Don’t Look Up

Don’t Look Up


Adam McKay

Commedia, Fantascienza | Usa
(2021)

“E il peggio è che tutto quello che scopro devo gridarlo intorno:

come un ubriaco, come un amante, come un traditore.

È un vizio maledetto, mi trascinerà alla rovina.

Quanto potrò resistere a parlare da solo coi muri?

Questo è il problema”

(Bertold Brecht – “Vita di Galileo”)

Nel Galileo di Brecht c’è una scena memorabile, nella quale l’astronomo pisano invita l’inquisitore venuto a intimargli l’abiura a guardare egli stesso attraverso il telescopio, affinché si convinca da sé del fatto che la Terra si muove. Nonostante le lunghe insistenze, l’ospite rifiuta categoricamente di puntare il diabolico strumento contro il cielo, mostrando tutta l’avversione del dogma nei confronti della ragionevolezza.

Lo stesso rifiuto nei confronti della prova empirica, la stessa volontà di negare i fatti, fornisce l’intuizione di partenza per il nuovo film di Adam McKay: “Don’t Look Up”, approdato ora su Netflix dopo una distribuzione nelle sale piuttosto misera.

Un enorme asteroide sta per abbattersi sulla superficie terrestre con esiti catastrofici per l’intero pianeta, ma la maggior parte delle persone, compreso il presidente degli Stati Uniti e il suo entourage, preferisce prendere tempo, sdrammatizzare con un paio di meme e chiudere la questione, sposando una narrazione negazionista secondo cui la cometa non esisterebbe affatto: d’altra parte, basta non guardare in su e il problema è risolto, forse.

McKay mette in scena un disaster movie che riflette in maniera esplicita sulla contemporaneità e su alcune dinamiche che il mondo dell’età del Covid ha dovuto conoscere molto bene. Il negazionismo, il rifiuto della scienza, la vittoria dell’impulsività sulla ragionevolezza: sono tutti temi richiamati in maniera fin troppo esplicita dalla narrazione, dove si ritrae un’umanità perennemente distratta e alla ricerca dello svago, incapace di fare i conti con la realtà e dunque incapace di reagire di fronte alle avversità, nonché affetta da un terribile infantilismo.

Tale infantilismo si esprime nell’incapacità di gestire la rabbia di Kate; nelle ansie di Randall; nella volontà di controllo dell’imprenditore Peter; nell’egoismo della popstar Riley. È incarnato dal mammone Jason, nominato Capo di Gabinetto dalla madre-Presidente, e dai conduttori televisivi Brie e Jack, pronti a buttare in ridere anche la notizia tragica di un’apocalisse assicurata.

D’altra parte, è lo stesso negazionismo a essere, in accordo con la psicologia, un comportamento tipico dell’età infantile: un meccanismo di difesa che ci aiuta ad affrontare le situazioni più spiacevoli che da bambini non sappiamo gestire.

Ma un’umanità chiusa ad libitum nell’infantilismo si rivelerà evidentemente incapace di rispondere a qualsiasi minaccia: sia essa un’enorme cometa, una pandemia globale o una crisi climatica. E il miglior modo per far sì che la gente se ne accorga, potrebbe essere la satira.

La satira del regista di Filadelfia è una satira alienante, straniante, brechtiana per l’appunto. O per lo meno questo è ciò a cui i suoi ultimi lavori ci avevano abituati. Montaggi frenetici, voci fuori campo, falsi finali, recitazione enfatizzata all’estremo, tecnicismi, digressioni di carattere economico-politico, rotture della quarta parete, manipolazioni del girato, intermezzi apparentemente nonsense in cui una Margot Robbie immersa nella schiuma da bagno ci spiegava il significato di un’obbligazione ipotecaria.

Le opere di McKay si componevano di una serie di elementi il cui risultato era un effetto di straniamento che impediva l’immedesimazione e rendeva necessario un punto di vista distaccato, meno empatico e dunque più critico, ma che sapeva al contempo divertire e rendere irresistibile e brillante il risultato finale.

Tutti questi elementi in “Don’t Look Up” si perdono, o perlomeno si diluiscono notevolmente. Così il film, pur mantenendo certi stilemi tipici del cinema di McKay, riduce le dosi, smussa gli spigoli, ammorbidisce il boccone. Il risultato è un’opera per certi versi più matura, ma molto meno frizzante e, alla fine, i 138 minuti di durata non scorrono così lisci come si vorrebbe.

La volontà di trovare un equilibrio, pur mantenendo un tono scanzonato, rende rugginosa anche la direzione attoriale. Il cineasta di Filadelfia si circonda di un cast stellare, ma sottotono. I personaggi finiscono per diventare macchiette caricaturali, troppo enfatizzate per risultare credibili, ma non abbastanza esagerate per sfondare il muro del realismo. E la pellicola si riduce così a una commedia demenziale piuttosto mediocre, lontana dai ritmi serrati, dalle trovate registiche, dai virtuosismi di scrittura di lavori come “La Grande Scommessa” e “Vice – L’uomo nell’ombra“.

Il problema di “Don’t Look Up” si estende poi anche al piano contenutistico. McKay sembra cadere nella stessa trappola dei personaggi che sbeffeggia: anche lui minimizza, punta il dito, rimane sulla superficie. Di fronte a un tema complesso, non approfondisce, ma parla per slogan, costruisce meme e giochi di parole, salvo poi mettere in bocca al protagonista una battuta moraleggiante secondo cui: “Non deve sembrare sempre tutto così maledettamente brillante, spensierato o piacevole”.

