L’ultima missione: Project Hail Mary

L’ultima missione: Project Hail Mary


Phil Lord, Christopher Miller

Avventura, Commedia, Fantascienza | Usa
(2026)

Sembra conservare un bel ricordo, Ryan Gosling, dell’esperienza sul set di “First Man – Il primo uomo”, poiché per “L’ultima missione: Project Hail Mary”, oltre che nel ruolo di protagonista astronauta, è possibile trovarlo anche in quello di produttore. Al suo fianco, fra gli altri, i registi Phil Lord e Christopher Miller, che nel loro tutto sommato breve curriculum annoverano praticamente solo commedie, sia animate che non, avendo diretto i due capitoli 21 e 22 in quel di Jump Street nonché “The Lego Movie” e “Piovono polpette”. Nel mettere in piedi la loro ultima pellicola, tra i membri del trio viene quindi a crearsi una curiosa sinergia, che in un certo senso rielabora le vicende, ispirate alla storia vera e a tratti drammatica di Neil Armstrong, in chiave fantasiosa e ironica, trasponendo su grande schermo il romanzo dello scrittore statunitense Andy Weir. Se l’operazione può dirsi sicuramente un successo da un punto di vista di botteghino e di grande pubblico, lo stesso non si può dire, per chi scrive, da un punto di vista prettamente cinematografico.

Nulla di nuovo sulla frontiera spaziale

“L’ultima missione: Project Hail Mary” condensa, in poco più di 2 ore e mezza di durata, un gran numero di suggestioni della fantascienza dell’ultima dozzina d’anni circa, senza però aggiornarle a una visione personale e/o autoriale, bensì semplificandone l’estetica e la semantica fino a farle perdere di mordente. Uno degli esempi più eclatanti in tal senso è dato dalle motivazioni che stanno alla base del Progetto del titolo (letteralmente “Ave Maria”), il quale prende il nome da quel lancio molto lungo che i quarterback tentano verso la fine delle partite di football americano per provare a segnare un touchdown e cambiare le sorti della gara in corso.

Nel mondo di Weir, infatti, l’umanità deve fare i conti con gli “astrofagi”, una sorta di virus intergalattico ultra-resistente alle alte pressioni e temperature che si nutre di anidride carbonica. Queste caratteristiche lo portano a “infettare” quindi le stelle – responsabili di emissioni di CO2 in grande quantità per via delle reazioni che avvengono sulla loro superficie – e il Sole diventa una delle sue “prede”, destinando quest’ultimo a un prematuro spegnimento nell’arco dei successivi 30 anni. Lo scienziato Ryland Grace (Ryan Gosling), inizialmente di sua volontà ma in seguito costretto dagli eventi, viene reclutato per prendere parte a una missione suicida che lo catapulti, insieme ad altri due astronauti, verso Tau Ceti, una stella situata a distanze siderali dalla Terra che, per qualche ignoto motivo, risulta immune all’infezione del virus nonostante tutti gli astri intorno a lei siano stati ormai contagiati. Da qui il nome “Hail Mary”: il lancio di una navicella spaziale ad anni luce di distanza nel tentativo, disperato, di salvare l’umanità dalle conseguenze di una devastante era glaciale.

Molto simili sono le premesse che muovono la partenza della missione Endurance in “Interstellar”: carestie globali dovute a sovrappopolazione, surriscaldamento ed epidemie dei raccolti spingono l’umanità a cercare soluzioni alternative ed estreme nell’esplorazione spaziale. Celeberrime sono diventate in tal senso le parole che Cooper rivolge a suo suocero per esemplificare il concetto: “Questo mondo è una miniera, Donald, ma è da un pezzo che ci sta dicendo di andarcene”. Se però Christopher Nolan, nel dirigere la sua epopea spazio-temporale, si era affidato alla consulenza esperta di Kip Thorne in materia di fisica quantistica e teoria della relatività per dirimere al meglio le questioni scientifiche, Lord e Miller pongono all’argomento un’attenzione solo parziale. Da un lato, infatti, è indubbiamente affascinante il modo in cui l’elevata quantità di moto degli astrofagi, quando questi si muovono per istinto verso una fonte di anidride carbonica, venga sfruttata dagli umani per produrre massicciamente energia e quindi avere carburante sufficiente per un viaggio intergalattico. Dall’altro, però, è altrettanto evidente un certo grado di approssimazione quando si tratta di dover mettere in scena l’”incontro ravvicinato del terzo tipo” che il personaggio di Grace ha nello spazio con Rocky, un alieno arrivato nei pressi di Tau Ceti anche lui con lo scopo di indagare sulla presunta immunità della stella al contagio degli astrofagi.

