CAST & CREDITS

cast:
Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Claudio Amendola, Alessandro Borghi, Greta Scarano

regia:
Stefano Sollima

distribuzione:
01 Distribution

durata:
130'

produzione:
Cattleya, Rai Cinema, La Chauve Souris, Cofinova 11, Cinemage 9

sceneggiatura:
Stefano Rulli, Sandro Petraglia, Carlo Bonini, Giancarlo De Cataldo

fotografia:
Paolo Carnera

scenografie:
Paki Meduri

montaggio:
Patrizio Marone

costumi:
Veronica Fragola

Suburra | Recensione | Ondacinema

Suburra

di Stefano Sollima

drammatico, Italia/Francia (2015)

di Giancarlo Usai

Voto: 8.0

Un mese fa il dolore ci spingeva a un saluto disperato ma pieno di ammirazione per l'ultimo film di Claudio Caligari, opera già leggendaria che ha dimostrato come il noir italiano sia ancora vivo e potente e quanto, attraverso la cinematografia di genere, si possano ancora dire cose nuove e ammalianti del nostro disastrato Paese. Soltanto poche settimane dopo, possiamo mettere da parte il dolore, spinti da un sentimento di ottimismo e gioia per il futuro, in verità già provato da alcuni di noi (compreso il redattore scrivente) quando uscì nelle sale "Acab". Il motivo di questa svolta emotiva è semplice: Stefano Sollima è un regista eccezionale, una gemma preziosa del nostro Nuovo Cinema da difendere e custodire da superficiali accuse ideologiche. Il figlio d'arte, diventato "qualcuno" grazie alla televisione e a due serie come "Romanzo criminale" e "Gomorra", dimostra con il suo secondo lungometraggio una maestria narrativa che ha pochi eguali al momento dentro i confini nazionali.

"Suburra" è un noir corale, disperato, furioso, messo in scena con rabbia e ispirazione sfrenate. Come recitano le note di regia, è un dramma sulla fine di un'epoca, su un terrificante colpo di coda dato da una classe politica, da un mondo criminale e imprenditoriale diventati tutti, improvvisamente, datati e destinati ad essere spazzati via. Ma proprio nel periodo di massima incertezza, in attesa che un nuovo equilibrio si ricrei, soprattutto a Roma, ecco che allora esplode la più irrazionale delle violenze. Partendo dal solido romanzo scritto a quattro mani da Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, il formidabile duo Petraglia-Rulli scrive una sceneggiatura a maglie larghe, dove i dialoghi e gli snodi episodici lasciano il posto, in fase di realizzazione, ad elementi più impalpabili e corporei: sguardi, spari, sangue, baci, urla, pioggia, tuoni, scorci inquietanti della Capitale. È Sollima, in cabina di regia, a giostrarsi nei meandri di tutto questo materiale umano: è lui a trasformare il semplice noir in una specie di tragedia totale, anzi, in un'apocalisse, come recita anche il conto alla rovescia che compare nelle didascalie su sfondo nero che dividono in giornate l'incedere degli eventi.

La Suburra dell'antica Roma era il quartiere dei miserabili, dei reietti abbandonati dai ceti più abbienti alle pendici del Quirinale e del Viminale. Nella vulgata comune, il termine è stato genericamente utilizzato per descrivere ambienti malavitosi, zone malfamate. Sollima rispolvera il significato arcaico, lo aggiorna al 2011: la Suburra non è più alla periferia dell'impero, ne ha conquistato il centro. Dal Vaticano al Parlamento, dalle propaggini più popolane della Capitale al lungomare di Ostia in autunno, tutto è Suburra in questa Roma livida e inospitale.

Sollima non teme i rischi dell'operare ad alta quota, non ha paura di schiantarsi: usa situazioni realmente accadute, fa dimettere un Papa, e anche un presidente del Consiglio di centrodestra, sostenuto da una coalizione implosa, all'interno della quale alcuni amministratori locali hanno stretto abbracci troppo pericolosi con gangster e vecchi criminali di un'epoca andata. In questo clima da fine Impero, il parlamentare Malgradi (Pierfrancesco Favino) si gioca tutto per spingere sull'approvazione una legge che consenta nuove costruzioni vicino al mare, che permetta in questo caso di rivoluzionare Ostia, facendone una specie di Las Vegas del Tirreno. Il suo problema è che ha un debole per escort minorenni e cocaina. Quando lo sbaglio sarà compiuto, due bande criminali si faranno la guerra spargendo il sangue per le strade di Roma. Qui entreranno in gioco un Pr indebitato fino al collo (Elio Germano) e un ex componente della Banda della Magliana (Claudio Amendola) che ora fa da paciere tra le "famiglie" interessate a lucrare sulla legge che il Parlamento deve approvare prima che il governo cada. I personaggi di Sollima sono l'opposto rispetto a quelli di Caligari: laddove in "Non essere cattivo" ognuno viveva di sfumature, di tormenti interiori ed esteriori e ogni parola pronunciata faceva perfettamente parte di un mondo reale e vissuto, in "Suburra" è tutto clamorosamente artefatto. I caratteri diventano macchiette con cognizione di causa: ciascuno rappresenta una categoria umana, un modus operandi. D'altronde, non potrebbe essere altrimenti: è una civiltà fuori controllo quella che Sollima sta riprendendo, l'istinto di sopravvivenza è l'unico sentimento che anima le azioni sconsiderate dei protagonisti. Ecco perché tutto è così esasperato. E nonostante questa sconsideratezza degli eventi, il ritmo è raramente esagitato, sopra le righe. Anzi, c'è un'abilità sorprendente nel saper tenere alta la tensione anche nelle fasi meno concitate e sedute, cosa non da poco per una pellicola da più di due ore.

Mentre Caligari ripercorreva le borgate di pasoliniana memoria con una naturalezza che ricordava il primo Scorsese, Sollima guarda a modelli più giovani e spregiudicati: ci sono gli ammiccamenti e la fascinazione per il racconto circolare tipici del cinema di Paul Thomas Anderson; e c'è anche la ricerca di un'estetica della violenza, stilizzata quanto più possibile, sulla scia di alcuni modelli contemporanei (pensiamo soprattutto al cinema di Nicolas W. Refn). E poi c'è Roma, sotto un diluvio continuo, prossima a una probabile alluvione (che avvenne sul serio proprio in quell'autunno 2011). Se il libro di Bonini e De Cataldo era stato profetico, prima che esplodesse l'inchiesta di Mafia Capitale, il film arriva dopo i fatti di cronaca e li cavalca: la città diventa una protagonista inseparabile dal destino dei protagonisti e Sollima calca un po' la mano su questo elemento "fortunosamente" venuto ad arricchire il già abbondante materiale su cui era impegnato. Ma le (poche) cadute di stile sono tutte perdonate in questo affresco ultramoderno e iperattivo di un'umanità disperata e totalmente dominata dagli istinti: politici corrotti, mezzi uomini vigliacchi e umiliati, donne fatali tossiche e facili da comprare, gangster saggi e compassati e giovani criminali sanguigni e pronti a usare il coltello per dirimere qualsiasi controversia. Per chi ama il cinema di genere, per chi ama il cinema, vedere "Suburra" è come salire su una giostra lanciata a velocità smodata, con tanto di tappeto musicale avvolgente (affidato alle sonorità degli M83).

Non basterebbe una recensione, poi, per parlare degli interpreti, per applaudirne la bravura, dato che tutti sono davvero in grande forma. Per non fare torto a nessuno dei divi già citati, ce la caviamo con una parola finale per Alessandro Borghi e il suo Numero 8, il boss di Ostia romantico e spietato: siamo di fronte a un ex caratterista, pronto a diventare una stella di prima grandezza. Nei suoi occhi rivediamo qualcosa che ci ricorda Gian Maria Volonté.