Introducendo la recensione del precedente “Under the Silver Lake” il sottoscritto si chiedeva se David Robert Mitchell fosse rimasto nel corso della pandemia da covid-19 nell’assolata Los Angeles o se fosse tornato nel nativo Michigan, ma anche se, in secondo luogo, il suo stesso cinema avrebbe poi seguito questa decisione. La replica a queste domande, ovvero “La fine di Oak Street”, arriva nelle sale oltre un anno dopo quanto inizialmente preventivato (fu dapprima annunciato per il 16 maggio 2025, appena dopo il Festival di Cannes fino allora sempre frequentato da Mitchell) e offre una risposta ambigua: il film è sì ambientato in un quartiere suburbano del Michigan (come i primi due film del regista), ma la rappresentazione del quartiere ricorda piuttosto la suburbia californiana al centro dell’immaginario cinematografico degli anni 50 e 80 (non a caso decenni regressivi, come paiono esserlo questi anni 20). Non si può ovviamente dimenticare l’elemento produttivo, dal momento che la pellicola è perfettamente inserita nella macchina hollywoodiana, a differenza dei precedenti film del regista, essendo stata prodotta da niente meno che J. J. Abrams e godendo della presenza di attori di primissimo piano come Anne Hathaway e Ewan McGregor.
Il ritorno in Michigan di Mitchell ha quindi tratti particolari, di sovente contraddittori, e che sono in effetti utili per interpretare il film e soprattutto per collocarlo all’interno della produzione del regista statunitense. La suburbia rappresentata ne “La fine di Oak Street” ha poco in comune con quella ombrosa e decadente di “It Follows”, in cui d’altronde si faceva “una mappa sociale e geografica del privilegio economico e della marginalizzazione nell’America post-industriale”[1] col suo fluire dai quartieri più affluenti a quelli già caduti preda dell’impoverimento dalla de-industrializzazione che ha cambiato la faccia del Midwest nella seconda metà del XX secolo, raggiungendo invero l’apice proprio nel corso degli anni 80 in cui il film del 2026 è ambientato. Allo stesso modo la periferia americana qui rappresentata si distanzia anche da quella pur solare e lieve di “The Myth of the American Sleepover”, sorprendente esordio di Mitchell uscito nel lontano 2010, il quale si concludeva quasi come “The End of Oak Street” comincia, con una grande festa del quartiere in cui numerosi personaggi e linee narrative si incrociano.
In questo decennio e mezzo molte cose sono cambiate e perciò il senso di comunità che caratterizzava il ritrovo finale di “The Myth of the American Sleepover” è destinato a dissolversi rapidamente, così come l’illusione di una narrazione multipartita come quella che nutriva l’opera prima di Mitchell va a sbattere subito con l’enorme focus riservato alla famiglia protagonista e alle loro dinamiche interne, facendo delle figure esterne alla nucleo famigliare pure funzioni narrative e, quando il fenomeno sovrannaturale avviene e la normalità collassa, mera carne da macello. In coerenza col mantra thatcheriano (e anche reaganiano, ça va sans dire) per cui “non esiste una cosa come la società”, se non come individui e famiglie, la suburbia rappresentata ne “La fine di Oak Street” pare essersi mutata in quell’“apparato superefficiente gremito di […] consumatori incapaci di sviluppare genuine relazioni umane”[2] che è il naturale sviluppo del processo di affievolimento dei legami sociali nella periferia statunitense che Mitchell narra dal suo primo film. Se all’epoca le reti sociali parevano ancora efficienti, già nella società senza adulti di “It Follows” esse si erano dissolte ed erano state sostituite dalle relazioni volontarie fra pari, ultimo argine prima del tracollo rappresentato dalla società atomizzata di “Under the Silver Lake”, tracollo raffigurato in termini espliciti (e catastrofici) in “The End of Oak Street”.
Nonostante le succitate differenze l’ultima pellicola di David Robert Mitchell si pone in continuità con la produzione del regista sotto numerosi punti di vista. Fondamentale è ad esempio la centralità che un singolo evento ha nel dissipare la patina di normalità che caratterizza il film fino a quel momento, evento che si è fatto sempre più radicale nella forma e nelle conseguenze: se la cotta improvvisa di Rob metteva in moto buona parte degli eventi di “The Myth of the American Sleepover”, alterando i piani dei protagonisti senza però compromettere la loro realtà, in “It Follows” era lo stupro ai danni di Jay a distruggere la quotidianità sua e poi anche dei suoi amici con una maledizione-infezione, separandoli in maniera forse irrecuperabile dalla vita, e dalla comunità, precedente, laddove la sparizione di Sarah conduceva al progressivo sgretolamento della realtà di Sam, facendo dubitare lui e chi guarda di qualsiasi cosa in quello “strano sogno di cose oscure e inquietanti” che è “Under the Silver Lake”. “La fine di Oak Street” mostra invece una serie di wormhole che trasportano gradualmente elementi del Mesozoico nel presente e viceversa, culminando nell’evento principale che trasla l’intero quartiere di Flowervale nel Giurassico (così sembrerebbe per via dei dinosauri presenti, pur con alcune incongruenze).
