Velluto blu

Velluto blu


David Lynch

Noir, Thriller | Usa
(1986)

 

A Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio;
a David Lynch interessa l’orecchio.

[David Foster Wallace]

Scardinare le regole del gioco dopo avervi partecipato. Infiltrarsi in un nuovo percorso, affrontare una nuova esperienza per rivoluzionarne l’aspetto esteriore. Questo fece David Lynch, nell’ormai lontano 1986, con il suo quarto film. Un’opera che risultò, oltre tutto, amata dal grande pubblico, dai giurati di premi sparsi in giro per il mondo, dalla critica più esigente che fin da subito la elesse manifesto di un nuovo modo di fare cinema degli anni 80. Ma “Velluto blu” è prima di tutto un noir, o un thriller se si vuole porre l’accento su determinati aspetti più strettamente legati alla creazione dello stato di tensione e allo svelamento di un giallo da risolvere. In entrambi i casi il regista di Missoula affronta la cinematografia di genere per la prima volta “rompendo il giocattolo”, capovolgendo, come già aveva fatto sia in “Eraserhead”, sia in misura minore in “The Elephant Man” e “Dune”, i punti di riferimento storici e universalmente accettati.

Il lato oscuro della luce

E allora via gli elementi cardine, via la nebbia, la pioggia, il fumo, la metropoli. Una carrellata di immagini di quiete provinciale introducono lo spettatore nell’accogliente cittadina di Lumberton, nel nord ovest degli Stati Uniti: un pompiere saluta guardando fisso in camera sfilando con il suo mezzo pesante, i bimbi attraversano le strisce pedonali, fiori gialli e fiori rossi davanti a staccionate appena riverniciate. E poi giardini, donne che guardano la tv, uomini che annaffiano le piante. Tutto alla luce di un sole abbagliante: una splendida cornice di soavità. Ci vuole poco, però, per inquadrare il suolo marcio, nascosto dalla vegetazione, con insetti neri e mostruosi brulicanti in modo caotico. L’incubo, dunque, può iniziare, nascosto com’è dietro la facciata di scena, covato per bene dalla collettività che vive la sua quotidianità come nulla fosse mentre nelle retrovie imperano perversione, violenza, ricatto morale, corruzione e ipocrisia.
È come se un sipario si aprisse due volte sulla scena: nei titoli di testa, accompagnati dalla languida e opprimente composizione originale di Angelo Badalamenti, qui alla prima collaborazione con il Maestro, si muove impercettibile sullo sfondo un tendaggio di velluto blu. Luce naturale, via al pezzo di Bobby Vinton che dà il titolo al film, rottura dell’idillio, inizio del mistero. Lynch distrugge e poi ricrea. Nega l’ambientazione classica del noir e poi ne rimette in scena tutti gli stereotipi. C’è un giovane annoiato che gioca a fare il detective, un misterioso ritrovamento di un orecchio reciso in un campo, una donna da salvare e una ragazza, forse, da amare. C’è un sadico criminale che impersona l’essenza stessa del male e un quadro generale fatto da famiglie disinteressate all’altra faccia della cittadina e da forze dell’ordine corrotte e impotenti.

Elogio della narrazione

Il cinema di Lynch si fa, per la prima volta, più complesso rispetto alle origini, più orientato verso ciò che vedremo con maturità nei due decenni successivi. Eppure, perfettamente in equilibrio fra giovinezza e maturità, riesce ad equilibrare le istanze più diverse. Da una parte “Velluto blu” è monumento stesso all’arte della narrazione, fatto com’è di sequenze perfettamente concatenate con il consolidato meccanismo della causa che produce un effetto, che a sua volta è causa di un nuovo accadimento. Dall’altra, come fu lo stesso cineasta americano a raccontare dopo l’uscita del film, a monte non c’è una vera sceneggiatura, che ha preso a formarsi soltanto in corso d’opera; ci sono, invece, delle intuizioni, delle immagini nella mente del creatore o, per dirla con rispetto al credo lynchano, delle idee. E le idee, se perseguite con coerenza, sono tutto nel cinema dell’autore di “Velluto blu”. Le idee, nel dettaglio, erano tre.
La prima, il voyeurismo. Lynch aveva in testa la scena di un uomo che spia una donna, la quale è la chiave per la risoluzione del mistero. La seconda è il macabro ritrovamento: e l’orecchio è la parte anatomica perfetta per la causa. Ha un foro che porta all’oscurità ed è direttamente collegato con il cervello, l’organo più importante per fruire il cinema, secondo Lynch. E fra l’altro anche in “Velluto blu” non ci viene risparmiata la zoomata dentro l’oscurità del buco nero, stavolta appunto si tratta di un orecchio, come in “The Elephant Man” era l’apertura dentro una maschera poggiata su una parete. La terza intuizione è la canzone. Come aveva fatto Terry Gilliam con il suo miliare “Brazil“, anche Lynch titola il film partendo da un’associazione di idee provocata da un motivetto. È il ritornello, la melodia e il nome della canzone che accompagnano tutto il film ed è portentoso l’effetto straniamento che produce: sul lato luminoso, la città fischietta “Blue Velvet”, sul suo lato oscuro il velluto blu è stoffa che significa sopraffazione, annientamento e perversione.