La comunicabilità tra i due è resa possibile banalmente solo grazie all’utilizzo di un software di registrazione vocale e traduzione istantanea, che Grace è in grado di calibrare in breve tempo e senza troppe difficoltà. Stride quindi, rispetto alle differenze abissali tra le loro specie, la facilità con la quale i due esploratori spaziali riescono a trovare il modo di intendersi e portare a termine compiti complessi, finendo quasi per assomigliare, di fatto, più a due colleghi ricercatori di stanza nella stessa università piuttosto che non a dei reietti alla deriva nello spazio.

Si è lontani anni luce insomma, se i lettori perdonano il gioco di parole, dalla cura posta da Denis Villeneuve in “Arrival” nel descrivere le difficoltà di studio e decifrazione della lingua aliena che i protagonisti della pellicola del 2016 si trovano a dover affrontare. Se infatti il primo contatto tra gli umani e gli eptapodi avviene attraverso un vetro alla fine di un liminale corridoio, come del resto è anche per Grace e Rocky, a essere differente è il tipo di relazione che l’Uomo instaura con le due specie extraterrestri: di timore e di sospetto in “Arrival”, di istintiva amicizia in “Project Hail Mary”. Ne risulta una maggiore verosimiglianza nel film del regista canadese, che invece nel lungometraggio di Lord e Miller è appiattita dalla volontà di rendere Rocky una creatura che possa suscitare immediatamente una certa cuteness.

Nel tratteggiare il rapporto che intercorre tra Grace e Rocky, quindi, la coppia di registi guarda più a “The Mandalorian” e Grogu (di cui non a caso è previsto a breve il debutto su grande schermo) piuttosto che non alla filologa Louise e agli eptapodi. Il film si trasforma presto quindi nella più classica delle storie di amicizia uomo-alieno, di cui il cinema, anche quello recente – vedasi alla voce “Elio” – è pieno. Non vi è l’aggiunta di qualcosa di personale da parte dei due registi statunitensi, che infatti si limitano a imbastire un insieme di suggestioni fantascientifiche con piglio post-modernista, senza rielaborarle mai veramente.

Un finale insipido

Vale la pena spendere qualche parola (potrebbero seguire spoiler) sul tipo di finale che l’opera riserva.

Complice il suo registro da commedia, si tratta indubbiamente di un happy ending, con qualche piccolo spazio interpretativo lasciato allo spettatore per quanto riguarda la scelta che il protagonista si troverà a dover compiere sul suo futuro. Si poteva onestamente sperare in qualcosa di più coraggioso, alla luce delle cupe premesse da cui l’intreccio muove i suoi passi. Oltre alla già citata crisi globale, infatti, il protagonista si risveglia a bordo della sua navicella spaziale privo di memoria: nel corso del film, tramite dei semplici flashback, viene spiegato in retrospettiva come ci è finito. Viene a crearsi quindi un netto contrasto, e un debole raccordo, tra il prologo, gli sviluppi e l’epilogo dell’intreccio, in virtù del quale è difficile non parlare di una vera e propria discontinuità nei toni narrativi.

Si rinuncia, poi, anche a un qualche tipo di messaggio universale (di nuovo, i lettori più intransigenti perdonino la freddura) che non sia lo scontato “potere dell’amicizia” in grado di andare oltre le differenze di specie e vincere tutte le difficoltà. Persino il concetto più interessante dell’opera, ovvero il protagonista loser mandato alla morte dai governi del mondo in qualità di pedina sacrificale, viene a sua volta sacrificato nella sua complessità al solo scopo di consegnare al pubblico un personaggio per cui sia facile provare simpatia.

