Tully

Tully


Jason Reitman

Commedia, Drammatico | Usa
(2018)

Sarebbe bello poter dire che la maternità sia un argomento ormai fuori dai radar della polemica culturale, dalla messa in ballo di simbologie, retaggi e ruoli (predefiniti da tutti fuorché dalle madri), ma l’attualità non ci viene incontro. È perciò comprensibile il plauso unanime che sta raccogliendo il nuovo film della ditta Reitman-Cody, un plebiscito che non ha tardato a evidenziare cum laude quanto “Tully” dia un’immagine non convenzionale, non conciliante (dunque più… vera?) dell’essere gravide e/o madri al giorno d’oggi, per il semplice fatto di presentare (anche) gli aspetti oscuri, umanamente problematici, dello status, le ripercussioni emotive e psicologiche sulle dirette interessate (qui da noi ci ha provato Cristina Comencini, ad esempio).

Jason Reitman torna dopo la sordina degli ultimi anni (qualcuno sa elencare a bruciapelo senza barare su Wikipedia a quali progetti si è dedicato il figlio d’arte dopo “Young Adult“?), supportato dalla penna affilata di Diablo Cody, con un lavoro che, nonostante la premessa, non esprime di sua sponte alcun valore politico se non quello di circostanza, appiccicatogli addosso.

Di per sé, “Tully” non è neanche un film sulla maternità.

Le intime sliding doors retrospettive all’origine del blocco psicologico di Marlo (Charlize Theron magnificamente sfatta, viso e tette brutalmente gonfi, 30 kg oversize sul corpo hollywoodiano, manco in “Monster”), sono invece la possibilità di un racconto in cui la maternità, né demonizzata né beatificata, è il pulsante che innesca una resa dei conti con il passato (rinviata fino ai limiti dell’accettabile) e con la fine del desiderio. In ogni caso, uno scontro tutto autoreferenziale, privato, colpito solo a distanza dall’eco dei rapporti all’interno del nido famigliare.

Ciò che va in in scena, non senza pizzicare i giudizi morali medi e le prese di posizione (medie, anch’esse) su un argomento usato con intelligenza da sceneggiatura e regia a mo’ di esca empatico-narrativa, è la determinazione di un capolinea (anagrafico, perché no), dopo il riconoscimento di troppe asimmetrie fra dentro e fuori, passato e presente. Quello che volevo fare e quello che sto facendo ora. Ce lo dice la scena iniziale con la mamma Marlo, molto incinta del terzo pargolo, impegnata a ricoprire di tenerezze speciali il proprio cucciolo primogenito (da tutti considerato “particolare”, quasi gemello dello gnomo insopportabile di “Babadook“, film a sua volta quasi gemello – esplicitamente dark – di “Tully”). Salvo che in sottofondo Lou Reed canta Sono alla ricerca di un posto diverso, dove poter essere qualcun altro.

Marlo è un’ultraquarantenne che da ragazza ha fatto un giro su tutti i cavalli della giostra (lesbismo incluso, molto liberal), finché non si è seduta sulla panchina chiamata Drew, marito-bambino che al sesso serale preferisce Call of Duty. Da allora, cosa è rimasto di quella ragazza? Ed è importante che qualcosa sia rimasto? Le occhiaie abissali di Marlo sono l’indice della sua esistenza, confinata in un percorso di pochi chilometri quadrati e mete fisse, scandito da faccende-da-mamma sempre uguali e sempre finalizzate alla sopravvivenza altrui (una sequenza di montaggio in loop ci aiuta a detestarle).

Giostra e panchina: metafora di Marlo confidata a Tully, la tata notturna apparsa quasi dal nulla dopo l’arrivo del terzo nascituro. Una ragazza specchio di tutto ciò che Marlo non è (più). Fra cui: giovane, magra, entusiasta, dal cervello sveglio, con un sacco di tempo per pensare (a se stessa), nonché protagonista di un twist discutibile e intuibile ma adatto allo spirito del film (per favore non parliamo di messaggio). Un lento svelamento, più che un twist, come lo ha definito Reitman stesso, e infatti gli indizi sono tutti in bella vista fin dalla prima voce che sentiamo (quella di Lou Reed, appunto).

La regia pacata ed essenziale, a suo modo allusiva (guardate bene il tratteggio della silfide Tully, vagamente inquietante nella sua home invasion), sosta in superficie sul sarcasmo della protagonista frustrata, sul fisico che tradisce il bisogno di cura e ristoro, sul testardo rifiuto di sostegno. C’è anche spazio ridotto per un conflitto tra classi borghesi (un leit motiv di Reitman) presentato come dato di fatto e non come sviluppo (il fratello amatodiato di Marlo è piuttosto ricco). Ma la vera trama si svolge dove noi e il regista non possiamo vederla, fra gli ingranaggi inceppati della psiche di Marlo, fra le illusioni di un futuro tramontato e le versioni di sé da lei incubate, parassitarie, tenute dentro proprio come in una gestazione infinita. Così, anche se “Tully” non è un film sulla maternità, la maternità viene usata come figura retorica ricorrente. Durante il terzo e ultimo atto, quando assistiamo al dialogo di commiato fra Tully e Marlo (quest’ultima sfinita in un letto d’ospedale, com’era dopo aver dato alla luce il terzo figlio; solo che qui è dopo un incidente d’auto, annunciato da premonizioni acquatiche degne di un thriller soprannaturale), stiamo in effetti assistendo a un quarto parto, il più doloroso, dopo un gravidanza durata ben oltre tempo massimo.

I grandi individualismi del cinema di Reitman si ripresentano qui nella forma più amara, dopo il fallimento disastroso della propria autogestione. Al regista piace rovinare Charlize Theron e noi perciò lo ringraziamo (la Theron rovinata è una attrice di livello). Stavolta qualcosa non brilla nella scrittura di Diablo Cody, specie in fase di chiusura del cerchio (che bella scena finale però, e chi se ne frega se in odore di happy ending), e anche certe insistenze didascaliche stufano – d’altronde come in “Juno“. Tuttavia l’abilità comprovata di Reitman, con o senza Cody e Theron, rimane dirigere i sentimenti tenendo a distanza i sentimentalismi, imboccando spesso invece la via della sgradevolezza. E “Tully”, benché non ferisca quanto potrebbe, prosegue il discorso (poco urlato ma estremamente lucido, in fin dei conti spietato) iniziato con “Thank You for Smoking“, e che speriamo duri ancora a lungo.

02/07/2018

Cast e credits

Distribuzione
Universal Pictures Italia
Durata
94'
Produzione
A. J. Dix, Aaron L. Gilbert, Beth Kono, Charlize Theron, Diablo Cody, Helen Estabrook, Jason Reitman
Sceneggiatura
Diablo Cody
Fotografia
Eric Steelberg
Scenografie
Anastasia Masaro
Montaggio
Stefan Grube
Musiche
Rob Simonsen
Costumi
Aieisha Li

Trama

Marlo ha superato i quaranta, ha due figli ed è in attesa del terzo. Dopo il parto si rende conto di essere a un passo dall'esaurimento nervoso, così si rivolge a una tata notturna, Tully, con cui nasce una complicità fraterna che per lei è anche l'occasione di analizzare i rimpianti di una vita. Le cose sembrano migliorare, Marlo riesce a dormire regolarmente e inizia di nuovo a prendersi cura di se stessa, e non solo della famiglia. O almeno così sembra.
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