Dando un’occhiata al passato della creatrice, sceneggiatrice e produttrice esecutiva Elizabeth Meriwether, a primo acchito potrebbe sembrare assurdo che il suo sia il nome principale dietro “Furious”. Che la penna che ha scritto “New Girl”, la celebre sitcom con Zooey Deschanel, si sia incupita e abbia cambiato rotta, al punto da arrivare alla realizzazione di uno dei thriller procedurali più oscuri e nichilisti degli ultimi tempi. Il passaggio dalle atmosfere zuccherine di “New Girl” a quelle tetre e inquietanti di “Furious” non è stato del tutto repentino. Tra le due serie troviamo infatti “The Dropout” e “Dying for Sex”, due produzioni della Meriwether nelle quali comincia a farsi spazio la morte, ma comunque distanti anni luce dal mondo angosciante di “Furious”.
In realtà, lavorando di speculazione, non è così difficile trovare punti di contatto anche tra “New Girl” e “Furious”. Appare invece ovvio, guardando soprattutto a quest’ultima, la centralità totale delle figure femminili nell’opera della sceneggiatrice di Miami.
Nelle prime due puntate di “Furious” ci vengono presentate meticolosamente le due protagoniste assolute: la detective dell’FBI con un passato violento e misterioso Alice (Emmy Rossum) e la serial killer con il gusto per i travestimenti conturbanti Catherine (Lola Petticrew). In questa storia vagamente ispirata a “Black Widow” (film di Bob Rafelson del 1987), il rapporto tra le due protagoniste muta continuamente. Inizialmente rivestono i ruoli rispettivamente di cacciatrice e preda, ma la distanza tra le loro posizioni va assottigliandosi progressivamente sempre più, man mano che, di colpo di scena in colpo di scena, i loro trascorsi di donne abusate dagli uomini diventano speculari.
Un punto di riferimento letterario di “Furious” è per questo motivo la saga “Millennium” di Stieg Larsson, che di rimando ci porta a un’ovvia vicinanza stilistica ai thriller cinematografici di David Fincher. Dal regista di Denver, la Meriwether e i registi che si susseguono al comando degli otto episodi mutuano la freddezza dell’immagine e la meticolosità nella rappresentazione delle procedure investigative.
C’è però una grande differenza tra “Millennium” e “Furious”, nella quale risiede poi la potenza della serie di Hulu. La saga letteraria di Larsson conserva una certa misura di fiducia, riposta nella stampa e nella polizia, mentre invece “Furious” non sembra credere in nulla.
Le istituzioni che dovrebbero consegnare Catherine alla giustizia nonché fare giustizia sul traffico di donne che la coinvolse da bambina e da adolescente sono in sfacelo avanzato. FBI e polizia sono un covo di alcolisti, di corrotti, di violenti e di arrivisti, tutti troppo impegnati a farsi la guerra per riuscire a risolvere un caso complesso come quello che vede al centro il magnate pedofilo Jay Easton (un viscidissimo Peter McRobbie). Talvolta due degli aggettivi convivono nello stesso personaggio. I personaggi di “Furious” sono così rotti che l’unico che ne esce più o meno bene è un poliziotto irlandese divorato dai sensi di colpa per non riuscire a farsi carico del figlio disabile, il dolente Danny di Scoot McNairy.
La sfiducia nichilista di “Furious” culmina in un finale scurissimo nel quale la giustizia non può che essere affidata a strade alternative.
La potenza del racconto trova in “Furious” due strade principali. La prima sono i personaggi, ciascuno caratterizzato e interpretato con estrema profondità. La seconda risiede nella storia e nell’impeto con il quale viene raccontata. La tensione cresce infatti di episodio in episodio, a ogni cliffhanger e rivelazione ne fa seguito uno di misura maggiore. I colpi di scena non appaiono però mai forzati, al contrario, corroborano un impianto narrativo coerente e organizzato come un orologio.
“Furious” non è una serie per tutti, non solo è visivamente esplicita, ma anche disturbante quando scende nei meandri della pedo-pornografia e del traffico di ragazzine. A renderla ancora più inquietante è il ricorso continuo che la Meriwether fa a un humour nero come la pece, tanto fuori luogo nel contesto da farci sentire in colpa per ridere, di come abbiamo normalizzato un certo tipo di violenza al centro delle cronache attuali – ne è un esempio lampante la divertentissima parte del quarto episodio ambientata a casa dell’avvocato degli Easton, o il confronto tra poliziotti newyorkesi e autorità locali nell’ultima puntata. Ecco dunque che la capacità di organizzare gag di “New Girl” torna utile alla Meriwether, del resto la convivenza a casa di Jessica era tanto disfunzionale, seppur con toni opposti, quanto il quartier generale dell’FBI.
Non un boccone per ogni palato, ma nemmeno una serie di difficile fruizione dunque. Insieme al ritmo incalzante, alle sorpese continue e alle situazioni scioccanti, l’utilizzo killer di alcuni classici della musica alternativa (su tutti vanno citati gli inserti di Portishead e Fiona Apple) ne fa un oggetto pop dal quale è impossibile staccare gli occhi.
Dato il successo crescente sia di critica che di pubblico, pur chiudendo egregiamente la vicenda di Catherine e della famiglia Easton, “Furious” è stata confermata per una seconda stagione che, dato il finale dell’ultima puntata, potrebbe sorprendere con un focus e un utilizzo completamente ribaltati di Alice. Si tratta soltanto di una speculazione, ma la Meriwether ci ha dato prova di essere piuttosto propensa alle sorprese. Il sorprendente discorso sulla figura del mostro di “Furious”, cominciato nella prima puntata citando il mito della gorgone, potrebbe essere appena all’inizio.
Prima stagione: 8
03/09/2026