Guardiani della galassia

Guardiani della galassia


James Gunn

Azione, Commedia, Fantascienza | Regno Unito, Usa
(2014)
Nessuno poteva prevedere il clamoroso successo che il nuovo blockbuster Marvel, “Guardiani della galassia”, avrebbe riscosso in patria e nel resto mondo, nel corso della passata estate (da noi arriva solo ora, ultimo paese al mondo). Concepito come un film “minore” all’interno della fase 2 della continuity dell’universo cinematografico Marvel, a fare da spartiacque tra il tono serioso dell’ultimo “Captain America – The Winter Soldier” e l’attesissimo “Avengers: Age of Ultron” (in arrivo a fine aprile 2015), ispirato a una serie a fumetti cult (ideata dal duo Dan Abnett/Andy Lanning nel 2008) ma decisamente poco popolare, con protagonisti una serie di personaggi poco noti e ancor meno eroici, e diretto da un giovane regista che viene dall’horror come James Gunn, “Guardians of the Galaxy” ha stupito critica e pubblico, e sull’onda del passaparola positivo ha incassato sinora oltre 700 milioni di dollari in tutto il pianeta (terzo incasso Marvel di sempre, dopo gli irraggiungibili “The Avengers” e “Iron Man 3“).

Qual è dunque il segreto del successo di un prodotto come questo? Sicuramente aver affidato all’inaspettato Gunn il timone di un kolossal miliardario è stata la mossa più azzardata, coraggiosa e intelligente da parte della Disney-Marvel. Il co-fondatore della mitica Troma, nonché regista di svalvolati film di genere, come la folle parodia shakespeariana “Tromeo & Juliet”, l’horror cronenberghiano “Slither” e il fumettistico e anarchico “Super“, guarda all’universo supereroistico di Stan Lee da par suo, con l’incanto e la sfrenatezza di un bambino alle prese per la prima volta nella sua vita con giocattoli milionari e con tutta l’irriverenza che ha contraddistinto il suo percorso cinematografico sinora. Risultato: una travolgente space-opera che riesce nella impresa (difficilissima) di creare nello spazio di appena due ore un vastissimo – credibile – universo di personaggi, comprimari, pianeti, oggetti, linguaggi, che in quanto a potenza immaginifica e impatto popolare non ha precedenti, se non tornando indietro, addirittura alla prima trilogia di Lucas di “Guerre Stellari” (per rimanere in ambito cinematografico, s’intende).

Anche sceneggiatore assieme a Nicole Perlman (“Thor“), Gunn non riserva particolari sorprese o snodi narrativi complessi (il supercattivo genocida Ronan l’accusatore vuole impadronirsi di una gemma dai poteri cosmici per distruggere una razza a lui avversa) e imbastisce il classico episodio-pilota, in cui i protagonisti vengono presentati e fanno conoscenza tra di loro. Un eclettico team di personaggi con poco o nulla in comune tra di loro, che dovranno imparare, loro malgrado, a collaborare per un bene “superiore”. Praticamente il plot di “The Avengers”, se non fosse che i cinque “guardiani” non sono assolutamente dei supereroi, ma un gruppo di disadattati, freak e criminali, che vedono piombarsi addosso per puro caso l’occasione per riscattarsi.

 
Gunn, pur non lesinando in sequenze spettacolari e mozzafiato, ha l’arditezza (secondo solo a Guillermo Del Toro con il suo “Hellboy“) di far parteggiare immediatamente il pubblico per questi emarginati della società, e dedicare maggior importanza allo sviluppo delle loro psicologie anziché agli intrighi cosmici abbasanza risaputi. Stanco di tifare per eroi sin troppo super, il pubblico è lieto di appassionarsi a questo gruppo di alieni fuorilegge pieni di difetti, più umani di qualsiasi umano. Rocket, procione modificato geneticamente, superintelligente e logorroico, sbruffone ma segnato indelebilmente dagli esperimenti che l’hanno reso uno scherzo della natura, è un cacciatore di taglie assieme al collega Groot, sorta di gigante pianta antropomorfa sprovvista di un largo vocabolario (le uniche parole che sa pronunciare sono “Io sono Groot”). Gamora è una guerriera e assassina, figlia adottiva del titano Thanos (si veda il finale di “The Avengers”), al servizio di Ronan, ed è in cerca di ribellione e vendetta. Il nerboruto e stupido Drax è un delinquente che vorrebbe farla a pagare a Ronan per l’assassinio della moglie e del figlio. Peter Quill, in arte StarLord, infine, è l’unico terrestre del lotto, rapito in giovane età dagli alieni, donnaiolo, vigliacco e testardo, una specie di Buckaroo Banzai per la generazione zero, è come Ronan, alla ricerca della potente gemma del destino, ma con l’intento di rivenderla al miglior offerente.

