L’ora nera

L’ora nera


Chris Gorak

Fantascienza | Usa
(2011)

Nei primi decenni della storia del cinema un’ora era una durata ragionevole per un film. Solo per citare alcuni capolavori “La corazzata Potemkin” dura 70′,” L’Age d’Or” 62′, “Freaks” 66′.  Adesso la durata minima di un film commerciale standard è circa un’ora e mezzo, quindi al povero Chris Gorak, regista de “L’ora nera”, è toccato l’arduo compito di riempire non un’ora bensì 89′ con la striminzita idea “turisti americani combattono alieni elettromagnetici a Mosca”, e a noi tocca stare in sala per tutto questo tempo a guardare un film che non regge.

La letteratura fantascientifica ci insegna che idee semplici possono dar luogo a racconti fulminanti e potenti (vedi le tre leggi della robotica), e al cinema “The Cube” o più di recente “Moon” e “Source Code” ci hanno mostrato egregiamente come un film di fantascienza non debba per forza descriverci un mondo o una società alternativi alla nostra o raccontarci una impresa epica nello spazio: basta una idea semplice e forte e la capacità di girarla con maestria o almeno mestiere.

Purtroppo qui l’idea è quella che è, ma soprattutto il regista non è minimamente in grado di creare tensione, empatia con i personaggi, adrenalina, paura, niente. L’invisibilità degli alieni per gran parte del film poteva suggerire numerose trovate, ma si risolve in un “se non ci muoviamo non ci vedono neanche loro” che oltre a non avere il minimo senso scientifico (come il resto del film) ricorda un po’ “Jurassic Park”. Ma l’esempio paradigmatico dell’incapacità registica di Gorak è usare la location della Piazza Rossa per girare una scena che poteva ambientarsi tranquillamente nel parcheggio di un condominio. Anzi, una ambientazione più ristretta avrebbe dato magari un senso di claustrofobia a un incontro eroi-alieni che nel film non desta il minimo interesse. La sceneggiatura è così naif che non è chiaro a quale tipo di pubblico dovrebbe piacere. Stesso dicasi degli effetti speciali che, come la Mosca che ci viene mostrata nei primi minuti, sembrano fermi agli anni ’90 (carina la battuta sui Nirvana). Personaggi inesistenti e di conseguenza comparto attoriale non ricevuto: Emile Hirsch  (“Alpha Dog”, “Into The Wild“) doveva aver capito già in “Speed Racer” di non essere fatto per la fantascienza. Ma la vera delusione è vedere Timur Bekmambetov, la cui fantasia sbrigliata avevamo apprezzato nella folgorante serie “I guardiani della notte” / “I guardiani del giorno” così come nel potente debutto americano di “Wanted“, associato a una pellicola così piatta.

A parte qualche battuta azzeccata (quelle che gli americani chiamano one-liner), l’unico elemento del film che ispira simpatia è l’armata brancaleone dei resistenti autoctoni che sfoggiano un vero carattere da russi-che-non-mollano-di-fronte-al-nemico (ricordiamo l’assedio di Stalingrado del 1942 con 1 milione di morti, che in Russia è orgoglio nazionale). Inoltre il segmento a loro dedicato, anche grazie alla visione “alla Predator” che hanno gli alieni, rimanda stilisticamente ai film d’azione anni ’80 che siamo consci avere ancora qualche estimatore (si sta giusto girando il seguito de “I mercenari”). Ma in fondo non importa quanto siate russofili e/o abbiate nostalgia di “Commando”: lasciate perdere questo film.

21/01/2012

Cast e credits

Titolo Originale
The darkest hour
Distribuzione
20th Century Fox
Durata
89'
Produzione
Summit Entertainment
Sceneggiatura
John Spaiths
Fotografia
Scott Kevan
Montaggio
Fernando Villena
Musiche
Tyler Bates

Trama

Turisti americani si trovano a Mosca quando alieni invisibili e dalle notevoli capacità elettromagnetiche invadono la terra. Girano per la città incappando in varie forme di resistenza autoctone finché non elaborano un piano di riscossa.
Fatherland
Fatherland

Pawlikowski continua la sua ricerca formale improntata al rigore, con un distacco che stavolta ha anche rilevanza tematica ma sempre al limite con il vuoto esercizio stilistico. Un breve racconto di fantasmi che contiene il conflitto il più possibile, solo per sgonfiarsi ma riuscendo in ultima istanza a darsi un senso nel finale, rinunciando al suo gioco cervellotico

Zustissia
Zustissia

Il convincente esordio di Francesco Piras allarga gli orizzonti del cinema sardo ponendo al centro un tema di rilevanza nazionale. Lo stile sobrio e asciutto, la messa in scena immune dai clichè e l'efficace direzione degli attori denotano la matura consapevolezza del mezzo cinematografico

The Social – Il prezzo della verità
The Social – Il prezzo della verità

L'Aaron Sorkin regista non si dimostra allo stesso livello dello sceneggiatore, per un'opera che funziona e intrattiene ma che non riesce a incidere fino in fondo, come il tema trattato invece richiederebbe

L’isola dei ricordi
L’isola dei ricordi

"L'isola dei ricordi" è un'opera di transizione come la fase che il cinema di animazione sta vivendo. Semplificando la trama pur senza lesinare sulla profondità, il film di Crawford e Mercado cerca una nuova identità visiva sperimentando con gli stili

L’albero di molto lontano
L’albero di molto lontano

Ben Gregor firma un fantasy per ragazzi che non ha alcuna impronta autoriale ma riempie tutte le caselle giuste per essere avvincente. Sana e innocua avventura per famiglie, è l'adattamento per lo schermo di uno dei titoli più celebri della popolarissima Enid Blyton

Balcanica
Balcanica

Un'opera di sottrazione rigorosa, che sublima il dramma migratorio in una sospensione esistenziale dove la musica si fa baluardo identitario. Pur penalizzato da alcune fragilità nella scrittura, il film testimonia una coerente e partecipe consapevolezza formale

La città dei vivi
La città dei vivi

Sin dall'anteprima a Venezia 83, l'adattamento di Edoardo Gabriellini de "La città de vivi" ha convinto e non convinto, tra la scelta di lasciare fuori campo il taglio da truecrime, e un sacco di idee interessanti su cui il regista livornese punta non sempre con la stessa convinzione

L’Estranea
L’Estranea

Dopo “La valle dei sorrisi” Paolo Strippoli continua a esplorare la possibilità di contaminazione delle forme del cinema operando uno scatto in avanti rispetto alla capacità di sfruttare le potenzialità del linguaggio cinematografico. La suggestione visiva prevale sul disegno d’insieme ma le ambizioni rimangono intatte. Ottima la prova degli interpreti su cui svettano Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi