True Detective | Serial | Ondacinema

Nic Pizzolatto

True Detective

di Nic Pizzolatto

di S. Crivelli, M. Pennacchia

TRUE DETECTIVE STAGIONI 1 e 2. Subito divenuta cult negli Stati Uniti, "True Detective" apporta una serie di innovazioni formali e contenutistiche alle convenzioni del piccolo schermo: fondendo in sé detective story e paranormale in maniera del tutto ponderata, riesce a dare nuovo volto e nuova statura al genere poliziesco

Trasmessa nel 2014 da Hbo e divenuta subito serie dell'anno, "True Detective" ha fissato un nuovo traguardo per un intero genere cinematografico, stravolgendo i canoni tradizionali del poliziesco e rivestendoli di un'estetica torbida e di una sensibilità esistenzialista. L'atmosfera noir forgiata dai modelli hollywoodiani (a partire dal fondamentale "Il mistero del falco" di John Huston) è tradotta con un linguaggio inedito e affascinante. Se in quei classici d'epoca la caccia a un criminale realistico era fondata su un girato dalle tinte astratte, dove il gioco dei chiaroscuri risentiva fortemente del modello espressionista, in "True Detective" la situazione è ribaltata: l'inseguimento di un serial killer si tramuta nella battaglia impari contro un'entità occulta, mentre la trattazione dell'immagine tende ai toni di uno scabro realismo. Sebbene inoltre la fusione tra poliziesco e paranormale abbia più di un illustre predecessore in "Twin Peaks", "True Detective" segna un ulteriore passo avanti nella raffigurazione di una forza diabolica, di un'aura misterica, convertendo l'immaginario surreale di David Lynch in un contesto ancor più cupo e degradato.

La peculiarità dell'opera non sta però soltanto nel superamento dei canoni di un genere da sempre fortemente tipizzato. Anche la struttura antologica prevista dal suo creatore, Nic Pizzolatto, risulta inusuale per una serie-tv. Non vi è più, infatti, alcuna continuità tra una stagione e l'altra, anzi ognuna di esse assume totale autonomia a livello di trama, di cast, direzione e fotografia, con il rischio di allentare il meccanismo della suspense. Una scelta non del tutto nuova: Hbo - a cui si devono capolavori seriali come "Il trono di spade", "True Blood", "The Wire" e "I Soprano", solo per citarne alcuni - riprende la netta suddivisione a livello narrativo già sperimentata dall'emittente americana FX in "American Horror Story", ma in questo caso la spinge all'estremo, variando anche tutti gli attori e i membri della troupe e dando così vita ogni volta a un'opera autonoma e completa. Per quanto limitati, tuttavia, i caratteri condivisi tra le diverse stagioni non sono del tutto assenti. Se infatti varia la trama, il concept di fondo e l'impianto rimangono costanti: il taglio paranormale conferito al genere poliziesco, la scelta di scenari liminali (dalla Louisiana a una California poco conosciuta) e la cupa ambientazione sociale rimarranno costanti, assecondando un preciso disegno di Pizzolatto.

La prima stagione: una lenta discesa negli inferi

Fin dalle prime sequenze un'oscurità incombente pervade lo schermo, mentre la ricerca di un efferato assassino è solo lo spunto narrativo per intraprendere un percorso psicologico ed esistenziale, che assume persino sfumature filosofiche e metafisiche. Lontana infatti dall'essere una registrazione obiettiva dei fatti, la trama è strutturata in un lunghissimo flashback (17 anni) e si snoda attraverso il racconto dei due detective, dando così solo una versione soggettiva dell'accaduto, peraltro distorta da un vissuto confuso, quasi onirico. La storia s'incentra sulla lotta tra tenebre e luce, in cui si affannano i protagonisti Rustin Spencer Cohle (Matthew McConaughey), detto Rust, misantropo, analitico e ossessivo, e Martin Eric Hart (Woody Harrelson), soprannominato Marty, la controparte solare e socievole. In una lenta discesa verso le tenebre, la ricerca del killer di Dora Lange, ritrovata nuda legata e inginocchiata con un macabro rituale, costringe i due poliziotti a giungere alle radici di un male atavico. Quasi in una visione di tainiano determinismo (le variabili che definiscono l'individuo sono quelle genetiche, sociali e storiche), il percorso a ritroso nelle esperienze della giovane vittima attraverso gli indizi si sviluppa in un susseguirsi di scenari d'indicibile squallore: passando da una famiglia derelitta, con una madre dedita alle droghe, una sorta di bordello hippie in mezzo alle paludi, una chiesa itinerante diretta da un predicatore che vende illusioni, la ragazza sembra quasi destinata a imbattersi negli spettri colpevoli della sua morte.