E il punto non è tanto la piacevolezza o la spensieratezza: d’altro canto la satira ha sempre creduto nelle proprietà catartiche del sorriso amaro. Il punto è piuttosto la superficialità della visione, l’incapacità di andare a fondo e di offrire una lettura profonda delle dinamiche sociali e umane che muovono i protagonisti.

Nell’attaccare la visione del mondo negazionista e infantile che si rifà direttamente all’America di Trump, il film finisce per abbracciare una visione altrettanto ideologica (e, ahinoi, altrettanto diffusa). Una visione nella quale “l’inferno sono gli altri”, la stupidità è la caratteristica dominante di un genere umano ormai marcio da cui però si sta bene attenti a prendere le distanze (del genere: “Io so’ io, e voi…”). Una visione in cui la colpa è data ancora una volta a quello che sembra essere il capro espiatorio preferito dall’Occidente: il progresso, accompagnato dalla sua ancella contemporanea: la tecnologia.

Così, a contrastare la post-verità di coloro che pensano di poter abolire il cielo, non rimane che l’arroganza di chi condanna senza tuttavia offrire soluzioni; la presunzione di chi si erge al di sopra della massa e giudica dall’alto del proprio scranno, che poi tanto alto non è.

E tra i due litiganti, ci converrebbe ricordare, per citare ancora una volta Brecht: che “la vittoria della ragione non può essere che la vittoria di coloro che ragionano”.

28/12/2021

Cast e credits

Distribuzione
Netflix
Durata
138'
Produzione
Bluegrass Films, Hyperobject Industries
Sceneggiatura
Adam McKay
Fotografia
Linus Sandgren
Scenografie
Clayton Hartley
Montaggio
Hank Corwin
Musiche
Nicholas Britell
Costumi
Susan Matheson

Trama

Un enorme asteroide sta per abbattersi sulla terra con esiti catastrofici per l’intero pianeta, ma la maggior parte delle persone, compreso il presidente degli Stati Uniti e il suo entourage, preferisce prendere tempo, sdrammatizzare con un paio di meme e qualche battutina e chiudere la questione sposando una narrazione negazionista secondo cui la cometa non esisterebbe affatto.
Paper Tiger
Paper Tiger

LOCARNO 79 - James Gray realizza con "Paper Tiger" una nuova opera perfettamente coerente con la propria poetica, ma anche, al contempo, un momento di riflessione e bilancio relativo alla sua filmografia

A New Dawn
A New Dawn

Ridotto nel minutaggio, nel cast e nella fabula l'esordio alla regia dell'artista visuale Shinomiya Yoshitoshi "A New Dawn" mostra la sua ambizione nello stile visivo sfaccettato e nella struttura narrativa che mescola costantemente passato e presente, proponendo un coming of age stimolante e non banale

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

La storia, raccontata in flashback dal braccio della morte dal cinico Becket Redfellow, segue il suo spietato e calcolato piano per eliminare uno a uno i sette bizzarri parenti miliardari che lo separano da una colossale eredità familiare. La sua letale scalata verso la ricchezza si complica terribilmente quando entra in scena l'imprevedibile Julia, trasformando la vendetta in un caotico e pericoloso gioco di inganni in cui nessuno è al sicuro.

L’Hangar Rosso
L’Hangar Rosso

Ambientato a Santiago del Cile durante il golpe dell'11 settembre 1973, il film segue il capitano dell'aeronautica Jorge Silva, costretto dai superiori a trasformare la sua accademia militare in un brutale centro di detenzione e tortura per prigionieri politici. Diviso tra l'obbedienza cieca al nuovo regime di Pinochet e i dettami della propria coscienza, Silva si troverà davanti a un drammatico bivio morale quando gli verrà ordinato di giustiziare due giovanissimi detenuti

Odissea
Odissea

Ipotetico coronamento delle ambizioni del suo autore, l'"Odissea" di Christopher Nolan è una reinterpretazione tanto efficace dal punto di vista sensoriale quanto irresoluta da quello discorsivo, una frenetica cavalcata attraverso immaginari, generi, ambientazioni ed eventi che si sviluppa intorno alla modernizzazione dell'eroe eponimo

Kontinental ’25
Kontinental ’25

Radu Jude trasforma la morte di un senzatetto in un'indagine sulla responsabilità morale, sul senso di colpa e sulle contraddizioni della società contemporanea. Un saggio cinematografico che privilegia il confronto delle idee alla narrazione, trovando nella propria irresolutezza tanto la sua forza quanto il suo limite

Scary Movie
Scary Movie

Questo nuovo capitolo della saga di "Scary Movie" segna il ritorno al team creativo dei fratelli Wayans e delle due protagoniste principali. Cambia poco rispetto al passato, con tante battute stupide e forse qualcosa (molto poco) da dire

Toy Story 5
Toy Story 5

Forse un po' a sorpresa, il trentunesimo lungometraggio targato Pixar non è (solo) una gigantesca operazione nostalgica, bensì l'occasione per riflettere sull'eredità pop-culturale che la saga di "Toy Story" ha lasciato dagli anni 90 fino a oggi