Di nuovo, si è più vicini alla sensibilità blockbuster di “Mickey 17” piuttosto che non a quella autoriale di “High Life”, entrambi titoli che hanno per protagonista un Robert Pattinson chiamato a interpretare il ruolo di emarginato sociale, usato come cavia per fini più grandi di lui, ma che terminano in maniera diametralmente opposta. Se infatti la pellicola del 2018 cercava negli affetti personali, e non nel tessuto politico-sociale classista e traditore, l’unica vera salvezza dell’umanità, quella del 2025 si sforza di vedere in quest’ultima almeno qualcosa di buono, nonostante i soprusi perpetrati ai danni altrui e l’individualismo portato agli estremi. Ne scaturiscono due finali agli antipodi, per poeticità e implicazioni morali: agrodolce, malinconico e sospeso il primo, giocoso, trionfante e risolutivo il secondo. “L’ultima missione: Project Hail Mary” si adagia sulle coordinate tracciate da Bong Joon-ho piuttosto che non su quelle di Claire Denis, risultando a tutti gli effetti un prodotto più digeribile per lo stomaco dello spettatore medio e, quindi, meno coraggioso.

C’è comunque vita, nell’universo

Sia chiaro, non si sta parlando di un prodotto insufficiente: il buon ritmo narrativo, le divertenti battute che costellano la sceneggiatura e le capacità attoriali di Ryan Gosling bastano e avanzano a confezionare un prodotto molto godibile che, pur nella sua semplicità, riesce a non far pesare minimamente la lunghezza considerevole di 156’, cosa di per sé non da poco.

In più, è possibile anche notare una certa coerenza nel percorso registico di Lord e Miller, dal momento che, per esempio, sia “The Lego Movie” sia “Piovono polpette” hanno per protagonisti dei soggetti comuni che si ritrovano a dover gestire qualcosa di più grande di loro, esattamente come lo scienziato Ryland Grace è costretto a fare col suo Progetto. Non è da tutti gli addetti ai lavori riuscire a mantenere questo tipo di continuità, soprattutto passando dall’animazione al live action come hanno fatto loro, e forse proprio in questo risiede la componente più autoriale di “Project Hail Mary”.

Ciò che manca al film è la capacità di smarcarsi dai cliché narrativi richiesti da operazioni commerciali di questo tipo – il lungometraggio risulta il più grande debutto cinematografico per Amazon MGM Studios, la nuova casa produttrice nata dalla fusione tra gli Amazon Studios e la storica Metro-Goldwyn-Mayer – senza per questo risultare troppo sperimentale nella messa in scena. Semplificando al massimo, si potrebbe dire che “L’ultima missione: Project Hail Mary” ha fallito dove invece la saga di “Dune” (altro prodotto di fantascienza di cui quest’anno vedremo un’ulteriore declinazione) ha trionfato. Peccato, sarà per il prossimo viaggio interstellare.

29/03/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Project Hail Mary
Distribuzione
Sony Pictures Italia
Durata
156'
Produzione
Amazon MGM Studios, Lord Miller Productions, Open Invite Films, Pascal Pictures, Waypoint Entertainm
Sceneggiatura
Drew Goddard
Fotografia
Greig Fraser
Scenografie
John Bush, Charles Wood, Thomas Brown
Montaggio
Joel Negron
Musiche
Daniel Pemberton
Costumi
David Crossman, Glyn Dillon

Trama

L'insegnante di scienze Ryland Grace si sveglia su una navicella spaziale lontana anni luce da casa senza ricordare chi sia e come sia arrivato lì. Con il ritorno della memoria, comincia a scoprire la sua missione: risolvere l'enigma della misteriosa sostanza che sta causando la morte del Sole. Deve richiamare la sua conoscenza scientifica e le sue idee non ortodosse per salvare ogni essere vivente sulla Terra dall'estinzione.
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