Perfettamente in armonia con la vicenda è l'ambiente in cui il crimine si consuma: una cupezza diffusa domina ogni aspetto del paesaggio, rendendo in modo magistrale l'atmosfera fosca che domina la narrazione di Pizzolatto. Campi lunghissimi e panoramiche a volo d'uccello trasfigurano la Louisiana in uno scenario infernale, tra distese paludose e sobborghi disagiati, fatiscenti relitti industriali e desolanti quartieri popolati da un'umanità sordida e dolente. Una sorta di discesa negli inferi di un Profondo Sud rurale e decadente, in cui la natura assume le sembianze di una minacciosa forza ancestrale e personificazione onnipresente del male. Emblematica in tal senso è la chiesa abbandonata, creata ad hoc per il set del secondo episodio: perfino un luogo di culto, ormai privo di tetto, è invaso da una atavica energia primordiale incarnata da presenze ferine (un gufo) e piante infestanti; l'assassino, lasciando in tale contesto la propria firma (un disegno sulla parete, che rappresenta una donna-cervo), entra a far parte delle immateriali forze che incombono sull'umanità.
A tale realtà si contrappone l'ordinato microcosmo di Marty, personificazione dell'ordine sociale e domestico, ormai destinato anch'esso a soccombere. L'oscurità dilagante travolge allora anche gli ambiti in apparenza più sicuri, tutto si deteriora velocemente, come pervaso da un cancro inarrestabile. È proprio in tali termini che può essere interpretato il secondo filone narrativo, apparentemente solo abbozzato, incentrato sulla dissoluzione del nucleo familiare (il divorzio di Marty con la moglie e i comportamenti problematici della figlia adolescente). Infine il percorso dei protagonisti, allegoria dell'avventura umana in generale, termina in una sorta di labirinto (episodio otto), luogo archetipico e dantesco sospeso tra realtà fisica e mentale, dove è possibile giungere finalmente alla catarsi. L'illuminazione crepuscolare, l'uso di toni tendenti al fuligginoso nella fotografia, uniti agli sterpi secchi che invadono i cunicoli, conferiscono un ulteriore senso di ultraterreno, richiamando un'estetica da selva dantesca.

