CAST & CREDITS

cast:
Stellan Skarsgard, Bruno Ganz, Kristofer Hivju, Peter Andersson, Birgitte Hjort Sorensen, Pal Sverre Hagen, Jacob Oftebro, Sergej Trifunovic, Tobias Santelmann, David Sakurai

regia:
Hans Petter Moland

distribuzione:
Teodora

durata:
116'

produzione:
Paradox

sceneggiatura:
Kim Fupz Aakeson

fotografia:
Philip Ogaard

scenografie:
Jorgen Stangebye Larsen

montaggio:
Jens Christian Fodstad

costumi:
Anne Pedersen

musiche:
Brian Batz, Kaspar Kaae, Kare Vestrheim

In ordine di sparizione | Recensione | Ondacinema

In ordine di sparizione

di Hans Petter Moland

commedia, drammatico, grottesco, Norvegia/Svezia/Danimarca (2014)

di Lorenzo Taddei

Voto: 7.5
Nils Dickman (Stellan Skarskgard) è uno spazzaneve il cui cognome, senza girarci intorno, in inglese significa "testa di cazzo" ed è in apparenza del tutto estraneo all'uomo che lo porta. Perché Nils è un uomo tutto d'un pezzo, che in silenzio e piena coscienza, giorno dopo giorno, libera la comunità dalla neve di troppo (tenere a mente questa considerazione durante il film). Sebbene venga persino eletto cittadino dell'anno, a conferma della sua integrità, io non ho potuto fare a meno di pensare a Homer Simpson, in quella puntata in cui si reinventa "Mr Plow" (Mr. Spazzaneve) e non ci ho pensato solo per via del mestiere e della stazza del nostro Dickman, ma soprattutto per la scelta comica che Moland alterna o fonde ai momenti drammatici del film. La regia pare molto attenta a non lasciarsi intrappolare in definizioni di genere e pertanto ricorre a tutta una serie di frammenti di comicità violenta, a volte pulp, a volte più velatamente espressa nell'assurdo contrasto fra situazione e dialoghi. Un contrasto di cui Moland si serve anche nei personaggi, soprattutto negativi come "Il Conte" (Pal Sverre Hagen), "Papa" (inteso non come Pontefice, ma come capofamiglia, pronunciato alla slava, interpretato da Bruno Ganz) e le rispettive cricche, esasperati nella crudeltà quanto nei loro tic e debolezze.

Dunque, come dice la locandina: ironia alla Coen e vendetta alla Tarantino. Ma anche un pizzico di Matt Groening. Il suo modo di sfottere il male e non solo il male, ma anche le regole, le convenzioni, il bigottismo. L'amore represso di Smithers per Montgomery Burns, Moland lo trasforma in una relazione clandestina fra due scagnozzi del Conte, quest'ultimo poi così dinoccolato non è molto distante da Telespalla Bob. Gli italoamericani sempre alle prese con qualche cadavere da far sparire diventano qui i serbi, che si spartiscono il traffico della droga coi criminali norvegesi. Di similitudini ce ne sarebbero parecchie ancora. E se ne "I Simpson" ci sono  meno sangue e armi, è perché comunque resta un cartone animato, non certo per Groening.

"Da piccolo ero appassionato di libri sugli indiani... Alla fine sono diventato anch'io un esploratore, anche se percorro sempre lo stesso percorso". Si odono sullo sfondo le parole con cui Nils ringrazia la comunità per il premio ricevuto. Moland si cura fin da subito di mostrarci Nils come un pioniere, che affronta tutti i giorni un mondo selvaggio, di frontiera. Le onde di neve che aprono il film e schizzano la camera, anticipano una panoramica sul nulla, neve e buio da cui emergono soltanto i fari dello spazzaneve.
L'amplificazione degli effetti sonori si unisce a una soggettiva che descrive la solitudine del protagonista, la neve che cade costante privando il paesaggio di contorni. Nils sembra vivere questa solitudine come un privilegio, come se la considerasse parte del proprio destino di esploratore. Ma è una convinzione che nel tempo filmico dura ben poco.
Dopo l'omicidio del figlio, Nils si trasforma subito, senza proclami passa dal pensiero all'azione. La moglie, i buoni principi finiscono in secondo piano. La solitudine si è trasformata in un peso insostenibile e nel dubbio che tutta quell'immacolata immensità non sia altro che lo sfondo a una vita inutile. Il messaggio di Moland ci arriva forte e chiaro. Una vita spesa a togliere neve dalle strade: pochi mestieri si basano così tanto sulla fede. Ebbene, la fede di Nils si frantuma ed esce l'animale, o meglio la ferocia animale si fonde con la vendetta, che è invece tipicamente umana, ed ecco che Nils diventa un testadicazzo assetato di sangue e spinto dall'approvazione di almeno metà della sala (siamo in due in sala e, sì, stavo con Nils). Nils che percorre l'autostrada, sul fondo lo skyline della città che tornerà ancora, più avanti, ogni volta a segnalare la civiltà e il passo breve che la separa dalle terre selvagge.