Così “The End of Oak Street” muta come il mondo dei suoi protagonisti e abbandona in un lampo i tratti del drama di periferia con la sua commistione di coming of age, elementi sentimentali e qualche spruzzati di critica sociale e si fa un survival film di ambientazione preistorica, con la conflittuale famiglia protagonista che deve mettere in pratica tutte le sue (poche) capacità, come l’abilità con le armi da fuoco della madre Denise interpretata da Hathaway, per sopravvivere a un ambiente ora veramente ostile. Efficace al riguardo è la rappresentazione del trauma vissuto dai protagonisti, sconvolti non solo dall’evento apocalittico che li ha colpiti, ma anche dal massacro dei vicini che avviene davanti ai loro occhi, senza che possano fare (quasi) niente. Se un maggiore realismo emotivo rispetto alla media dei film action sovrannaturali è sicuramente qualcosa che si può ascrivere alla scrittura di Mitchell, sempre attento al mondo interiore dei suoi personaggi e ai loro tormenti, la scelta del sottogenere del film con dinosauri può essere facilmente letto come un ennesimo omaggio all’opera di Steven Spielberg da parte dei J. J. Abrams, trasportando “Jurassic Park” all’interno del filone fantascientifico su viaggi nel tempo, wormhole e paradossi che il regista e produttore statunitense ha esplorato fin dalle serie “Lost” e “Fringe”.
La mutazione di generi ne “La fine di Oak Street” non è difatti subitanea, ma avviene per ripetute fratture, come l’evento sovrannaturale attorno a cui è costruito il film, le quali trasformano la pellicola in qualcosa di sempre più definitamente fantascientifico, circoscrivendo il fenomeno sovrannaturale in precise coordinate (pseudo)scientifiche in maniera simile a come i protagonisti focalizzano la loro azione verso un preciso piano di fuga, fino a giungere agli sviluppi paradossali dell’epilogo. Questo andamento irregolare, proprio sia della fabula sia del discorso, lascia spaccature anche piuttosto ampie (come quelle che si aprono nel terreno attorno a Oak Street) nel tessuto della pellicola, talune volute ed efficaci (SPOILER, la morte di Greg), altre molto meno convincenti (l’incontro col bullo che vuole ancora picchiare Brian per aver ferito il fratello, il salto che porta al finale), rivelando una pellicola fratta. Fratta fra il dramma suburbano e il film coi dinosauri, fra gli anni 80 caramellosi dell’immaginario e i temi così contemporanei, fra Michigan e Hollywood, fra il regista e il produttore, “The End of Oak Street” è un’opera troppo aperta per prestarsi senza scossoni allo happy ending che chiude le vicende con una decisione che non ha eguali nel cinema di Mitchell.
L’apertura dell’opera ultima di David Robert Mitchell non è infatti legata all’epilogo, così diverso dai finali spalancati delle opere precedenti del regista, ma alla sua difficoltà di trovare una quadra che raccolga i numerosi generi, filoni e immaginari che rielabora, i quale spesso appaiono in una forma immediata (in senso letterale) e superficiale forse proprio per via della difficoltà di venire a capo di tutte le complessità della pellicola in poco più di 100 minuti, ora che si è deciso di rinunciare all’apertura concessa da un finale non conclusivo. “La fine di Oak Street” sconta probabilmente anche le difficoltà di produzione e distribuzione cui è andato incontro, rappresentate dalla doppia posticipazione della data d’uscita (dal maggio 2025 al marzo 2026 fino ad agosto) e dalla scelta di cambiare titolo, dal più generico eppure suggestivo “Flowervale Street” a “The End of Oak Street”, più adatto al focus sull’elemento catastrofico e avventuroso evidente anche dai trailer, quasi a volersi preventivamente allontanare da un altro recente dramma famigliare post-apocalittico sull’intrappolamento fra le mura domestiche, il film Netflix “The Last House”[3]. Pellicola fratta come la geografia non più familiare del mondo in cui i protagonisti si muovono e come i loro corpi (l’enfasi su tagli, ferite, graffi, ossa rotte) “La fine di Oak Street” finisce così per testimoniare la sua natura di anacronismo.