La regia potente e immaginifica, il montaggio incisivo e una fotografia plumbea apportano un contributo cruciale: uno scenario distorto, eppure reale, è trasposto con un'attenta scelta del punto di vista e del taglio delle inquadrature, mentre il montaggio, a volte lento, a volte estremamente rapido, traduce perfettamente il vissuto soggettivo dei protagonisti (che sono anche voce narrante). Impossibile trascurare la prova di bravura tecnica di Cary Joji Fukunaga (vincitore di un Emmy per la Miglior regia per una serie televisiva drammatica) nel quarto episodio; l'assalto di Rust in un covo di spacciatori viere realizzato in un'incredibile piano sequenza, in cui i movimenti sincopati del protagonista seguito dalla telecamera sono contornati dalle azioni violente e fulminee in profondità di campo dei personaggi circostanti; a questo si unisce un geniale uso delle luci e della fotografia da parte di Adam Arkapaw (vincitore di un Emmy per la Miglior fotografia per una serie single-camera proprio per questo episodio) che incrementa ulteriormente il senso di brutalità nella scena.
La sceneggiatura di Pizzolatto (Nomination agli Emmy) è un altro indiscutibile punto di forza: una discesa nei dirupi dell'animo umano attraverso le riflessioni e i dialoghi dei protagonisti. Motore di questo processo è soprattutto Rust, peculiare incrocio tra un filosofo e un sociopatico, connotato da una decisa propensione all'analisi, spesso declinante al patologico (come avviene per l'annotazione ossessiva delle sue elucubrazioni che gli causa il soprannome di "Taxman", ossia "Esattore"). Dal nichilismo nietzschiano, richiamato immediatamente alla memoria dalla menzione dell'"eterno ritorno", a epicuree considerazioni sulla vita, sulla morte e sul senso sacro e della religione, si compie un percorso esistenziale inedito, scandito dall'idioma quotidiano-gergale e dall'uso di irresistibili "massime". Esemplare è la dissertazione sull'utilità del culto e dei suoi ministri presente nel terzo episodio: dopo aver definito i dogmi "favole", Rust asserisce che la fede sia soltanto un'illusione e i credenti siano "così deboli che preferirebbero mettere una moneta in un portafortuna, piuttosto che comprarsi la cena", mentre la religione è solo "una malattia del linguaggio". A controbilanciare il suo cinismo c'è Marty, più possibilista sull'utilità, perlomeno comunitaria, delle pratiche cultuali.
Pur intrisa da un cupo pessimismo, quindi, la narrazione apre, proprio sul finale, uno spiraglio di speranza. Attraverso le parole di Rust - "Una volta c'era solo l'oscurità, per come la vedo io è la luce che sta vincendo" - è forse individuata una possibilità di riscatto per l'umanità.

Ma tutti gli straordinari ingredienti della serie non sarebbero forse bastati a regalarle il successo senza l'incredibile interpretazione dei due protagonisti, Matthew McConaughey e Woody Harrelson, capaci di conferire credibilità alla storia con una recitazione naturale e incisiva, basata su un perfetto equilibrio delle parti. McConaughey, dopo aver intrapreso da qualche anno un indirizzo più "impegnato", a partire da "Killer Joe" (2011), conferma la propensione per ruoli complessi e drammatici: reduce dal notevole dimagrimento per "Dallas Buyers Club" (2013), una eccezionale performance che gli è valsa l'Oscar come Miglior attore protagonista, in "True Detective", dona all'iroso e geniale Rust una stupefacente naturalezza, schivando ogni possibile deformazione grottesca o caricaturale. Harrelson ("Natural Born Killers", "La sottile linea rossa") nei panni del gioviale Marty, incarna la perfetta controparte, bilanciando perfettamente la spigolosità del compare. Inoltre, l'intera schiera di personaggi maggiori e minori che circondano i due poliziotti dà vita a un cast perfetto, a partire dalle figure centrali come Maggie Hart (Michelle Monaghan), il detective Gilbough (Michael Potts) e il detective Papania (Tory Kittles) fino alle inquietanti comparse marginali, come Reggie Ledoux (Charles Halford) la cui sola apparizione a distanza infonde un senso di angoscia profonda.