Da qui in poi si aprono le danze. "Kraftidioten" è il titolo originale del film: Google traduce "kraft" con potente e "idioten" appunto, con idioti. Ce ne sono a bizzeffe in città, di idioti potenti. Ma ripassate tra un po', lasciate fare a Nils. Vedrete che quel piccolo cimitero transitato en passant all'inizio del film avrà un picco di interramenti. Dalla neve che volendo ricorda il Minnesota di "Fargo" (in verità ricorda molto di più "Nord", il bel film di Rune Denstad Langlo) si passa alla vendetta alla Beatrix Kiddo, suddivisa anche da Moland in capitoli con al posto dei numeri una croce e sotto il nome - e il soprannome - del trapassato di turno. "Ma perché tutti questi soprannomi?!" si chiede Nils. Jappe, Ronaldo, Strike, Il Conte, Il Cinese, per dirne alcuni. Persino il fratello di Nils, dal passato turbolento, vien fuori che una volta si faceva chiamare Wingman (da "Top Gun").
La scalata alla vendetta di Nils genera vittime ed effetti collaterali considerevoli, tra cui una guerra tra narcotrafficanti norvegesi e serbi. Il serbatoio - scusate il gioco di parole - di soprannomi e personaggi al limite della caricatura si alimenta di nuove entrate. Nils avanza con facilità sorprendente ma ammissibile: primo perché è accecato dalla furia; secondo perché non si cura di un pericolo che ignora e a cui soprattutto non dà alcuna importanza; terzo e più importante, perché incarna la forza del mondo selvaggio che ha assimilato spazzando neve. E quarto, una volta tanto magari, la provvidenza o qualche nordico dio vendicatore, stanno spianando la strada a lui.

Con tutto il bene che vogliamo a Dickman, alla sua eroica vendetta, bisogna però riconoscere che la parte spassosa del film la giocano i cattivi. La sceneggiatura alterna la sofferenza di Nils all'ironia e comicità delle due bande criminali, con dialoghi e battute memorabili. Particolare attenzione al dialogo fra due scagnozzi del Conte che discutono di welfare e tirano in ballo anche l'Italia. Tra le tante battute ben riuscite - e ben dosate - cito quella con cui Il Conte congeda il killer che gli ha appena riferito il nome del mandante in cambio di una somma di denaro: "Sei stato pagato da un cittadino norvegese". E questo basta e avanza per toglierlo di mezzo (Il Conte sarebbe un ottimo testimonial dell'agenzia delle entrate).

Dickman, come detto, è il padre violato, l'uomo comune che diventa eroe. Non c'è spazio per scherzare, ma ci sono tutti i presupposti per dissetarsi di pulp ed epos, e amalgamarli in una favola moderna. Al posto della neve il sangue schizza sul vetro della camera, mentre un dente si ferma poco prima. Si fronteggiano il fuoristrada e lo spazzaneve nuovo fiammante di ultima generazione, una specie di mostro alla "Brivido" di King, da cui Nils salta fuori al rallentatore atterrando con un tonfo sulla neve fresca. Sullo sfondo s'intravede persino la luna. Ma niente in confronto  alla sparatoria "salmoni-western" in giacca e cravatta (a eccezione del buon Dickman, sempre in tiro coi soliti pantaloni da lavoro catarifrangenti) che chiude definitivamente  il conto fra norvegesi e serbi. Proprio un gran finale con tutti i crismi, che non si priva nemmeno del "codino" catartico e nonsense: che piaccia oppure no, ha il merito di troncare sul nascere eventuali trascendenti voli interpretativi.