E’ Peter Quill, anch’egli legato a un trauma del passato (non ha saputo dire addio alla madre morente), a conferire alla pellicola di Gunn, e alla sua combriccola di personaggi stravaganti e kitsch, la giusta distanza ironica. Simbioticamente legato al suo walkman e alla compilation in cassetta (“The awesome mixtape vol. 1”) appartenente alla madre, piena di successi pop dell’epoca, Peter fa da straniante contraltare alle mirabolanti avventure che accadono al quintetto di protagonisti. “Hooked On A Feeling” dei Blue Swede (già resa celebre da Tarantino ne “Le Iene”), “Moonage Daydream” di Bowie, “Cherry Bomb” delle Runaways, “Fooled Around and Feel In Love” di Elvin Bishop, “Ain’t No Mountain High Enough” di Marvin Gaye e tanti altri classici del rock anni 70-80 diventano l’evocativa colonna sonora delle imprese interstellari dei “guardiani” alieni, che in più di un occasione rimarranno increduli davanti alla tracotanza yankee del terrestre e dei suoi riferimenti alla cultura pop e ai passatempi degli umani. Gradualmente, e con le giuste sfumature, tutti i protagonisti mostrano qualcosa in più del loro carattere, imparando a conoscersi, diventando amici, creando, forse, una nuova bizzarra famiglia, più che un team di supereroi.

Non che manchi il divertimento e lo spettacolo (anche in sfavillante 3D) in questo kolossal: il finale con la battaglia tra la nave Kree di Ronan e le armate della pacifica Xandar è scoppiettante, così come la fuga dal nebuloso “pianeta” Knowhere, che non ha nulla da invidiare all’ipertrofismo tecnlogico marchiato Michael Bay. Battute da rimandare a memoria e idee memorabili che si sprecano (restate fino alla fine dei titoli di coda per il cameo di un altro mitico personaggio dell’universo Marvel), in un blockbuster che riporta alla memoria la freschezza, la poesia e la naiveté dei classici partortiti dal trio Spielberg-Zemeckis-Lucas qualche decade fa.

Tra gli altri meriti di Gunn, la scelta di un cast composto perlopiù da volti sconosciuti o in ascesa (Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Bautista, Lee Pace), con tante star in ruoli di contorno (Benicio Del Toro, Glenn Close, Vin Diesel che da la voce a Groot e Bradley Cooper al procione Rocket) e tanti nomi cult come comprimari ad hoc (l’ottimo Michael Rooker è il cacciatore di taglie Yondu, ma ci sono anche John C. Reilly, Gregg Henry e Sean Gunn, fratello del regista).

Insomma, un piccolo grande miracolo di film, una pellicola che riesce, con ironia e senza cinismo, a smitizzare il tema del supereroe contemporaneo, esempio da elogiare e seguire per tutto il cinema spettacolare “hollywoodiano” da questa parte a venire.

22/10/2014

Cast e credits

Titolo Originale
Guardians of the Galaxy
Distribuzione
Walt Disney
Durata
121'
Sceneggiatura
James Gunn, Nicole Perlman
Fotografia
Ben Davis
Scenografie
Charles Wood
Montaggio
Craig Wood, Hughes Winborne, Fred Raskin
Musiche
Tyler Bates
Costumi
Alexandra Byrne

Trama

Cinque disadattati e fuorilegge interstellari devono, loro malgrado, unire le forze per fermare un fanatico che minaccia di distruggere l'intera galassia.
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