Aspettative e dubbi in attesa della seconda stagione


A distanza di poco più di nove mesi dalla messa in onda americana (il lancio della prima puntata risale al 12 gennaio dell'anno in corso) si delineano in maniera sempre più compiuta i protagonisti e i futuri caratteri della seconda stagione di "True Detective", la cui premiere è prevista per il prossimo gennaio. Dato il successo (sia di pubblico che di critica) della prima stagione, nessuna meraviglia che ci sia grande attesa per la prossima, a cui si accompagna tuttavia qualche perplessità di fondo: sebbene permanga un certo mistero sulle possibili evoluzioni, è ormai certo che i fautori del successo del primo capitolo saranno integralmente sostituiti, per dar vita a un prodotto del tutto nuovo. Messa infatti in panchina la magistrale coppia McConaughey-Harrelson, avranno l'arduo compito di prendere il loro posto Colin Farrell, Vince Vaughn e Taylor Kitsch nelle vesti di futuri protagonisti; anche la direzione cambierà firma: al posto del geniale Cary Joji Fukunaga si avvicenderanno alla regia diversi nomi, tra cui Justin Lin per i primi due episodi. Presupposti del tutto nuovi, dunque, che suscitano più di un interrogativo, ma ai quali si accompagna comunque una grande attesa e curiosità.



La seconda stagione: il mondo è dei colpevoli

Dopo una visione a distanza di sicurezza è innegabile che la seconda stagione di "True Detective" abbia numerosi cedimenti, ma non è quel disastro che si guadagnò unanime riprovazione durante la messa in onda, quando scontò il reato di succedere all'eccezionalità della prima stagione senza essere eccezionale a sua volta.

"True Detective 1" non sovvertiva cliché, non piegava al suo volere topoi del thriller: con intenzione o meno, stava perlopiù fuori dal genere, eludendo possibili codifiche in termini di ritmo, struttura, istanze narrative, caratterizzazioni. Il genere irrompeva negli ultimi due episodi, provocando in apparenza un calo del livello complessivo. Con uno scarto brusco si passava da opera indecifrabile a buddy movie poliziesco. Amarezza; ma a posteriori anche l'improvviso scivolamento verso formule più rassicuranti era parte dell'inafferrabilità di un dispositivo seriale che trovava il suo climax nella quarta puntata (cioè a metà racconto) e quasi all'esterno della vicenda principale, un climax quasi esclusivamente estetico, sotto forma di pianosequenza. Così come era inafferrabile il protrarsi dell'epilogo, sgravato da aspettative e colpi di scena; o lo scontro finale, altalena di lampi metafisici e puro patetismo; o la chiusura ottimistica, forse in realtà una resa all'insignificanza della vita terrena, ai piedi di un'infinità della quale si può solo prendere atto, senza negoziare. Eccetera.
Di inafferrabile c'è poco nello svolgimento di "True Detective 2", che tuttavia condivide l'innesco con il predecessore: un omicidio tanto inspiegabile quanto brutale e inquietante. Stavolta il cadavere (occhi disciolti con l'acido, genitali sparati via da una fucilata a bruciapelo) appartiene a Ben Caspere, affarista della cittadina californiana di Vinci. In un clima di inganno perenne, viene assegnato alle indagini il trio formato da Ray Velcoro, detective legato al boss declinante Frank Semyon, da Antigone Bezzerides, cinica poliziotta mascolina figlia di padre hippy, e da Paul Woodrugh, ex soldato ora agente della stradale; ciascuno marchiato dal proverbiale passato oscuro, ciascuno rassegnato a un presente miserabile tenuto insieme da omissioni coscienti e rimozioni inconsce, autocondanne punitive, pulsioni represse.

Quanto più i veri detective dissotterrano la depravazione di Vinci rivelando collusioni, turbini di soldi sporchi, vecchie inchieste insabbiate, orge e perversioni sessuali, tanto più la sceneggiatura dissotterra la vita dei veri detective; li denuda di una nudità che non spartisce nulla con il sovraccarico esistenzialismo di Rust Cohle ma che altrettanto spietatamente non concede alibi, né a loro né all'habitat sociale che li circonda. E se nella prima stagione l'andamento sincopato, il ridiscutere la veridicità della rappresentazione per immagini, la scompostezza (più che scomposizione) di trama e psiche dei protagonisti, tutto confluiva in un disarmonico e perturbante unicum, nella seconda stagione è la tradizione a prevalere. Uscita quando il fiume di elogi all'accoppiata McConaughey-Harrelson era ancora in piena, non poteva che deludere chi attendeva un'altra discesa nel cuore di tenebra della torbida Louisiana venata di esoterismo e filosofia, e invece si trovò difronte le convenzioni di un moderno noir metropolitano.

