“Sir Larry, arise!”
Dal film, Margaret Thatcher
Neanche il tempo di concludere il proprio contributo alla saga di “28 giorni dopo”, ora terminata (?) con “28 anni dopo – Il tempo delle ossa”, da lui prodotto ma non diretto, che Danny Boyle si è gettato su un progetto più nelle proprie corde, apparentemente, un altro biopic su una personalità sopra le righe e a suo modo rivoluzionaria come “Steve Jobs”, un’altra pellicola estremamente britannica, fin dalla plumbea fotografia di Alwin H. Küchler. “Ink”, film d’apertura dell’ottantatreesima Mostra del cinema di Venezia, è pertanto un’opera facilmente collocabile all’interno della produzione del regista inglese, il quale appare in effetti più a suo agio dal punto di vista registico di quanto fosse da tempo. La fiducia nei propri mezzi sembra d’altronde quasi assoluta e ciò si riflette nella panoplia di tecniche registiche con cui Boyle interpreta in quest’occasione il proprio stile fieramente enfatico: fra ralenti, primissimi piani, alternanza di bianco e nero e colori, inquadrature sghembe e un uso martellante del sonoro il regista non rinuncia a uno dei molti strumenti della sua cassetta degli attrezzi registica per colpire, a tratti per tartassare, gli spettatori.
In questo Danny Boyle finisce per rispecchiarsi nel protagonista del suo quindicesimo lungometraggio, il giornalista Larry Lamb, il quale passa da prudente corrispondente del principale quotidiano britannico di fine anni ’60, il Daily Mirror, a direttore dello scalcagnato esperimento del magnate australiano Rupert Murdoch di affermarsi nella Fleet Street londinese, il Sun. Il duo protagonista non risparmia infatti colpi bassi per attirare l’attenzione del pubblico britannico con l’obiettivo di fare del Sun il principale quotidiano del paese, proponendo un giornalismo dal taglio provocatore e populista nei toni, un modello che d’altronde ha fatto scuola. Chiunque conosca un minimo di storia britannica contemporanea e di storia dei media sa come sono andate a finire le cose, con la tentacolare News Corp di Murdoch che si è imposta come uno dei principali conglomerati mediali del mondo, portando avanti un’agenda conservatrice e populista che sarà l’inizialmente morigerato Lamb a sperimentare e a portare allo stato dell’arte, finendo per turbare lo stesso Murdoch, interpretato in maniera forse un po’ monocorde da Guy Pearce.
Più variegata, e in fin dei conti anche più apprezzabile, è l’interpretazione di Lamp proposta da Jack O’Connell, la cui patina di rispettabilità e self-control così britannica si infrange progressivamente (ma d’altronde è sempre stata una facciata, basti pensare alla costanza con cui porta avanti fin dall’inizio una relazione fedifraga con la collega Jules), portando a una discesa negli orrori del giornalismo spazzatura dei tabloid che in un anno pare riassume decenni di degradazione della funzione sociale del giornalismo. Lo stesso Boyle pare perseguire quest’interpretazione, ponendo in conclusione alla pellicola una rapida montage sequence in cui gli effetti di quanto sperimentato da Lamb al Sun fra il 1969 e l’inizio degli anni ’80 vengono mostrati con un crescendo che parte dalla politiche ultraliberiste del governo Thatcher e finisce con Donald Trump e l’affermazione dei proprietari dei social network, veri magnati dell’editoria del XXI secolo. La mano non certo delicata del regista britannico non era forse così graffiante da anni, complice anche la caratterizzazione ben poco empatica dei personaggi principali consegnata dalla sceneggiatura di James Graham, tratta da una pièce dello stesso.
Sgradevoli come non possono non essere due dei precursori del tossico ecosistema mediale contemporaneo, Murdoch e Lamb sviluppano una dialettica che pare a tratti quasi un rovesciamento, se non una demistificazione, di quella di un altro recente biopic (finto, in quel caso) con Guy Pearce co-protagonista, ovvero “The Brutalist” di Brady Corbet. Se lì il magnate interpretato dall’attore australiano era un tiranno che cercava di sfruttare e manipolare in tutti i modi il geniale architetto interpretato da Adrien Brody, subendo però nel rovescio finale un’umiliazione forse fatale, qui Murdoch viene presentato come un imprenditore arrogante che non comprende cosa ha scatenato fino a che le conseguenze del giornalismo spregiudicato del Sun non iniziano a mettere in pericolo la vita di chi lavora a contatto con il quotidiano, riuscendo comunque nell’epilogo a contenere la brama di successo ed eccessi di Lamb, ristabilendo la dialettica servo-padrone che pareva essere stata rovesciata. Nel finale Larry Lamb ha d’altronde smesso di essere il giornalista rivoluzionario della fine degli anni 60 ed è diventato un mero tassello dell’establishment che si era tanto vantato di voler mettere sotto scacco, quasi l’ombra di sé stesso che viene evocata dalla negromante Margaret Thatcher in una sequenza surreale, o forse no, che precede il finale.
A voler intessere legami con altre pellicole contemporanee con cui “Ink” condivide tematiche non si può che menzionare “The Post”, celebrazione elegante e retorica del giornalismo d’inchiesta da parte dell’araldo del classicismo cinematografico contemporaneo, Steven Spielberg. Il film di Boyle può essere quasi letto come un doppio negativo della pellicola del 2017, un altro rovesciamento che stavolta trasforma quel sentito e curato omaggio in una nervosa, imperfetta e tonitruante cavalcata attraverso l’anno fatale del giornalismo contemporaneo (o almeno questo è quel che pensa il regista britannico), il 1969-70 in cui l’affermazione del Sun ha cambiato ogni cosa, aprendo la strada all’impero di Murdoch e a quelli ancora più minacciosi dei suoi epigoni. Non stupisce a questo punto che Boyle abbia deciso a lavorare a questo progetto quando si scorgono i bagliori della fine dell’era Trump, laddove Spielberg dirigeva “The Post” all’inizio dell’epoca in cui il magistero di Lamb ha dato i massimi frutti (l’opera teatrale originale risale curiosamente proprio al 2017). Sono questi dettagli a far capire che “Ink” non è solo un fragoroso prodotto d’intrattenimento, un energico period drama che a tratti ricorda quasi più il cinema di Guy Ritchie che quello dello stesso Danny Boyle, ma un’opera ambiziosa e imperfetta le cui esternalità non sono ancora chiare, come non lo erano quelle del Sun nel lontano 1970.
04/09/2026