La genesi

Lo script venne fuori in un secondo momento, cercando di dare un senso logico a queste primordiali anticipazioni mentali. La cronaca dice che “Velluto blu” doveva essere la terza pellicola di Lynch, ma che il produttore Richard Roth non era pienamente soddisfatto delle bozze che Lynch aveva fino a quel punto approntato. Il progetto venne dunque accantonato e il regista girò “Dune”, il più colossale disastro della sua quasi immacolata carriera. E il mystery risultò allora quasi una cura di disintossicazione, una riabilitazione su strade più conosciute rispetto alla fantascienza. Con un budget di “soli” sei milioni di dollari, Lynch girò qualcosa come quattro ore, montandone alla fine la metà esatta e tagliando via anche una inquadratura di troppo, quella di Frank che indugia sul corpo seminudo di Dorothy infliggendole dolore su dolore.
Seppur restando bene ancorato alla realtà “vera” e non “sfondando” la porta dell’onirismo più spinto, ambito in cui Lynch ci condurrà solo qualche anno dopo, il “nuovo noir” di “Velluto blu” ha già molti elementi che fanno pensare alle opere della maturità: dall’utilizzo del sonoro in chiave disturbante al montaggio che affianca in modo brusco e inaspettato momenti di stasi con flash di inquietudine futura. Si dice poi spesso che la grandezza dell’atmosfera lynchana sia data anche e soprattutto dalla maestria con cui il cineasta gioca con i colori. È vero, l’uso del cromatismo che Lynch fa è stupefacente (fin dal titolo dell’opera, d’altronde). Ma il gioco di colori è, a parere di chi scrive, solo una delle esplicazioni di quello che è il vero punto di forza del Lynch maestro di messa in scena, ovvero la sapienza nella gestione dello spazio cinematografico.

Lynch maestro dello spazio

Lo spazio è il protagonista invisibile del noir. È lo spazio che è terrore, magia, mistero, romanticismo sfrenato, palpitazione continua. Lo si vede nell’appartamento di Dorothy (una via di mezzo tra la casa-incubo di “Eraserhead” e la sala d’attesa della Loggia nera di “Twin Peaks”), lo si vede nella scelta ponderata di abolire l’ascensore e fare delle rampe di scale un’ambientazione decisiva della storia. Ma lo si vede anche nei corridoi del condominio diroccato, nel viale ripreso prima in movimento inquadrando Jeffrey e Sandy che passeggiano amabilmente e poi in soggettiva deserta, al buio, in un gioco di specchi che può solo incutere timore e stimolare dubbi sul capitolo successivo. Il regista Lynch, troppo spesso sottostimato per “colpa” dell’eccessiva carica simbolica della sua stessa opera, è questo: un geniale direttore d’orchestra che conosce perfettamente l’esito di ogni inquadratura. E già trent’anni fa queste doti erano lampanti. Lynch sa come passare da un momento di forte inquietudine a uno di incredibile sentimentalismo in una sola scena, basti pensare al sonoro fastidioso e al buio di un giardino che si aprono luminosamente accogliendo in scena il volto solare e splendido di Laura Dern (indimenticabile la sua prima apparizione nel film).
Oltre al gioco cinefilo del sovvertimento del luogo comune, lo sberleffo continuo del dileggiare un genere (ma nel pieno rispetto della sacralità del rito artistico), il Maestro insiste su una sua strenua concezione del mondo: il Male non è opposto al Bene, dividere l’uno dall’altro è impossibile. Piuttosto l’uno è la faccia nascosta dell’altro: questa è Lumberton, cittadina operosa di giorno e letale di notte. Questa sarà Twin Peaks, d’altronde. E che altro è “Velluto blu” se non l’occasione stessa in cui porre le basi di un serial televisivo che trovi proprio in queste convinzioni la sua ragione di venire al mondo? Il capolavoro del 1986 è il crocevia impossibile da evitare se si vuole comprendere appieno la vita artistica di Lynch, se se ne vuole accettare la variazione negli anni e, se vogliamo, la sua estremizzazione. È il passaggio tra una realtà marcia e un sogno come possibile via di fuga.
Il mistero sarà svelato, il nemico sarà annientato, i pettirossi torneranno a cantare sugli alberi della cittadina. Ma il viaggio di questo genio americano sarà soltanto all’inizio.

03/11/2014

Cast e credits

Titolo Originale
Blue Velvet
Durata
120'
Produzione
Dino De Laurentiis
Sceneggiatura
David Lynch
Fotografia
Frederick Elmes
Scenografie
Patricia Norris
Montaggio
Duwayne Dunham
Musiche
Angelo Badalamenti + AA. VV.

Trama

Nella cittadina di Lumberton, Jeffrey Beaumont, un giovane studente, scopre in mezzo ad un campo i resti di un orecchio umano reciso di netto e lo porta alla polizia. Il giovane conosce così Sandy, figlia del detective Williams, e i due, presi dalla curiosità, cominciano ad indagare per conto proprio, scoprendo che nella loro cittadina esiste un ignobile mondo sotterraneo fatto di violenza, sesso, traffico di droghe e polizia corrotta.
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