La conseguente bocciatura potrebbe essere stata figlia di una prevenzione ingiusta ma inevitabile e di una serie di problemi, il più evidente dei quali è la presenza di troppi registi dietro la mdp. Mentre la stagione uno beneficiava del lavoro del miracoloso pseudosconosciuto Fukunaga, la stagione due è affidata a sei registi diversi. Un peccato, considerato che i primi due episodi diretti da tale Justin Lin (tipo che ha bazzicato a lungo il franchising "Fast & Furious" e che qui invece sfodera un talento tutt'altro che fracassone) possiedono atmosfere che non invidiano le premesse della stagione uno. Gli episodi successivi tentano di mettersi in scia, però divergono l'uno dall'altro nel taglio adottato e a tratti sono gestiti con approssimazione. Il che non li rende certo inguardabili o privi di qualità ma semplicemente, classicamente televisivi.
"True Detective 2" è ascrivibile quindi a un canone, rientra nei ranghi di una narrazione lineare e, in maniera del tutto accettabile, derivativa, restando comunque sopra la media del filone crime contemporaneo. Trova ideale collocazione fra Michael Mann e "Chinatown", con sentori di Friedkin, Ferrara e "Twin Peaks"; ovvero, suo malgrado emergono prima le parentele anziché una personalità individuale nitida, complice anche la sceneggiatura (sempre di Nic Pizzolatto, ideatore dell'intera serie) solida ma poco coraggiosa.

L'ambiente piagato dalla corruzione totale è squallido e tetro come dovrebbe essere, fitto di legami occulti fra polizia, malavita, imprenditori, istituzioni politiche; i personaggi sono sofferenti e malandati come dovrebbero essere, arroccati in se stessi per proteggersi da un incontrollabile male esogeno, oppure, al contrario, per cullare il proprio solipsismo, salvo esporsi in cerca di imprendibili redenzioni, adescati da bagliori di speranza; l'intreccio è preciso come dovrebbe essere, fa combaciare i tasselli utilizzando un rodato sistema di contrappesi, azione e suspense, quesiti e risposte, misteri e sparatorie, whisky, disonestà, vendette, giochi di potere, inferni privati. Tutto in effetti è come dovrebbe essere, e se da un lato l'adesione alle norme di genere alimenta una certa intensità emotiva, dall'altro rappresenta un grosso limite nella prevedibilità di molte svolte. A ogni modo è abbastanza chiaro che, giusta o sbagliata, la scelta di tralasciare elementi di rottura e fare leva su una selezione di stereotipi per amplificare il fattore drammatico è deliberata.
Una scelta che influisce anche sui personaggi. I quali, rispetto a Cohle e Hart, sono contestualmente banali. McConaughey e Harrelson realizzarono un capolavoro nel cogliere un aspetto cruciale dei propri ruoli: il fatto che non richiedessero benevolenza.  Al di là delle teorie ligottiane di Cohle e delle contraddizioni di Hart, della loro relazione con la violenza, con il dolore, con la giustizia, l'epicentro del loro fascino era frutto della tensione generata da un qualche indefinito arbitrio empatico. Cohle e Hart costringevano a una visione ambigua, in una posizione scomoda. All'opposto, i protagonisti della seconda stagione sono consapevoli di avere bisogno del trasporto dello spettatore, lo esigono e se ne appropriano, sebbene conformi al Manuale Dei Personaggi Noir. Non è artefatta la  partecipazione all'amore paterno di Velcoro, al tormento identitario di Woodrugh e al desiderio di cambiamento del malavitoso Frank, i tre maschi del gruppo, le cui crisi interiori sono esplicite fin dall'inizio; al contempo non è un caso che su di loro si elevi la Antigone Bezzerides della brava e bella Rachel McAdams, più insondabile, reticente, e perciò più interessante.


