A Cluj è morto un senzatetto, si è impiccato al termosifone di uno scantinato con del filo di ferro. In gioventù era un’atleta, ma poi ha iniziato a bere e giocare d’azzardo. Per questo ha perso la casa, per questo ha perso il lavoro, per questo era ormai poco meno che un vagabondo. È dipeso tutto da lui, la colpa è sua. E se non è sua, è dell’ufficiale giudiziario e della polizia, sono loro che l’hanno sfrattato, sono loro che l’hanno trovato morto.
Ciononostante, quando si arriva alla morte di un uomo, ogni responsabilità appare contemporaneamente plausibile e insufficiente. E se non si può sostenere in modo assoluto che la tragedia sia imputabile al suicida stesso — Jon — ma neanche all’ufficiale incaricato — Orsolya — si può comunque affermare che, in concorso al decesso, vi sia stata l’amministrazione giudiziaria tutta, i proprietari dell’immobile, lo Stato, il Paese, il sistema economico, ogni singolo passante che, su richiesta o per iniziativa, non gli abbia lasciato qualche moneta, del cibo, o non lo abbia indirizzato verso un lavoro. Da questa impossibilità all’attribuire una responsabilità definitiva — o, meglio, dal suo rovescio, ossia dalla convinzione che la responsabilità appartenga a tutti — prende forma l’ultima satira sociale di Radu Jude, “Kontinental ’25”, fin dal titolo esplicito rimando a “Europa ’51” di Roberto Rossellini.
Particolarmente significativo è il modo in cui l’autore sceglie di raccontare non tanto la morte di un uomo, quanto ciò che essa produce. Per la maggioranza dei personaggi in scena, un disinteresse al confine dello scherno. Quando Jon era in vita, un uomo sporco, molesto e spesso volgare, più che compassione suscitava fastidio. Da morto ne rimane la categorizzazione di barbone: una morte, nella concezione comune, priva di valore e priva di pietà. Al coniuge, agli amici, ai colleghi, confessori e conoscenti di Orsolya, appare quindi insolito come la donna — qui protagonista della narrazione — se ne faccia un peso.
È attraverso questa rete relazionale che Jude articola la tesi del film, ovvero un saggio sul concorso di colpa nelle sue varie declinazioni: qualcosa da negare, da proiettare esternamente, da assumere su sé stessi in modo anche totalizzante. Posizioni diverse, tuttavia ugualmente lontane dall’offrire una risposta risolutiva. Il regista, in una riflessione dalla complessità man mano crescente, osserva quindi come il fallimento dello Stato, o più in generale del sistema, nel garantire condizioni di vita dignitose non esaurisca il problema della responsabilità morale del singolo: una responsabilità spesso aggirata attraverso il giudizio di merito — l’idea che chi si trova in condizione di bisogno non sia comunque degno di essere aiutato — ma i cui confini rimangono, al contempo, impossibili da definire con chiarezza.
Rimane poi, anche per chi tenta di fare la propria parte, una consapevolezza brutale: ogni gesto di solidarietà nasce all’interno dello stesso sistema le cui dinamiche lo rendono, in ultima analisi, un atto sterile. Sviluppando fino in fondo questa impostazione saggistica, Jude finisce quindi per mettere in discussione persino il valore della consapevolezza. Anche il senso di colpa può trasformarsi in una forma di narcisismo morale, in cui la tragedia altrui diventa, in primo luogo, prova di personale integrità etica, in secondo luogo, strumento di autoanalisi e conseguente autoassoluzione.
Formalmente, “Kontinental ’25” assume i tratti della discussione collettiva più che della tradizionale narrazione cinematografica. Girato interamente con un iPhone e realizzato nell’arco di appena dieci giorni, il film riduce i propri mezzi espressivi all’essenziale, concentrando interamente il proprio interesse sul confronto dialettico tra i personaggi. Ogni personaggio introduce una diversa posizione morale, immediatamente problematizzata e sostituita da quella successiva, in un continuo processo di esposizione e rapida confutazione.
Questa struttura rappresenta, paradossalmente, il limite quanto la forza dell’intero progetto. Infatti, pur trattandosi di “Kontinental ’25” come di uno dei lavori formalmente più lineari dell’autore, il film appare al tempo stesso come uno dei meno interessati a orientare il proprio discorso in una direzione precisa. Ogni nuova conversazione amplia il campo dell’indagine, ma, quanto più la discussione si espande, tanto più il suo centro emotivo sembra arretrare. La tragedia iniziale genera cerchi concentrici sempre più ampi: dalla coscienza di Orsolya alla sua rete relazionale, dalla città alla storia, fino a interrogare l’intero sistema sociale e morale contemporaneo. È un movimento intellettualmente affascinante che, tuttavia, finisce per disperdere, più che approfondire, l’interrogativo iniziale.
Più che la dissezione di una tragedia, il film diventa quindi discussione sul presente, un dibattito morale aperto in cui ogni posizione viene continuamente messa in crisi dalla successiva. È un cinema che rinuncia deliberatamente a offrire risposte e che trova proprio in questa irresolutezza la propria forza teorica. Eppure, mostrare un sistema e costruire un film non sono necessariamente la stessa operazione: il paradosso è che, nel sottrarsi a ogni semplificazione, Jude finisce per lasciare ogni posizione in uno stato di sospensione perenne. “Kontinental ’25” sembra così esaurirsi davanti alla propria irresolubilità, lasciando però che il continuo slittamento del dibattito finisca per indebolire anche il dramma, quello reale e umano, che non solo ne costituisce la premessa, ma anche il fondamento.
17/07/2026