un prodotto mainstream. Il risultato è un film che per certi versi appare smaccatamente kitsch e “anni 80” (un esempio per tutti, la sequenza – instant cult – del film porno strutturato come un videoclip dei Frankie Goes To Hollywood (che interpretano la celebre “Relax”) infarcito di piani sequenza e giochi di specchi – in una pellicola hard?! -) che però non nasconde nemmeno per un secondo la sua natura metatestuale e autoreferenziale, riuscendo a non apparire mai ridicolo o insincero. De Palma vuole costantemente ricordare al pubblico che ci troviamo in un mondo di celluloide, pieno di inganni e falsità, in cui non dobbiamo credere a ciò che vediamo sullo schermo, e lo fa adottando una messa in scena iperrealistica ed esasperata, dove i presunti “errori” (i fondali palesemente fasulli che si intravedono quando il protagonista guida la sua auto) concorrono invece a comporre un mosaico raffinato e complesso in cui le aspettative del pubblico vengono completamente disattese. Gli inganni messi in scena dal regista partono già dal logo del titolo, che appare su uno sfondo desertico da western che sembra trasportarci in una dimensione totalmente aliena, ma che che presto rivela essere solo un fondale in attesa di essere spostato da un paio di operai.

E la pellicola prosegue all’insegna di immagini e sequenze che continuano a gridare a gran voce la loro natura artificiosa e ingannevole (il carrello circolare sul bacio tra Jake e Gloria) in un corto circuito sensoriale dove la consapevolezza del mezzo e il vertiginoso gioco di rimandi e citazioni ad altri film, non sacrifica mai nulla al piacere del racconto. Da “La donna che visse due volte” (Jake che rivede l’amata, e bruna, Gloria nelle movenze della pornostar, bionda, Holly Body) a “La finestra sul cortile” (il protagonista che spia la vicina che abita nella villa di fronte alla sua) Hitchcock è come sempre uno dei maggiori numi tutelari dell’opera De Palmiana. Tuttavia, se i riferimenti al maestro del brivido non sono, e non saranno mai, una novità (“Complesso di colpa” era già un palese rip off di “Vertigo”, e “Femme Fatale” (2002) ne riprenderà certi aspetti) qui, per la prima volta nel corso della sua carriera, il regista pone il citazionismo per cui è celeberrimo al servizio di una critica, nemmeno tanto celata, all’industria Hollywoodiana, alle sue menzogne e alla sua piccolezze. La mecca del cinema messa in scena da De Palma non ha nulla di romantico (ci tornerà sopra in “Black Dahlia” (2005)) ma è un universo composto da attori falliti, registi anticipatici, filmetti di serie b, amicizie al vetriolo. Una realtà che De Palma, talvolta corteggiato per i suoi successi (“Mission: Impossible” in primis), ma spesso osteggiato per il suo modo di vedere e fare cinema, conosce bene, e che in questa occasione si diverte a smantellare dall’interno. Gioiosamente anarchica, la struttura narrativa del thriller di De Palma si snoda attraverso un percorso tutt’altro che tradizionale: il regista insiste su perversioni, corpi, sensualità, dedica parecchio tempo ai balletti sexy della vicina di Jake, e orchestra una lunghissima sequenza di pedinamento, prima in un centro commerciale e poi in un albergo affacciato sul mare, che sembra non condurre da nessuna parte, e poi sfocia in un finale mèlo con lo sbocciare di un appassionato amour fou, condotta con la perizia di un balletto, e punta tutto sul fascino dell’immagine (difatti, per almeno quindici minuti non ci sono dialoghi).

Sempre in barba alle convenzioni del cinema di “genere”, alla risoluzione della componente mystery della sceneggiatura è dedicato molto meno spazio di quello che si potrebbe pensare: una volta scoperchiate le carte, appurato che Melanie Griffith è il body double della vittima, a De Palma non interessa dilungarsi ulteriormente, le tessere del puzzle si ricompongono facilmente nella mente dello spettatore, la soluzione è sempre stata solo i suoi occhi, solo che De Palma, da buon prestigiatore, l’ha astutamente celata. Come dicevamo, “Omicidio a luci rosse” è “solo” un gioco, ma un gioco bellissimo e affascinante, a cui si sceglie di partecipare senza remora alcuna. Il cinema postmoderno nasce qui, il regista proverà a tornare sulla scena del delitto in svariate occasioni, ma senza ritrovare mai la stessa freschezza e la medesima riuscita d’intenti.

Nota di merito per la scelta del cast: se l’ancora giovanissima Melanie Griffith, nel ruolo della porno attrice svampita, è talmente credibile e sexy da rendere futile l’utilizzo di una controfigura per le scene più esplicite, e Deborah Shelton è al top dello splendore, Craig Wasson (attore ingiustamente sottovalutato e dimenticato, straordinario interprete di un malinconico capolavoro di Arthur Penn, “Gli amici di Georgia”) è assolutamente perfetto nel ruolo del mediocre attore Jake Scully: innamorato deluso, timido e impacciato (e claustrofobico), è impossibile non identificarsi con il suo personaggio, in questo modo il parallelo tra spettatore e voyeur diventa simbiotico. Di grande impatto anche le musiche di Pino Donaggio, sospese tra synth avanguardisti e impennate orchestrali alla Miklós Rózsa.

22/03/2014

Cast e credits

Titolo Originale
Body Double
Durata
110'
Sceneggiatura
Brian De Palma, Robert J. Avrech
Fotografia
Stephen H. Burum
Scenografie
Ida Random
Montaggio
Bill Pankow, Gerald B. Greenberg
Musiche
Pino Donaggio
Costumi
Gloria Gresham

Trama

Jake Scully è un attore di film horror di serie b tradito dalla fidanzata e costantemente senza un soldo. Quando un amico gli permette di alloggiare, in via temporanea, nella propria villa, inizia a spiare la sensuale e misteriosa vicina. E comincia a sospettare che qualcuno voglia ucciderla.
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