In continuità con la prima stagione, dove scorreva sotterraneo il tema della virilità, anche "True Detective 2" affronta un argomento comportamentale, ma da sotterraneo lo rende palese e gli fa attraversare non solo i personaggi bensì tutta la vicenda: la genitorialità, o meglio il rapporto fra genitore e genito. Fattualmente, l'iniquo assassinio di due genitori è il primo anello della catena causa-effetto della fabula; inoltre, dalla loro angolazione Bezzerides e Frank concepiscono la propria esistenza come una biblica eredità di errori paterni, e Velcoro e Woodrugh scorgono nella propria paternità (presente per Velcoro, futura per Woodrugh) l'orizzonte di una egoistica catarsi. La genitorialità come delitto e la genitura come espiazione. La sceneggiatura non mostra se con l'evolvere della storia questa specie di dogma venga contestato o elaborato, malgrado nel finale le qualifiche sembrino addirittura invertite; senza dubbio lo sfrutta per impostare il carattere dei personaggi su una solitudine vissuta a prescindere, in bilico fra senso di impotenza e senso di colpa. Nella scissione tra agire e subire, nel conflitto tra responsabilità personale e fondamenti ontologici, risalta e soprattutto assume un'ambivalenza necessaria la battuta di Velcoro, riciclata come tagline della stagione: "Abbiamo il mondo che meritiamo".

Il cast esprime il diffuso stato di precarietà morale tramite una recitazione spoglia, un po' monocorde, sulla cui superficie affiorano le scosse dei nervi, che a volte esplodono di frustrazione e furia quando la situazione conduce soltanto a vicoli ciechi. Dapprincipio Vince Vaughn è spaesato, poi il suo Frank Semyon acquista una particolare consistenza, magari proprio grazie all'anomala presenza dell'attore; Taylor Kitsch e Colin Farrell hanno sempre la faccia di qualcuno che ha una lama di coltello piantata fra le costole, e va bene così; e quando Rachel McAdams dà corpo alle fragilità di Bezzerides la commozione è dietro l'angolo. Però dove la sinergia fra Cohle e Hart si basava sull'antitesi, la somiglianza tra Velcoro, Woodrugh, Bezzerides e Semyon è enorme, e suscita una sensazione di mancanza più che di unità, oltre a complicare la stima del peso da attribuire ad alcune forzature sentimentali e all'impiego, per fortuna moderato, di inutili espedienti retorici.

Insomma, il discrimine fra prima e seconda stagione è ampio. A tenerle in contatto sono segni determinanti nella fisionomia di entrambe: la colonna sonora di T Bone Burnett, la fotografia livida, le ricorrenti panoramiche aeree (campi e paludi desolate in Louisiana, ballardiani reticoli autostradali in California). E ovviamente la scrittura di Pizzolatto, curva sugli abissi dell'umano, gravida di ossimori e di figure impegnate in una battaglia senza fine e senza vincitori con John Donne e il suo "Nessun uomo è un'isola". Ciò detto, pur condividendo l'imprinting, "True Detective" 1 e 2 avevano propositi diversi e hanno raggiunto traguardi diversi, e spacciare la seconda stagione come opera ineccepibile e sconvolgente sarebbe farle torto. Ma lo sarebbe altrettanto non renderle il titolo di prodotto compiuto e lasciarla lì, nel cestino dei mezzi fallimenti, negandole singole valutazioni o rivalutazioni indulgenti, ignorando che in questo caso il sacrificio dell'originalità è valso la concentrazione di un'incredibile potenza.

True Detective

INFO

titolo:
True Detective

titolo originale:
True Detective

canale originale:
Hbo

creatore:
Nic Pizzolatto

produttori esecutivi:
Nic Pizzolatto, Cary Joji Fukunaga, Scott Stephens, Woody Harrelson, Matthew McConaughey, Steve Golin, Richard Brown

anni:
2014-in corso