CAST & CREDITS

cast:
Sasha Grey, Chris Santos

regia:
Steven Soderbergh

distribuzione:
Magnolia Pictures

durata:
78'

produzione:
2929 Productions, Extension 765, HDNet Films

sceneggiatura:
David Levien, Brian Koppelman

fotografia:
Steven Soderbergh (as Peter Andrews)

scenografie:
Carlos Moore

montaggio:
Steven Soderbergh

costumi:
Christopher Peterson

musiche:
Ross Godfrey

The Girlfriend Experience | Recensione | Ondacinema

The Girlfriend Experience

di Steven Soderbergh

drammatico, Usa (2009)

di Davide De Lucca

Voto: 6.5
Il personaggio della prostituta ha da sempre affascinato arte e letteratura, fin dall'antichità (basti pensare a Menandro, ad esempio). Nel cinema, in particolare, gli esempi sarebbero innumerevoli, ed è interessante notare come in qualche modo i film incentrati su una professionista dell'amore possano segnare e rappresentare i diversi decenni, da "Irma la dolce", "Questa è la mia vita" e "Bella di giorno" nel prima e dopo la rivoluzione dei costumi degli anni sessanta, "Pretty woman" negli anni ottanta, "Via da Las Vegas" negli anni novanta, quasi fotografie della morale e dello stile di vita dell'epoca (e stesso discorso varrebbe per il cinema italiano, da Fellini e Pasolini, fino a Tornatore). Cambiano le mode, cambiano i vestiti, cambiano (poco) i clienti, ma loro rimangono sempre le stesse: scaltre, affascinanti, seducenti, pericolose, adorabili, misteriose, finte, ma autentiche.

Detto questo, Soderbergh con "The girlfriend experience" sembra aver tentato di scattare l'istantanea di questi anni. Chelsea (Sasha Grey) è una squillo newyorkese d’alto bordo, che ha un fidanzato (Chris Santos) che la ama e la sostiene e la incoraggia incondizionatamente (non un protettore, ma un vero compagno di vita che ne accetta la professione). Lei fa di tutto per imporsi sul mercato, in particolare attraverso il suo sito internet. I clienti di Chelsea sono uomini d'affari americani di oggi ossessionati dalla crisi economica: tutti le parlano di crolli di azioni, mercati internazionali, stimulation package (che forse nasconde qualche doppio senso), eccetera. E questi businessmen moderni si pongono anche loro come il ritratto dell'America contemporanea, sembrano parenti di quello che Michael Douglas è stato in "Wall street" per gli anni ottanta, o sono sulla lunghezza d'onda di "Nella società degli uomini" e "Americani" per gli anni novanta. I tempi sono più che mai attuali, perché il film è ambientato durante la campagna per la presidenza americana tra Obama e McCain. Perfino il ragazzo di Chelsea tenta di intraprendere un proprio business (non ha a che fare col sesso), e si sente ripetere la stessa cosa: tempi di crisi. Mancano i soldi, dunque, anche se non mancano per il sesso.

Che Soderbergh ami rischiare con la scelta dell'attrice protagonista era chiaro fin da "Erin Brockovich" e, ancora prima, da "Out of sight", ma anche qui la scommessa sembra in parte vinta. Se vi ricordate di Sasha Grey probabilmente non è soltanto per il volto, e non l'avete vista in un film Disney, visto che la ragazza ventunenne ha una chilometrica filmografia come attrice hard-core. Nulla di male perché la cosa sembra metterla a proprio agio nel ruolo: viso da ragazzina, ma sguardo sfrontato, e fisico da infarto. Credibile e intrigante nel ruolo di donna/oggetto, anche se onestamente non emergono molti chiaroscuri o sottigliezze. Nulla di più: diciamoci la verità, il ruolo le si addice, senza ipocrisie (certo, avesse dovuto interpretare Madre Teresa non sarebbe stato lo stesso). Forse non conoscerà lo Stanislavskij, ma con un corpo simile c'è chi starebbe a guardarla leggere la tabella dell'optometrista.

Soderbergh rimane uno dei registi più interessanti del panorama cinematografico americano moderno. Completamente inserito nel meccanismo hollywoodiano con film blockbuster, in grado di muoversi tra diversi generi, dallo storico alla fantascienza, dal film biografico alla commedia, dal dramma alla sperimentazione, e capace di tornare alle origini di filmaker indipendente e sul tema del sesso ("Sesso, bugie e videotape", ad esempio, "Full frontal", e l'episodio di "Eros") come in questo caso. Ma qui il risultato non sembra dei migliori, e l'impressione è che il regista americano si sia preso una vacanza tra un progetto e un altro.

L'impressione però è anche che abbia gettato per aria i fogli della sceneggiatura (di David Levien e Brian Koppelman) e li abbia rimessi assieme un po' a caso, dato che i piani narrativi sono continuamente scombinati tra un prima e un dopo, con intermezzi di dialoghi di personaggi di cui non è chiaro il ruolo, e un facile uso della voce fuori campo (lei tiene un diario sul suo portatile), il che, messo tutto assieme, può creare un po' di confusione. La storia è in realtà una non-storia dove ben poco succede. C'è poi qualche momento autoreferenziale che può dar da pensare: ad esempio, un promoter consiglia a Chelsea di proporre un film sulla sua stessa vita, e uno dei suoi clienti è uno sceneggiatore. La regia sembra meno brillante del solito, per quanto la fotografia sia sempre accattivante, e crei con le musiche (sempre azzeccate in Soderbergh) un'atmosfera seducente.

Nonostante questo, il film pare non saper dover andare, e rimanere fine a se stesso: non va oltre la superficie, non sembra dirci niente di più, non mette a nudo l'anima della protagonista (e neanche il resto, se è per questo, non illudetevi). A meno di non voler intendere che questa mancanza di coerenza e questa confusione, questo vagare nel buio per tentare di emergere in qualche modo, siano lo specchio dell'America attuale. Ma sembra abbastanza sottile e un po' forzato - o magari, al contrario, troppo scontato. Soderbergh ci ha abituati a qualcosa di meglio, ma è comunque un'opera in sintonia con la sua filmografia. Un diversivo, invece, in quella di Sacha Grey.