Copia originale

Copia originale


Marielle Heller

Biopic | Usa
(2018)

È perfetto il tono che Marielle Heller adotta per raccontare la storia della biografa falsaria Lee Israel. “Copia originale” è un biopic controllato e ragionato, che rifiuta le scorciatoie sentimentali e l’inflessione sopra le righe del patetismo forzato. È un gesto cinematografico attento alla propria grammatica, che a prima vista può risultare poco ispirato e senza un’idea di connotazione registica e invece è firmato da una visione capace di comprendere la natura anti climatica della realtà e la suggestione della storia raccontata, la misura con cui avvicinare la psicologia di un’artista e la distanza da cui riprendere il fatto realmente accaduto. La storia vera di una serie di lettere contraffatte ad arte è così un racconto a forma di ossimoro che coinvolge grazie a un’irriducibile tensione interna, a quel fascino distorto proprio dei criminali più incapaci e degli spostati più convinti, a quella forma di empatia che si genera per chi vive appeso al margine dei libri di storia.

La fortuna e la sventura di Israel e del suo amico Jack Hock (interpretati da Melissa McCarthy e Richard E. Grant) nella New York spiegazzata degli anni 90 non sono però raccontate come una nota a piè pagina letteraria dilatata nell’immagine dello schermo per confermare solo le capacità acrobatiche della comprensione emotiva – in grado di aggirare la fattualità irriducibile della veridicità giudiziaria del dramma – o la sua capacità di creare sfumature ambigue – capaci di disallineare le certezze etiche. L’interesse del film risiede soprattutto nel dare voce a una paroliera che ha ingannato il circuito del collezionismo imitando la voce di altri e altre, posizionando i giudizi morali nel fuori campo, concentrandosi sull’azione e sulle sue motivazioni personali nella cornice del contesto, cercando di fare emergere con chiarezza il disegno della personalità introversa della scrittrice e della sua condizione sociale di emarginazione. Il pregio della regia di Heller (in primis attrice di teatro) è quello di trasmettere veridicità riguardo alla questione psicologica, grazie alla direzione degli attori e all’intuizione delle loro capacità.

Il film è dei suoi due interpreti principali, dei loro occhi consumati, dei loro corpi agli opposti e in qualche modo identici. I due recitano in modo diverso ma in entrambi i casi è evidente la raffinatezza attoriale con cui sfumano il linguaggio della condotta criminale in un codice comportamentale tragicomico: McCarthy traduce la mancanza di etica del suo personaggio in una continua lotta furtiva con l’ambiente e le persone, restituendo l’insistente asocialità e la commovente solitudine del profilo caratteriale di un’outsider brillante, misantropa e bisognosa d’aiuto; Grant usa il proprio linguaggio del corpo per intercettare la condizione sociale di un individuo schiacciato e imprigionato nella propria condizione livida ed esausta. La grandezza della prova dei due attori consta nel guardare l’arco drammatico dei propri personaggi da una prospettiva che scarta il vittimismo rassegnato e abbraccia il realismo che non conosce soluzioni catartiche o salvifiche, ma solo una coerenza che fa i conti con la tristezza e la sconfitta.

Pedinando questi due refusi viventi la regista si appassiona al loro linguaggio metropolitano, alla loro esemplificativa esistenza informale e infine salta su un piano più ampio: grazie alla descrizione puntuale delle azioni di Israel e Hock il film compie un giro che parte dall’inquadratura psicologica di una donna sull’orlo del bicchiere e termina nella fotografia politica dell’ipocrisia della società letteraria. Il risultato è una parentesi che, unendo in continuità micro e macro, riesce a raccontare, nei codici del genere del biopic, alcuni dettagli salienti della società occidentale: l’assenza di differenze tra i sedicenti giusti e i dichiarati sbagliati, l’assoluta corrispondenza tra le colpe di una società moralmente ambigua e i reati di una persona costretta da se stessa alla marginalità e all’occlusione, e infine la vittoria del relativismo, di quel cortocircuito che solleva il falsario in artista e assottiglia le differenze tra giusto e sbagliato. Suggerendo che se in fondo, come ha detto Paul Schrader, “tutta l’arte è un crimine” allora forse si tratta sempre e solo di una questione di prospettive.

23/02/2019

Cast e credits

Titolo Originale
Can You Ever Forgive Me?
Distribuzione
Fox Searchlight Pictures
Durata
107'
Produzione
Archer Gray Productions
Sceneggiatura
Nicole Holofcener, Jeff Whitty
Fotografia
Brandon Trost
Montaggio
Anne McCabe
Musiche
Nate Heller

Trama

Dopo essere stata licenziata, scartata dal proprio editore e redarguita dal proprio affituario e dalla propria clinica veterinaria la biografa Lee Israel si scopre falsaria formidabile per bisogno di soldi. Le sue lettere contraffatte e l'amicizia atipica con un truffatore di nome Jack Hock le cambiano la vita. 
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