Il film di Mitchell è in effetti anacronistico già a livello produttivo, un film hollywoodiano ad alto budget che però non è un kolossal storico o supereroistico, un filone germogliato negli anni 80 in cui è ambientato, ma che ora pare fuori tempo massimo, come i dinosauri che vagano per Flowervale, come l’epilogo che cerca di salvare all’ultimo una storia ben poco consolatoria. L’anacronismo è invero un elemento centrale del cinema di Mitchell, come è evidente soprattutto in “It Follows”, dove serve a sabotare la precisa collocazione temporale della pellicola e rafforzare la logica onirica del racconto, contribuendo così a mettere in prospettiva “il ritorno nostalgico al passato [che] è di per sé parte dello zeitgeist dell’America del XXI secolo”[4] e dell’industria cinematografica hollywoodiana, sempre più retromane e più citazionista. Ciò si nota soprattutto in generi come il coming of age e l’horror, non a caso territori d’elezione del regista del Michigan, il quale appare invece fuori luogo, a sua volta, nel dominio dell’avventura per famiglie e del cinema ad alto budget.
Come segnalato in precedenza non stupisce che i momenti più riusciti di “The End of Oak Street” siano quelli più efferati o quelli in cui la rielaborazione emotiva riceve maggiore rilievo: lo sgomento e il dolore di Denise che deve comunque guidare i due, anzi tre, minori rimasti con lei verso la salvezza o gli sguardi delusi e indecisi di Brian verso la ragazza di cui si è invaghito e che invece preferisce la compagnia della sorella raccontano molto di quello che c’è sotto “Flowervale Street”, sotto i dinosauri, sotto i viaggi nel tempo, sotto i (riusciti) inseguimenti. “La fine di Oak Street” si nutre di nostalgia e struggimento come tutte le pellicole di Mitchell, sebbene lo faccia intravedere solo ogni tanto, sotto traccia. D’altronde, si tratta di un film dedicato alla memoria di ben tre persone, fra cui il padre del regista, come evidenzia l’inizio dei titoli di coda, forse uno dei momenti più rivelatori della pellicola, in un altro paradosso. La nostalgia per gli anni 80 vissuti nella suburbia di Clawson, Michigan, trasuda dall’elemento biografico, qui più immediato che mai, e rende più luminosi e caldi di quanto siano probabilmente mai stati i quartieri suburbani di Detroit (d’altronde ricostruiti nella più assolata Georgia), prima che lo spettro della de-industrializzazione colpisca con maggiore forza, sebbene la sua ombra già si intraveda su Oak Street (Greg che ha segretamente perso il lavoro in Chrysler e deve fare il fattorino).
Le solite panoramiche circolari e la profondità di campo di Mitchell e del direttore della fotografia Michael Gioulakis invitano anche questa volta ad aguzzare la vista e cercare i dettagli discordanti sotto questa rappresentazione caramellosa del passato, per quanto vi siano stavolta molti più elementi di distrazione. Non resta quindi che concludere con l’epilogo, che sublima la circolarità narrativa del viaggio nel tempo nella circolarità concettuale rappresentata dal libro non fiction che Denise ha dedicato alle vicende del film cui dà il titolo, una circolarità soffocante come le spire dell’enorme serpe che a un certo punto, nel momento più drammatico, invade la casa dei protagonisti. Dopo aver dedicato i suoi film precedenti agli adolescenti, ai post-adolescenti e ai giovani adulti Mitchell realizza infine una pellicola i cui personaggi principali sono pienamente maturi, non a caso la prima a cui è negato un finale aperto. Ingabbiati fra le spire del mito della american way of life gli eroi di “The End of Oak Street” si fanno forza delle tragedie cadute su di loro e se ne fanno ispirare per migliorare la propria condizione. Forse il finale ha mentito, forse quello a cui assistiamo è solo l’ennesimo paradosso temporale: “Flowervale Street” è rimasta davvero intrappolata nel passato.
[1] C. R. Kelly, “It Follows: Precarity, Thanatopolitics, and the Ambient Horror Film”, Critical Studies in Media Communication, vol. 34, n. 3, 2017, p. 239 (trad. mia)
[2] R. Gawlitt, “Rage Against the Machine in the Garden: Television, Voyeurism, and Hyperrealism in American Suburban Film”, New Errands, vol. 3, n. 2, 2016, p. 28 (trad. mia)
[3] Ringrazio Luca Sottimano per aver portato quest’ultimo parallelismo alla mia attenzione
[4] F. Beckman, The Paranoid Chronotope. Power, Truth, Identity, Stanford, Stanford University Press, 2022, p. 195 (trad. mia)
14/08/2026