Per il secondo anno di fila il Far East Film Festival di Udine comincia ufficialmente con una pellicola cinese che racconta le difficoltà della generazione tǎng píng, gli “sdraiati”, che non a caso passano buona parte del loro tempo in scena stesi su un divano, soprattutto nei primi momenti dei film, sia in quello d’apertura di quest’anno, “Green Wave” di Xu Lei, sia in quello dell’anno passato, la dramedy pugilistica “YOLO: You Live Only Once” di Jia Ling (così come nel recentemente distribuito in Italia “The Breaking Ice“). Se quest’ultimo film si trattava però di un grandissimo successo commerciale (la prima pellicola cinese dell’anno per incassi, ad aprile 2024), incarnante molti degli elementi più caratteristici della produzione più pop proveniente dalla Repubblica popolare cinese, “Green Wave” è invero una pellicola ibrida, tesa a metà strada fra comicità e dramma sociale e fra cinema d’autore e commedia più popolare, capace perciò di approcciare in modo molto diverso il tema.
A differenza della prospettiva critica e responsabilizzante (quindi individualizzante) adottata dal film di Jia, in cui l’abbruttimento (anche fisico, come pure in questo caso) era dovuto solamente alla scarsa risolutezza della protagonista, inizialmente irrisa per la sua grassezza e indolenza, in “Green Wave” la questione è inserita, seppur in maniera discreta, all’interno dei più complessi problemi della società cinese. Da questo punto di vista è fondamentale il personaggio del padre del protagonista, lo stolido operaio in pensione Wei Lao, interpretato non a caso dal padre dello stesso regista, che, sebbene si ponga come un modello di risolutezza per il figlio, ammonendolo e cercando di aiutarlo nella vita di tutti i giorni, finisce per cadere anche lui vittima delle incoerenze della società cinese contemporanea. Se suo figlio, lo scrittore e sceneggiatore di scarso successo Wei Fei, si ritrova intrappolato fra gli ingranaggi del sempre più commercializzato cinema della Repubblica popolare, con la sua unica sceneggiatura messa in scena in una forma completamente alterata, il padre cade presto vittima di vari raggiri mentre cerca di vendere una ciotola di ceramica, presuntamente antica, che ha trovato fra le rovine della sua vecchia casa.
Pare quasi che, fra le righe, “Green Wave” racconti di come la Cina contemporanea (o quanto meno la metropoli Beijing) sia divenuta un luogo ostico e respingente, fotografata non a caso con colori freddi, coerenti peraltro con l’ambientazione invernale della pellicola. Da questo punto di vista il film di Xu Lei può ricordare una delle migliori pellicole cinesi presentate al Far East Film Festival negli ultimi anni, la sarcastica commedia sul mondo del cinema “The Movie Emperor” di Ning Hao, in cui la critica alle industrie culturali cinesi e alle trasformazioni di quella società tutta avveniva mediante piccoli quadri comici che facevano via via trasparire le incoerenze di un paese mutato forse troppo repentinamente. Xu, che d’altronde ha lavorato più volte con Ning, ad esempio co-dirigendo con lui il recente “Hutong Cowboy”, non segue il collega nella rappresentazione iperbolica dell’ambiente del cinema cinese (sebbene una delle sequenze migliori, e più sopra le righe, riguardi proprio quel contesto) ma preferisce presentare una narrazione bipartita che segue sia le vicissitudini del padre alla ricerca di un acquirente per la ciotola misteriosa con un concittadino trasferitosi nella metropoli sia le anodine vicende dello sfortunato sceneggiatore e del suo gruppo di strampalati amici.
Questo doppio binario su cui si muove la pellicola, intrecciandosi saltuariamente, di solito nel desolante monolocale dello sceneggiatore dove i due uomini si (non)confrontano la sera, permette di creare una serie di interessanti rispecchiamenti fra la vita della generazione dei tǎng píng e quella dei loro stoici precursori, la cui rigidità e introversione pare però renderli più soggetti alle truffe sempre più raffinate della società contemporanea. Anche da questo punto di vista “Green Wave” può essere avvicinato al cinema d’autore, distanziandosi dallo stile solitamente enfatico delle commedie e dramedy cinesi per adottare una regia curata e minimalista, composta soprattutto da brevi quadri fissi in campo medio, i quali isolano i protagonisti dal loro contesto ma al contempo non cercano la loro espressività con piani ravvicinati, con alcune ricercate eccezioni. L’espressività enfatica di questi momenti finisce comunque per avvicinare il film all’umorismo iperbolico del cinema cinese contemporaneo, non mancando di parentesi slapstick che vengono enfatizzate dalla fisicità rigida, che ingombra l’inquadratura, dei due protagonisti, corpi sottoposti alla corrente del flusso della società, e della storia.
I rari momenti in cui questa grammatica registica semplice e rigorosa cambia, optando per riprese in movimento o per la fugace alternanza di primi piani in campo/controcampo, è quando la narrazione sembra condurre a una svolta che poi non si concretizza, solo ribadendo l’apparente ineluttabilità del percorso dei protagonisti, come fossero immersi nella green wave che dà il titolo al film, qui però ambigua come quest’ultimo. L’incontro con un’avvenente formatrice presso la stessa scuola di cinema in cui il protagonista si è laureato pare dare il via a una sottotrama romantica ma i tragicomici colpi di scena della pellicola di Xu finiscono presto per negare a Fei anche questa possibilità, così come, dopo numerosi incontri e consulti, il padre non riuscirà mai a vendere la ciotola. Allo stesso modo gli spettatori non sapranno mai se l’oggetto d’antiquariato si tratta veramente di un tesoro milionario o di semplice paccottiglia, né se il protagonista riuscirà mai a completare la sua nuova sceneggiatura, quasi a ribadire che anche chi guarda (quanto meno il suo pubblico di riferimento, quello della Repubblica popolare) è inserito in quel flusso, rappresentato dal carrello che segue i due uomini nel finale, e non ha alcuna posizione privilegiata per guardare ciò che avviene al suo interno. Quel che restano sono solo brevi momenti di raccoglimento, come la scoperta che Lao è rimasto vedovo da poco, capaci di far intravedere le tracce di una prospettiva diversa sulla vita, fuori dal flusso.
24/04/2025