The Woman Who Ran

The Woman Who Ran


Hong Sangsoo

Drammatico | Corea del Sud
(2019)

Dopo i successi di “Parasite” a Cannes e agli Oscar, il cinema sudcoreano incassa una nuova affermazione con l’Orso d’argento alla regia per Hong Sangsoo, autore di questo “Domangchin yeoja” (“The Woman Who Ran”). Il suo stile minimalista, fatto di lunghe inquadrature fisse e di zoomate improvvise, in cui la scena è riempita da dialoghi accorati, è sicuramente la gemma di questa pellicola, che si muove dentro la cornice limitata della durata, solo 77 minuti, dell’ambientazione quasi completamente in interni, ma che appunto grazie al lavoro di sottrazione di Hong Sangsoo espande per così dire la sua portata ben oltre il campo della visione.

Mentre suo marito è in viaggio d’affari, Gamhee (interpretata da Kim Minhee, compagna e musa del regista) approfitta per far visita a due amiche che non vede da tempo, appena fuori Seoul. Con la prima, Youngsoon, che vive in campagna, si intrattiene per un barbecue, chiacchierando di cibo, di uomini, della loro amicizia. Durante la seconda visita, a casa della vivace Suyoung, i discorsi sembrano ripetersi; però, in entrambi i casi, compariranno per motivi completamente differenti due uomini a rompere l’armonia tra le amiche. Non ci riusciranno, sembra suggerirci il regista. Per Hong Sangsoo l’uomo è dunque un elemento di disturbo nella vita di queste donne, che sono rivelate nella piena maturità femminile, da vicino, con tono sommesso. Succederà anche nel terzo incontro, stavolta non pianificato, con la direttrice di un centro culturale, una vecchia amica da cui Gamhee si era allontanata. Eppure, anche con quest’altra donna arriva un momento intimo, familiare, che sembra voler riportare il sereno. Puntualmente sbucherà il terzo uomo come elemento disturbante.

Le tematiche del cinema di Hong Sangsoo si ripetono in parecchie sue opere: gli incontri, i dialoghi, il cibo, gli animali, la netta separazione tra mondo femminile e maschile. Il prolifico autore coreano, grande frequentatore dei festival e giunto al suo ventiquattresimo film, aveva già firmato l’ottimo “Right Now, Wrong Then” che nel 2015 aveva trionfato a Locarno. La struttura divisa in tre momenti differenti ricorda invece le vicissitudini di Anne di “In Another Country”, in concorso a Cannes nel 2012, anche se lì Isabelle Huppert dava corpo a tre “versioni” della stessa donna. Qui invece la protagonista Gamhee è seguita in un momento solo apparentemente banale nella sua vita, perché invece, come ripete lei stessa, è la prima volta da cinque anni, cioè da quando si è sposata, che passa un giorno da sola senza il marito. Ma non è lei “la donna che scappò”. Si tratta di una madre che ha abbandonato una ragazza, vicina di casa di Youngsoon, che si è data all’alcool, un altro elemento che ritorna nelle opere del cineasta asiatico. Eppure Hong Sangsoo gioca anche sull’illusione che la fuga riguardi anche la sua protagonista Gamhee. Una fuga fuori città, nella natura, via dal caos dei sentimenti, alla ricerca del vero sé? Forse. Difatti, la natura è presente in questo film come un mondo parallelo, ma non distante. Come la montagna che domina Seoul a cui le donne lanciano i propri sguardi. E come il mare, placido, che Gamhee si troverà a osservare.

01/03/2020

Cast e credits

Titolo Originale
Domangchin Yeoja
Durata
77'
Produzione
Jeonwonsa Film Co. Production
Sceneggiatura
Hong Sangsoo
Fotografia
Kim Sumin
Montaggio
Hong Sangsoo
Musiche
Hong Sangsoo

Trama

Mentre il marito è in un viaggio d'affari, Gamhee incontra tre amiche a Seoul. Con loro si intratterà in conversazioni dai temi molteplici.
Silent Friend
Silent Friend

Un albero osserva le tre storie parallele che si svolgono in epoche diverse nella stessa università in Germania: un professore bloccato dal lockdown, la prima studentessa donna a biologia, un progetto per parlare con le piante negli anni '70

Let Us Through, Dear Ancestors
Let Us Through, Dear Ancestors

VENEZIA 83 - Lav Diaz ritorna alla Mostra del cinema, pur fuori concorso, con "Makikiraan Po", pellicola che espande la riflessione del regista sul passato delle Filippine, andando fino alle origini coloniali, così come quella sulla forma stessa del suo cinema in evoluzione

Un détour par Diane
Un détour par Diane

VENEZIA 83 - Premiato meritatamente come miglior film di Orizzonti, il film di Anne Sirot e Raphaël Balboni esplora con grande senso dell'umorismo il trauma della violenza di genere attraverso le generazioni, grazie a una protagonista senza freni e uno spirito libero

NAZA
NAZA

VENEZIA 83 - Premio speciale della Giuria alla kermesse veneziana, "NAZA" di Yuval Abraham e Rachel Szor è la dissezione minuziosa del funzionamento della macchina di controllo e sterminio israeliana, un documentario tanto rigoroso nella forma quanto travolgente nel contenuto

DAU
DAU

VENEZIA 83 - Uno dei film più ambiziosi del secolo, kolossal sulla dittatura divagante e sconclusionato ma anche esperienza unica che rapisce per più di tre ore. Vincitore del Leone d'argento per la miglior regia

Coyote vs. Acme
Coyote vs. Acme

Destinato inizialmente a venire distribuito nel 2023, "Coyote vs. Acme" è invece una delle soprese di questo 2026, capace di suscitare riflessioni che vanno ben oltre la confezione apparentemente superficiale nella quale è stata impacchettata la sua distribuzione

Arrested Memory
Arrested Memory

VENEZIA 83 - Arriva al Lido l'apprezzato regista giapponese SABU con la co-produzione con Taiwan "Arrested Memory", un efficace pastiche fra heroic bloodshed, commedia e poliziesco che ribadisce la continua capacità di reinventarsi di un autore (e di un'industria)

Furies
Furies

VENEZIA 83 - Esordio sulla lunga distanza del libanese Rami Kodeih "Furies" è uno heist movie che si barcamena con efficacia fra aspettative di genere e ambizioni drammatiche e di critica sociale, una frenetica epopea criminale al femminile in una Beirut che implode